Benvenuto su Satisfiction   Click to listen highlighted text! Benvenuto su Satisfiction

In Rivolta. Manifesto dei corpi liberi. Intervista a Fiorenza Sarzanini

Home / L'intervista / In Rivolta. Manifesto dei corpi liberi. Intervista a Fiorenza Sarzanini

Parlare di corpi significa parlare di potere e di controllo. Ogni corpo è una battaglia: tra forma e libertà, tra istinto e comando.

In Rivolta. Manifesto dei corpi liberi (Castelvecchi 2025, pp. 198, € 20, a cura di Martina Albini) è un libro che percorre queste ferite, restituendo al corpo la sua voce e il suo diritto a dire “no”.

Tra le voci più forti del volume c’è quella di Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere della Sera e firma di riferimento del giornalismo d’inchiesta italiano.

Nel suo contributo L’epidemia silenziosa racconta il confine invisibile tra il corpo e la mente, dove la forza maschera spesso la fragilità.

Da qui comincia il nostro dialogo.

Carlo Tortarolo

Parliamo di “In rivolta. Manifesto dei corpi liberi”, pubblicato da Castelvecchi. Un libro corale che racconta i tentativi, antichi e nuovi, di controllare il corpo umano — e la ribellione di chi non accetta di esserne prigioniero.

Esattamente.

Nel suo contributo che è l’epidemia silenziosa, è centrale il rapporto tra il corpo e la mente. Che mi ricorda il rapporto tra il nome e la rosa di Umberto Eco. Vediamo solo la rosa ma in fin dei conti ne possiamo dominare solo il nome. Allo stesso modo, vediamo gli altri corpi e possiamo capire le questioni a loro connesse, ma per quelle relative alla mente facciamo più fatica.

Facciamo anche fatica ad accettarle, secondo me il problema vero è questo. Ho scelto di parlare di disturbo alimentare perché l’ho vissuto, perché so che cosa vuol dire avere questa malattia e so anche quanto poi si intrecci con il controllo della mente sul corpo.

Tutti pensano che i disturbi alimentari siano una forma di fragilità e di debolezza, che è vero nel momento in cui tu rendi fragile il tuo corpo perché o non ti nutri o ti nutri fino a stare male, ma nello stesso tempo quella è una dimostrazione di forza che tu fai, sia contestualmente, sia con te stesso, sia con gli altri.

In che senso?

Perché tu riesci a privare il tuo corpo del nutrimento: una cosa contro natura. Oppure puoi riempire il tuo corpo di cibo che è ugualmente una cosa contro natura.

Ma per farlo devi avere una forza incredibile perché chi ha il disturbo alimentare, per esempio l’anoressia, non è che non ha fame, ma domina l’istinto.

Sia la privazione dal cibo sia l’attacco bulimico che ti fa ingerire 30 mila calorie, sono una manifestazione di forza: io sono il padrone del mio corpo e faccio come voglio.

E quindi riesco a dominare anche quella parte più antica della mente che è quella governata dall’istinto?

Esattamente, ho l’istinto di mangiare, ho l’istinto della fame, ho il senso di sazietà e nonostante questo vado oltre.

Poi collegato a questa c’è la debolezza psicologica che può essere ferita da certe frasi: “assaggia”, “dai mangia”, che possono essere vissute come un giudizio?

Sono un giudizio spesso controproducente. Dar da mangiare a una persona e spronarla a reagire, in realtà produce l’effetto contrario.

Io l’ho vissuto sulla mia pelle, avevo il disturbo alimentare di non nutrire il mio corpo e ogni volta che qualcuno mi diceva: “mangia”, questo disturbo si acuiva. Perché in quel momento ti senti alla mercè degli altri. Sono gli altri che vorrebbero dirti quel che devi fare.

Che rapporto ci può essere con la libertà apparente che viviamo oggi, un’epoca in cui siamo sotto il controllo di poteri subdoli che erodono la nostra libertà che spesso esercitiamo contro il nostro stesso interesse?

Io sono convinta che in questa epoca dove siamo molto più tecnologici e performanti, molto più collegati con social, Tv, internet, tutti strumenti che ci rendono apparentemente più liberi, in realtà siamo molto meno liberi.

Una libertà che è connessione con la gabbia.

Perché siamo condizionati da canoni, sui social soprattutto, che sono portati all’eccesso, all’esasperazione.

Parlo del canone della bellezza, della magrezza, della forma fisica, ma parlo anche dal punto di vista intellettuale. Il pensiero che deve essere sempre quello perché è giusto. Perché sui social se tu esprimi un pensiero diverso, puoi finire vittima di odiatori.

Quindi, secondo me, tutta questa tecnologia in realtà ha abbassato il nostro livello di libertà.

Quando ho avuto il disturbo alimentare a 23 anni ero molto più libera delle ragazze di adesso.

Poi l’ho avuto lo stesso, i casi erano tanti, non così tanti come adesso, lì sicuramente anche il Covid ha influito.

Però c’era una maggiore libertà anche di esprimersi e anche per assurdo di esprimere il proprio disagio con il disturbo alimentare.

Oggi, già il fatto che ci siano dei siti che inneggiano al disturbo alimentare e all’anoressia dimostra che siamo meno liberi.

Ma oggi non è anche forse un po’ più facile chiedere aiuto, non ci sarebbero anche più strumenti in questo senso?

No, perché lo strumento curativo è sempre lo stesso, bisogna in qualche modo rivolgersi agli specialisti, quindi rivolgersi ai nutrizionisti, agli psicologi, agli psichiatri, in questo c’è più libertà.

Prima c’erano molti più tabù. Io ho 60 anni e 40 anni fa rivolgersi a uno psicologo, anche per i genitori era una forma di vergogna, “mio figlio è malato, mia figlia è malata, devo andare dal medico che cura i matti”, adesso questo si è in qualche modo sdoganato, però il problema qual è?

Che proprio questo rendere tutto pubblico può da una parte aiutare le campagne informative. Ma tutto questo viene contrastato dalla richiesta di essere sempre performanti al massimo. Quindi i malati non diminuiscono, aumentano.

Cosa si può fare, per esempio in casa, se si ha a che fare con una persona che ha questo problema?

I genitori devono rivolgersi agli specialisti. La cosa migliore è la comprensione: mai essere giudicanti, mai essere invadenti, rispettare la malattia perché quella è una malattia.

Nel senso che se mia figlia si rompe un piede, la porto dall’ortopedico, se mia figlia non mangia devo portarla da una nutrizionista e da uno psicologo che devono capire.

Quindi bisogna non pensare di potersi sostituire al medico, e poi guardare i sintomi.

Che ci sono perché chi ha un disturbo alimentare generalmente ha una forma di depressione, perché chi ha il disturbo alimentare tende a non uscire con gli amici e rifugge dalla convivialità.

Quindi il disturbo alimentare alla fine è il sintomo della malattia?

Esatto.

È sempre più difficile perché ci troviamo in un mondo in cui l’uomo è sempre più inutile, aumentano le tecnologie si tagliano i posti di lavoro ma l’uomo in quanto tale diventa sempre più inutile, e la depressione diventa un senso di inadeguatezza al mondo.

Io non penso che l’uomo diventi più inutile, questo non lo credo, il problema è che bisogna cercare le professionalità, questo è più il vero problema, al di là dei posti di lavoro che sicuramente diminuiscono, ma io sono convinta che poi la macchina senza l’uomo non è utile.

La conclusione del suo contributo riguarda proprio il corpo che deve essere lo specchio di una mente rivoluzionaria. Ed è un’immagine bellissima perché bisogna essere rivoluzionari in un mondo che aumenta sempre più il controllo nei confronti degli uomini.

Ma come deve essere un corpo per essere uno specchio di una mente rivoluzionaria? Perché a volte apparire rivoluzionario resta un’apparenza che non sempre rispecchia l’interiorità, e diventa una moda.

Secondo me il corpo giusto è quello in cui la persona si sente bene. Lo dico perché ho conosciuto ragazze magrissime o grassissime che erano in pace con sé stesse.

Quindi, il problema non è il canone.

È questa la battaglia che bisognerebbe fare, tu non sei bella o brutta perché io ti vedo in un certo modo, tu puoi essere bella o brutta se ti senti bene.

E a quel punto avrai sicuramente sia l’accettazione e sia il consenso da parte degli altri e se non ce l’hai non ti interessa.

Il problema è che spesso chi è malato di disturbo alimentare ha una “dispercezione” del proprio corpo, ci sono ragazze che hanno corpi perfetti e nonostante questo si fanno del male.

Io stessa quando ho avuto l’anoressia avevo un corpo giusto con proporzioni armoniche rispetto alla mia altezza e non avevo niente di cui potevo vergognarmi o non essere contenta.

Avevo una bella famiglia, un fidanzato ero stata appena assunta come giornalista, eppure stavo malissimo e se io adesso dopo 40 anni dovessi dire che cosa è scattato non lo so perché, appunto, all’epoca non si andava dallo psicologo.

Il fatto di stare bene con sé stessi sembra un’ovvietà, ma purtroppo per chi sta male non lo è affatto. Ho conosciuto e intervistato una ragazza che era bulimica e ingurgitava 30 mila calorie e ne vomitava altrettante.

Ma siccome lei viveva in un collegio, lontano dalla famiglia, era disperata perché nessuno si era accorto di questo disturbo.

Perché, quando diceva “sto male”, tutti dicevano “ma come stai male, hai il peso forma, perché stai male?” Quindi non si andava oltre l’apparenza.

Questo è quello che vuole chi esercita il controllo. Guarda i nostri corpi e si interessa di cosa indossiamo e punta all’apparenza alla fine, perché all’interno delle nostre menti, per quanto ci si provi, non ci si riesce ancora ad avere un controllo totale.

Ma è difficile anche per noi. Perché, se è difficile dominare il corpo e l’istinto come dimostrano queste malattie che comunque sono il sintomo di un disagio psicologico, è anche difficile governare la mente e non farsi stritolare da queste difficoltà.

Per questo, secondo me, è fondamentale insistere, l’unica vera campagna efficace con queste persone è quella di dire “fatevi aiutare, non abbiate paura di chiedere aiuto”. Anche il chiedere aiuto è una forma di forza e non di debolezza.

In rivolta. Manifesto dei corpi liberi è una pubblicazione che tocca tanti problemi del corpo, dai problemi delle donne nei paesi in via di sviluppo ai problemi dei bambini, quindi, è una battaglia che vuole far conoscere meglio quanto accade.

Penso soprattutto alle difficoltà che possono esserci state, le mutilazioni femminili, i rapporti con le mestruazioni, tabù di alcune civiltà. Cosa si potrebbe fare di più per questi problemi? E qual era il suo movente nel momento in cui ha collaborato a quest’opera?

Il mio movente, parto dal fondo, è l’importanza del corpo. Perché penso che l’accettazione del proprio corpo sia fondamentale per l’equilibrio delle persone, per questo ho accettato di collaborare a questo progetto.

Se noi riusciremo a passare la voce e a far sì che il corpo sia davvero sempre al centro dell’attenzione di tutti, non sconfiggeremo le mutilazioni genitali, non sconfiggeremo tutti quei problemi che ci sono, ma se aiuteremo un po’ di donne a essere più consapevoli otterremo il risultato, io questo penso.

Diceva Camus che dopo una certa età ognuno si scelga la faccia che vuole, perché dipende anche dal modo in cui si è vissuta la vita.

Però anche la consapevolezza è importante. Se io mi inietto delle sostanze sul viso perché voglio sembrare più giovane, a volte sono bellissima, a volte sono orrenda. Ma se sono in pace con me stessa va bene, se no diventa un problema serio.

Ma a volte anche soltanto le nostre espressioni facciali più frequenti scolpiscono i nostri lineamenti con i nostri muscoli e le nostre rughe. Quindi in questo senso il corpo diventa un sintomo della mente.

La mente guida e il corpo esegue.

E a volte si sentono scienziati affermare che tutte le nostre reazioni sono di natura fisica e quindi corporali e materiali, però quando gli chiedi cosa sia la materia non lo sanno.

Ahahah, esatto.

Carlo Tortarolo 

Click to listen highlighted text!