«Chi è Isolde Kurz?». Sara Bini apre il suo studio con una domanda che suona quasi come un rimprovero alla memoria letteraria. Isolde Kurz (1853-1944), scrittrice tedesca che fece di Firenze la sua «patria dell’anima», fu celebrata in vita e poi rapidamente dimenticata. Della sua opera Bini sceglie il testo più coraggioso, il poema I figli di Lilith (1908), e ce lo restituisce tradotto e accompagnato da un commento. Lo inserisce poi in una riflessione ampia sul mito della prima donna e sul modo in cui la cultura occidentale ha pensato il femminile.
Il libro segue un percorso chiaro: la vita dell’autrice, il suo pensiero, la storia del mito, la sua fortuna letteraria, il poema e il commento. Già le pagine biografiche mostrano la sensibilità della studiosa. Nell’infanzia della Kurz convivono due eredità. Dalla madre, Marie von Brunnow, donna libera e appassionata, viene un’educazione umanistica «come allora spettava solo agli uomini». Dal padre, Hermann, viene il rigore della forma. La scrittrice stessa descrive il suo lavoro come il tentativo di radunare dei “puledri selvaggi” e tenerne salde le redini. Bini coglie in quest’immagine la chiave di tutta la poetica della Kurz: un’immaginazione ardente governata da una disciplina severa. Accanto a questo emergono la vocazione di Cassandra, l’esclusione dagli studi riservati ai fratelli, la scelta consapevole di non sposarsi, e Firenze, dove le donne del Rinascimento le offrono il modello di una dignità femminile perduta.
Il cuore del volume è la storia di Lilith, e qui la ricerca di Bini si fa davvero appassionante. Seguiamo la figura dalle antiche civiltà mesopotamiche al Talmud, dalla tradizione rabbinica medievale alla mistica ebraica dello Zohar. Ne emerge la storia di una rimozione. La Grande Madre, che teneva insieme vita e morte, luce e ombra, viene spezzata in due figure contrapposte: Eva, la sposa obbediente nata dalla costola dell’uomo, e Lilith, creata come Adamo dalla terra, che rifiuta di sottomettersi e diventa la demonessa della notte. In queste pagine Bini mostra quanto il mito sia un documento della storia delle donne, perché ogni epoca ha proiettato su Lilith le proprie paure. Di grande suggestione è il capitolo sulla Shekhinah, la presenza femminile di Dio esiliata nel mondo, nella quale la studiosa riconosce un modello di ambivalenza e di riconciliazione.
Lo sguardo si allarga poi alla letteratura europea, e qui il lettore italiano si sente a casa. Con Mario Praz sullo sfondo, Bini attraversa
la stagione della femme fatale: la Lilith del Faust di Goethe, il sonetto e il quadro di Dante Gabriel Rossetti, Victor Hugo, George Bernard Shaw, Anatole France, fino al bellissimo racconto Lilìt di Primo Levi. Il confronto fa risaltare l’originalità della Kurz. Alla fine dell’Ottocento Lilith è quasi sempre il sogno o l’incubo di scrittori uomini davanti alla «donna nuova». La Kurz invece la trasforma in una creatura di luce, sorella degli angeli, superiore ad Adamo per spirito e libertà. Fu un rovesciamento audace, e la reazione dei critici lo dimostra. Lo stesso Paul Heyse, amico di famiglia, contestò con forza quella Lilith luminosa. La scrittrice ne conservò un ricordo amaro e scrisse che le «vespe dell’arretrata mascolinità» avevano ancora molto veleno nei loro pungiglioni.
Nel poema Adamo, Eva e Lilith diventano i protagonisti di un dramma dell’anima. Lilith rifiuta il rapporto di dominio che Adamo vorrebbe imporle: «Serva e padrone non sono qui, bensì solo Uno, che tutti serviamo». Eva incarna invece il modello della moglie sottomessa che la società borghese esaltava come “angelo del focolare”. Scegliendo Eva, Adamo si esclude da sé dal Paradiso, e il Dio che punisce diventa la voce interiore del suo giudizio. Bini legge questa vicenda con finezza. Distingue la lettura femminista della madre, che nel poema vedeva la lotta per l’uguaglianza tra i sessi, dall’intenzione della figlia, che voleva raccontare un disegno spirituale più vasto. E mostra come il testo approdi a un’armonia ritrovata tra il maschile e il femminile.
Da filologa, ho apprezzato soprattutto l’attenzione alla lingua. La traduzione in versi conserva la musicalità dell’originale, e il commento si sofferma sulle scelte stilistiche: le antitesi che danno voce all’ambiguità di Eva, le anafore e i parallelismi che rendono la doppiezza del serpente. Bellissimo, poi, l’accostamento a Dante. Come negli ultimi canti del Paradiso, anche la Kurz affronta la «poesia del positivo», quella che deve dire la beatitudine e l’ineffabile. La prosa di Bini è rigorosa e insieme calda, sostenuta da un ricco apparato di note. In più di un passo affiora una prima persona discreta (ho intuitivamente percepito) che dichiara un coinvolgimento vero.
Ed è proprio questo coinvolgimento a dare al libro il suo valore più profondo. Un’opera del genere richiede una preparazione rara: la conoscenza della letteratura tedesca, la padronanza di più lingue, anni di ricerca su fonti difficili. Tutto questo per un’autrice
dimenticata e un mito che pochi conoscono davvero. Chi intraprende un lavoro così sa bene che non lo leggeranno in molti. Lo fa per amore, prima di tutto per sé stessa e per rendere giustizia a Lilith, non per la gloria. Ed è un gesto impagabile. Fare cultura significa anche questo: accettare di essere capiti da pochi, sapendo che quei pochi studiosi appassionati sono quelli che tengono viva la memoria e la trasmettono. A loro, e a chiunque voglia scoprire una voce femminile coraggiosa, questo libro offre molto.
Non stupisce, allora, la dedica: “A mia madre”. Il cerchio si chiude idealmente là dove era cominciato, con Marie Kurz che educava la figlia alla libertà. Anche I figli di Lilith nasce da una genealogia femminile, e la prosegue.
Francesca Mezzadri
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Sara Bini, I figli di Lilith, Terre Sommerse, seconda edizione