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Paolo Melissi anteprima. Milano romantica

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È in libreria Milano romantica di Paolo Melissi Newton Compton Editori, 2026 pp. 288 € 14,90.

L’autore, il più consacrato milanologo di sempre, aggiunge una nuova visuale narrativa e questa volta racconta una storia di Milano attraverso le relazioni amorose. Passando per le vie, gli incroci, i giardini e senza trascurare i locali di ristoro.

I capitoli raccontano le storie d’amore dei personaggi famosi e i luoghi che ne furono il teatro.

Luciano Bianciardi e Maria Jatosti:

“Luciano Bianciardi abitava in via Solferino, nel cuore di Brera, quartiere a cui fu profondamente legato. Scrittore, giornalista e traduttore, Bianciardi si era trasferito a Milano da Grosseto e qui fu raggiunto da Maria Jatosti, che condivise con lui la stanza di una pensione – gestita da Maria Tedeschi – al terzo piano di uno stabile che oggi non esiste più, arredata con un letto, un tavolino e una lampadina. Nella pigione di ottomila lire da pagare il trenta del mese, era compreso un bagno con acqua calda ogni sette giorni, un cambio di lenzuola ogni due settimane, ma non il riscaldamento né tantomeno la prima colazione”.

Anna Kuliscioff e Filippo Turati:

“La coppia viveva in un ambiente che comprendeva un salone con finestre affacciate sulle guglie del Duomo e, arredato con due scrivanie, un divano verde e un tavolino intarsiato a tre piedi. Qui, nel 1898, Anna e Filippo vennero arrestati con l’accusa di complotto nei confronti dello Stato, ma dopo un anno riuscirono a guadagnare la libertà e a riprendere la loro attività politica”.

Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass jr:

“Dopo il matrimonio, Pivano e Sottsass si trasferirono a Milano abitando in diverse case che divennero rapidamente luoghi di riferimento per la cultura e il design milanese, per poi stabilirsi in via Alessandro Manzoni 14 a partire dal 1966”.

Almerina Antoniazzi e Dino Buzzati:

“Nel 1960, Almerina Antoniazzi aveva diciannove anni quando, nei giardini di piazza Cavour, conobbe Dino Buzzati, che ne aveva invece cinquantatré ed era da tempo uno scrittore e un giornalista affermato”.

Patrizia Valduga e Giovanni Raboni:

“Patrizia entrò in casa di Giovanni, subito dopo le presentazioni chiese: «Dov’è il bagno? Sono un po’ ubriaca e mi scappa da pisciare»”.

Non è solo una storia di Milano. È un collage di racconti che sono l’estrema dichiarazione di amore di Melissi per la capitale economica e morale del Paese. Dove succedono tante cose, compreso l’amore.

Carlo Tortarolo

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Giulia Beccaria e Carlo Imbonati

A Milano, Giulia Beccaria è stata sempre conosciuta come figlia di Cesare Beccaria e madre di Alessandro Manzoni. Questa immagine “appiattita” è stata però in buona parte riconsegnata a una dimensione più articolata grazie ai dovuti approfondimenti biografici.

Nata nel 1762 da Cesare Beccaria – l’autore di Dei delitti e delle pene – e Teresa Blasco, le fu dato il nome dell’eroina di Jean-Jacques Rousseau in Julie ou la Nouvelle Héloïse. Rimase orfana di madre – uccisa dalla sifilide – a soli dodici anni. Poco dopo, Cesare la allontanò da casa, rinchiudendola nel collegio annesso al convento di San Paolo e su questa decisione Pietro Verri – amico di Cesare – scrisse: «È una giovane sana, sensibile, d’un carattere vivo e impetuoso, figura proporzionata e robusta, immaginati come ella soffra il lungo carcere di San Paolo!». Dalla sua “reclusione” Giulia uscì solo a diciotto anni, con la scarsa educazione che le avevano garantito le monache. Bella, inquieta, vivace e intelligente, fu subito un problema per il padre, che intanto si era risposato e non intendeva mettere mano al portafogli per farle la dote. Giulia incominciò a frequentare il salotto di Giovanni Verri, fratello minore di Pietro, dove si discuteva di filosofia e si faceva musica, rimanendo affascinata dal padrone di casa, che all’epoca aveva trentasei anni e una fama di donnaiolo. Giulia se ne innamorò e lui ricambiò: ne nacque una relazione, ma Giovanni, in quanto ultimogenito, non poteva sposarsi per non disperdere il patrimonio familiare. Cesare, preoccupato da una possibile gravidanza della figlia, le organizzò frettolosamente un matrimonio con l’anziano conte Pietro Manzoni, mercanteggiando sulla dote, che riuscì a ridurre al minimo, e costringendo Giulia a rinunciare all’eredità materna. La giovane rimase così alle complete dipendenze dal marito, essendo privata anche del corredo. Al matrimonio – celebrato il 20 ottobre 1782 – non prese parte alcun familiare di Giulia, poi il conte Manzoni portò la giovane sposa a vivere in una casa buia e triste, lontano da stimoli culturali e circondata da parenti bigotti. Giulia fu quindi spinta a rifugiarsi nuovamente nella relazione con Giovanni Verri e, il 7 marzo 1785, nacque Alessandro. Tutta Milano era al corrente della vera paternità del piccolo, anche se Pietro Manzoni lo riconobbe come suo figlio. Giulia entrò in contrasto con il padre per l’eredità che le spettava e anche i suoi rapporti con Giovanni Verri si guastarono a causa di un’altra amante. In questo momento così delicato, un incontro cambiò profondamente la situazione sentimentale di Giulia Beccaria: quello con Carlo Imbonati. Scapolo, bellissimo, colto e abbiente, Carlo aveva undici anni più di lei e divenne il suo amante. Alle spalle aveva una formazione di prim’ordine – ebbe come precettore l’abate Giuseppe Parini – e una famiglia che univa una grande cultura a una smisurata ricchezza.

Nel 1791, era sulla bocca di tutti la decisione di Beccaria di chiedere la separazione dal conte Manzoni, che Giulia ottenne superando innumerevoli ostacoli. A questo proposito, scrisse: «Faccio uso di quella sola cosa che nessuno può darmi né togliermi cioè una fermezza di carattere che mi fa dire la verità sempre nello stesso tuono con chiunque io parli». La separazione venne sancita nel 1792 e Giulia fu costretta a trasferirsi presso un anziano zio materno. Nessuno però poteva impedirle di frequentare Carlo, che all’epoca abitava nel palazzo di via Alessandro Manzoni 42, dove oggi sorge il Teatro Manzoni. Due anni dopo, morto il padre, Giulia riuscì a ottenere una piccola rendita ricavata dall’eredità della madre. Nel 1796, finalmente padrona della propria vita, seguì Carlo Imbonati a Parigi, dove poté vivere – benché all’interno di una coppia “irregolare” – i nove anni più felici della sua vita. Nella capitale francese, infatti, Giulia e Carlo frequentarono amici intellettuali e ospitarono illustri italiani come Vincenzo Monti. A Milano, intanto, Alessandro era uscito dal collegio e Imbonati lo invitò a raggiungere la madre a Parigi. Nel 1805, però, la felicità si spense con la morte improvvisa di Carlo, che lasciò a Giulia il suo enorme patrimonio per la costante e virtuosa amicizia a me professata, dalla quale riporto non soltanto una compita soddisfazione degli anni con Lei passati, ma un’intima persuasione di dovere alle di lei virtù, e vero disinteressato attaccamento quelle tranquillità d’animo, e felicità, che mi accompagnerà fino al sepolcro.

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