Avere tutto e poi niente è una condanna che porta pena e cambiamento. Puoi restare indietro nella prigione dell’apatia che ti stordisce rendendoti incapace di credere a quello che è accaduto sia successo per davvero. Le certezze granitiche sono cadute, frantumate. L’inerzia dell’incapacità di affrontare la precarietà di una vita, che si mostra cruda, getta delle ombre ancora più fitte sul futuro. Il pragmatismo della sopravvivenza, invece, ti carica dell’esigenza di agire in fretta per evitare di sprofondare di più nel baratro della disperazione e della disperante fame. È inutile girare attorno ad un problema quando è chiara la situazione nella sua criticità. Bisogna risolverlo e con la dovuta perspicacia. Rassegnarsi, per debolezza di carattere ad un cambiamento inaspettato e repentino, oscura la prospettiva di una guida certa che ha protetto sino all’istante prima le insicurezze dettate dall’età, dalla scarsa esperienza e da una invidiabile condizione sociale. L’accettazione di restare nelle retrovie per paura di osare quando è la misura di dare quanto basta nel fare quello che si deve. Darsi una nuova possibilità, facendosi carico anche dei rischi, ai quali si aggiungono pure le brutture di un’esistenza che è trascinata nell’orrore di conseguenze drammatiche, è l’unico modo per evitare di finire ai margini di tutto.
In La memoria del giglio di Alessandra Libutti edito da Rizzoli conosci la storia di una famiglia attraverso le sue donne. Volterra, 1872. Il conte Lodovico Ruggieri Buzzaglia sposa Adele, che è stata serva in casa loro. Lei con i suoi modi schietti e risoluti assolve subito con dedizione ai doveri che come donna e moglie la società le impone. Darà una discendenza al marito, un uomo mite e dalle idee progressiste. Per Livia, la quarta figlia degli otto che la coppia ha, quella madre provata dalle continue gravidanze è una figura misteriosa. È ancora piccola, Livia, quando decide che non vorrà mai sposarsi e avere figli. Ammira il coraggio della sorella maggiore, Babà, che affronta il padre chiedendogli il permesso di diplomarsi. Per seguire la sua vocazione di maestra è disposta a rinunciare agli agi della nobiltà ed a trasferirsi da sola in un paesino arroccato sulle montagne. Il gesto ribelle aprirà una crepa nella storia della famiglia che subirà un altro tremendo colpo e sarà Livia a raccontare tutto: miserie, passioni, rivoluzioni, frustrazioni, paura, povertà, sino al secondo dopoguerra.
Il romanzo è strepitoso. La narrazione è un vero incanto, anche le parti più dure rivelano il loro fascino. La storia è un atto di coraggio alla sopravvivenza, quando ogni cosa è perduta, finanche la felicità. Ricostruirsi per non perdersi ancora è l’unica possibilità per non soccombere alle disgrazie. La scrittura è pulita, perfetta, impeccabile. La scrittrice ha una spiccata proprietà stilistica tanto da sorprendere il lettore.
Lucia Accoto