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Angelo Manfredi. Dio della mia giovinezza

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«Venisse un angelo / camminando al margine della strada sulla neve gelata […] nella notte le voci risuonano / strane, annegate nella lontananza».

Sembra parlare nell’acqua di un lago d’inverno, da sotto i cristalli della superficie ghiacciata. Così appare la poesia di Dio della mia giovinezza di Angelo Manfredi: un respiro sommerso, ovattato, che sale da profondità intangibili e infrange la quiete con una vibrazione sottile, come di vetri fragili che tremano al passaggio di una corrente invisibile.

L’alternanza con foto potenti, fantasma, invernali, dai colori freddi, costruisce un contrappunto visivo che amplifica il senso di sospensione e di attesa. Sono come apparizioni, epifanie fragili e allo stesso tempo definitive, che affiorano nel bianco e nel grigio, nel silenzio di un paesaggio di anonime figure. Sono piccoli flash, frammenti di un’umanità vista come nel riflesso dell’acqua, sempre distanti, sempre sul punto di svanire. La poesia allora si fa specchio, soglia mobile tra il reale e il sogno, tra la presenza e l’assenza. È una dimensione onirica di ricordi e visioni, in cui la parola non afferma ma chiama, imparando a parlare nell’ombra della perdita e nella ferita del ricordo.

Ma questa lingua non è solo testimonianza di dolore: è insieme ricerca di un approdo, di una possibilità di salvezza, del mistero della grazia di Dio. Nella raccolta, la poesia diventa preghiera spezzata, un grido sommesso che si fa invocazione.

«La nebbia sale. Bagna le coperte, i vestiti. Nel sonno / interrotto. Un dolore così duro. Una libertà così grande. […] Tu per questo eri pronto. / Io che ti porto in me, che non ho saputo vegliarti. Ho paura nel sonno di perderti».

Qui si rivela tutta la nudità della voce: la parola si piega, si incrina, vibra come un filo che rischia di spezzarsi e proprio in questo tremore acquista la sua potenza. Non c’è difesa, non c’è scudo: solo il cuore esposto, nella sua paura e nella sua sete.

Nelle visioni ghiacciate – paesaggi montani o urbani ma deserti, scenari che si popolano di cimiteri inusuali in cui l’orizzonte si annulla – non c’è confine, non c’è più direzione: solo un vuoto che inghiotte ogni contorno. Ma è in questo vuoto, paradossalmente, che germina il sogno della luce. È proprio lì, dove tutto sembra perduto, che prende avvio il viaggio: un cammino con angeli non riconosciuti di carne, tendini, ossa, sotto le stelle impazzite di voci.

La poesia allora si trasforma in pellegrinaggio interiore, in traversata del buio. Non si tratta di un cammino lineare: è un errare, un lasciarsi portare nel labirinto di simboli e apparizioni, fino a giungere alla soglia di un incontro.

E man mano cresce, si fa chiara, la voce di Dio. Non è un’apparizione immediata, ma un avvicinarsi silenzioso, che precede ogni sguardo. L’autore si scopre finalmente guardato da Lui, anche se non ne vede gli occhi. È un’esperienza di reciprocità mancata eppure assoluta: il credente non vede, ma sente di essere visto, custodito, scelto.

Ed è qui che la raccolta trova il suo respiro ultimo, la sua verità. Perché la poesia di Manfredi non è semplice contemplazione del gelo o della desolazione: è la tensione di un cuore che, proprio nell’attraversare la notte, intravede l’alba. È la confessione di una vita che non si arrende al silenzio, che anzi nel silenzio trova la ferita che cicatrizza e la promessa.

L’incredibile, in Dio della mia giovinezza, è che la fine del cammino non è un approdo chiuso, ma un’apertura smisurata: come se la neve, il ghiaccio, la nebbia improvvisamente si squarciassero, lasciando intravedere non un paesaggio compiuto, ma un infinito che guarda. La poesia non dice chi è Dio, non ne mostra il volto: lo fa intuire come una luce che trapassa il bianco, come un occhio invisibile che pure sostiene ogni cosa.

E allora il dolore e il vuoto, non sono che l’ultima soglia prima dell’epifania. L’autore resta lì, nel punto più fragile e più luminoso, dove il cuore, tremando, comprende di non essere mai stato solo e l’indescrivibile bellezza di sentirsi da Lui amato.

Arianna Galli 

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