Il potere si paga, sempre. Si gestisce, si condiziona, si aggiusta, si destreggia. Cambia e diventa molto altro e il confine tra moralità e disonestà si annulla del tutto. Sottomettendosi alle sue bieche regole si è ricattabili, a volte si è anche graziati dalle decisioni non sempre benevole. Il potere chiede lo scotto in tutti i modi, ma preferisce quelli più squallidi, più riprovevoli. E così si perdono nome e dignità che si polverizzano nell’istante in cui si vende l’anima al diavolo in cambio del proprio tornaconto personale. Entrare nella pancia del potere, nella palude del putrido, significa finire nella melma. Menzogne e pessime condotte sono tra le manifeste contraddizioni del marcio. Alla luce del sole si fanno certe cose, innocue, nel buio della notte se ne fanno altre, pericolose. Il potere, quello che detta legge sul sistema di ogni cosa, si esercita sottotraccia, nei pori delle amministrazioni, delle società, delle fondazioni ecc, da controllare e dalle quali prendere possesso. La gramigna, in siffatta condizione, cresce, resiste e recupera terreno. Sottrae addirittura la vita. Infesta l’ambiente, con i magheggi degli esperti truffaldini, portando merda ovunque. Il potere, quindi, è tante cose messe insieme: intrighi, omertà, segreti, malaffare. In questo circuito tutto è ambiguo, doppio, falso e chiaro. Non è facile scavare nel sottobosco del potere, popolato dagli ingordi. Il potere è un serpente che striscia negli anfratti più oscuri ed è radicato in tutti gli ambienti. Conoscere la verità nel senso più vero della giustizia è un dovere che pochi sono in grado di affrontare.
In Un giornalista d’inchiesta di Fabio Pilato per Linea Edizioni entri in una storia in cui nulla è come appare. L’intreccio tra poteri occulti, magistratura, massoneria e mafia, permette a Carlo Lozzi di avviare una nuova inchiesta giornalistica. Lozzi è il direttore di un giornale di Roma, il Gazzettone. Carlo Lozzi non è nuovo alle inchieste. Si è fatto le ossa così come giornalista, scoprendo l’esistenza della Grande Loggia di Euclide. Ora è alle prese con un nuovo filone di indagine che è l’eredità della loggia P2. A rischio della propria vita, il direttore comprende cosa vuol dire essere un giornalista libero ed indipendente che ricerca verità e giustizia, insensibili ad ogni forma di condizionamento di potere.
Il romanzo è superlativo in ogni sua forma, tema, richiamo, sfumatura, riflessione. La storia è molto più di un’inchiesta giornalistica. C’è tanta roba all’interno, ma nulla è pesante. Lo scrittore è imbevuto da tanta e tale preparazione culturale da lasciare il lettore impressionato. La conoscenza del latino e del greco, della logica investigativa, della filosofia, ne fanno un attento e talentuoso autore. Il romanzo si presenta come un giallo, ma è anche molto altro. Nella storia si mescolano dialettica politica, forte impronta psicologica dei personaggi, conoscenza linguistica che struttura l’appropriato uso delle parole e capacità di ragionare su ciò che appare segreto, oscuro, offuscato. Il libro affascina sin dalle prime battute, lasciarlo per il lettore risulta difficile. Il romanzo chiama, incuriosisce, affascina e spinge ad un’analisi seria, approfondita e ad una valutazione molto accurata su ciò che il racconto lascia in eredità. La voglia di sapere come andrà a finire la storia è alta. Muori dal desiderio di conoscere ogni cosa, ogni virgola. La prosa è la vera assicurazione della capacità di Fabio Pilato di saper scrivere molto bene. Non è facile costruire una storia come quella che vede protagonista Carlo Lozzi, giornalista cervellotico, perché bisogna avere la mente allenata a certe dinamiche di pensiero che diventano solide fondamenta narrative in cui tutto ruota attraverso il ragionamento, la logica.
Lucia Accoto