La cosa più antipatica che si può chiedere a uno scrittore è: che genere di libri scrivi?
Il genere: una di quelle cose che proprio si fa fatica a definire. A meno che tu non scriva gialli, rosa o neri. Queste sono le uniche sfumature definite. Poi, ovviamente, c’è la fantascienza, il fantasy, certamente ma, per tutto il resto, per tutto quell’indefinito mondo di scritti, non esiste una definizione.
Eppure questa domanda così imbarazzante, me la sono sentita rivolgere anche da altri scrittori i quali attendevano fissandomi insistenti di fronte al mio balbettante: non saprei.
Perché definire quasi tutti i libri di narrativa, è impossibile, è come chiedere cosa sia l’acqua, riferendomi a quella storiella dei pesci giapponesi resa celebre da D.F. Wallace.
E immagino sia particolarmente fastidiosa per Pierre Jourde questa domanda perché se c’è una cosa, dei libri di Pierre Jourde, che proprio non saprei, e non vorrei dover definire, è il genere.
Dalla montagna perduta, per esempio, portato in Italia da Prehistorica, grazie alla traduzione di Silvia Turato, è un insieme di cose. Se proprio devo estorcermi una definizione allora vi direi che certamente è un libro di memorie, ma è anche un libro di viaggio. È un romanzo.
Il tema, il nucleo centrale del libro, è l’Alvernia. Jourde ci porta nel cuore di questa regione dimenticata, che scompare sulle cartine geografiche. Ci porta dentro paesi estinti, o sul punto di sparire. Villaggi di pietra dove resistono tre o quattro famiglie, dove ci sono più storie che persone. Posti molto freddi, dove i pastori portano le mucche in alta montagna per l’alpeggio, dove non si capisce se la vita è più semplice, rispetto alla città, o difficilissima.
Come ne Il viaggio del divano letto, romanzo di definizione altrettanto incerta, che pure era stato pubblicato da Prehistorica, come tutti gli altri libri di Jourde usciti in Italia in questi anni, questo scrittore francese parte da una specie di pretesto che può essere il trasporto di un divano, come in quel caso, o la descrizione di un luogo, come in questo e poi, il discorso, si allarga, diventa personale. Jourde ci racconta episodi che ha vissuto, altri che ha ascoltato.
L’Alvernia, diventa un luogo della sua memoria, un luogo ancor più inesistente perché filtrato dalla sua fantasia. Raggiunge, qui, in questo lavoro, più che altrove, vette poetiche. In certi momenti, il mio pensiero è andato alle poesie di Tomas Tranströmer, o a quelle di Frost. A La radura, più di tutte, dove il poeta svedese fa del bosco metafora di qualcosa che sentiamo più nello stomaco che altrove, che capiamo d’istinto, come le bestie.
Così l’Alvernia di Jourde, la sentiamo entrare dentro di noi pur non avendola mai vista, perché il discorso sul passato, su tutto ciò che ci apparteneva e poi scompare lentamente davanti ai nostri occhi, è qualcosa che appartiene all’umano più che a una terra e questo noi lo capiamo, come dicevo, nello stomaco più che altrove.
Pierangelo Consoli
#
Pierre Jourde, Dalla montagna perduta, Prehistorica editore 2025, Pp.181, Euro 17