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Quaderno croato. Intervista a Vanni Schiavoni

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Quaderno croato è l’ultimo libro-plaquette di Vanni Schiavoni, edito da Fallone editore nel 2021 nella collana “Il Leone Alato” diretta da Andrea Leone. Il quaderno è composto da 12 poesie. 12 stazioni in cui lo sguardo ferma il nostro ritmico camminamento, la perlustrazione del paesaggio. Al mio cognome è la dedica. E l’effetto è straniante, essendo il cognome quel che ci lega a noi e al genealogico che è più lontano da noi, nello spazio e nel tempo. E proprio di spazio e tempo è intriso questo viaggio che cerchia un perimetro esistenziale e metaforico. Fa della musica sorgiva un elemento fondante. Non è forse dell’ecologico, dell’ambiente, in questo caso la Cosa della Croazia, il ritornare di cicli, stagionali, giornalieri? E l’attesa non è stare, solo, ma tendere all’altro. Al giorno dopo. E non v’è tra corpo e cosa umana separazione dalla roccia e dal paesaggio nel quale l’esistente si specchia, riflettendo vita e i ricordi della distruzione umana.

Gianluca Garrapa

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«al mio cognome»:

è la dedica di questa plaquette. scelta curiosa lì per lì. che fa pensare al nome del padre o alla legge che pone un limite creativo al desiderio. forse è anche così ma è pure una dislocazione spazio-temporale. il cognome è quel che ci pianta qui e ora nel corpo attuale ma anche quel che ci lega a una genealogia degli affetti collocata magari altrove – «Ogni cosa come noi viene da altrove» è il verso d’apertura del VI componimento Šibenik – nel tempo e nello spazio. Che rapporto c’è tra questa dedica e il viaggio che intraprenderemo con Quaderno croato?

Intorno al XV-XVI, per sfuggire all’avanzata ottomana nei Balcani, genti di lingua serbo-croata trovarono numerose rifugio sull’altra sponda dell’Adriatico, dove, con leggerissime variazioni da regione a regione, furono ribattezzate come gli “schiavuni”. Questo ha lasciato segni nella toponomastica, dalla celebre Riva degli Schiavoni di Venezia ad alcuni comuni in Abruzzo o Molise, come Schiavi d’Abruzzo o San Giacomo degli Schiavoni; e di certo lo ha lasciato nel perpetuarsi delle generazioni di quelle genti. Dedicare, quindi, questo “Quaderno croato” al mio cognome era un modo per suggerire che i testi che lo compongono non sono un semplice diario di viaggio ma piuttosto una ricerca delle radici, non vogliono essere un binocolo da cui guardare il panorama ma un microscopio attraverso cui (ri)conoscere il proprio sangue.

«Il primo giorno precipita sempre nello stesso punto

quella rapida che arriva all’incontro del fiume bianco col fiume nero»

si apre così il Quaderno con Laghi di Plitvice: il tempo e lo spazio a stabilire le coordinate del viaggio. Si ha però pure la sensazione che nello stesso e nel sempre il ritorno nel luogo sancisca il cambiamento. Cosa lega, nella tua poesia, i luoghi e i tempi, il momento attuale e la memoria?

Sicuramente luoghi, tempo e memoria segnano da sempre la mia scrittura. Prima di “Quaderno croato”, per esempio, ho pubblicato una raccolta che si chiamava “Di umido e di giorni”, con la centralità del tempo dichiarata già nel titolo, poi un’altra silloge, “Salentitudine”, laddove il luogo diventa spleen, e ancora “Guscio di noce”, una raccolta di testi dedicati al padre, quindi all’ascendenza e alla memoria. E pure “Mavi”, il romanzo uscito nel 2019, sonda rapporti familiari, legati fortemente al “dove” (Salento, Roma, Genova, Buenos Aires) e raccontati a ritroso, iniziando nel febbraio 2002 e finendo a luglio 2001, quindi, anche qui, giocando col tempo.

Venticinque anni fa usciva il mio primo libro; dopo un quarto di secolo posso serenamente confessare a me stesso che scrivo sempre delle stesse tre cose che tu evidenzi: luoghi, tempo e memoria.

«Sempre spinti a improvvisare

condensiamo in strappi la memoria»

è la chiusa del terzo componimento Isole Incoronate: la tua scrittura spesso conclude una composizione attingendo a una sorta di verità venuta a galla proprio attraverso la poesia e più avanti, nel IV componimento, Kornati, in forma di domanda: «Quando smetteremo di essere tentativi?». Cosa avviene nel solco che separa-unisce la conoscenza e la poesia? Guardare il ritmo del paesaggio può renderci partecipi di una certa rivelazione interiore?

La “verità nella chiusa” non è qualcosa che cerco. Semplicemente a volte è la poesia stessa a portarla a galla. Altre volte, come nel secondo esempio che fai, a venire a galla è un punto interrogativo, un dubbio. E ammetto che preferisco quando un poesia mi conduca alla fine a una domanda. Che sia esplicata o meno sul foglio da un punto interrogativo. La cosa davvero emancipativa della poesia è che, lavorando per metafore, attingendo sempre al multisignificato, permette anche a chi la scrive di scoprirne continuamente nuove declinazioni, magari attraverso le parole di un critico o il lavoro di un traduttore.

Sono convinto che il superpotere della poesia risieda proprio in questo abituarsi alla metafora, alla similitudine, al “così come…”. Quando nelle sacre scritture leggiamo “così in cielo come in terra”, quando sui banchi di scuola ci sorprende accorgerci che i pianeti che ruotano intorno al sole sembrano elettroni attorno al nucleo, siamo tutti per un attimo poeti. Perché penso sia quello, nel suo più profondo, il senso della poesia: usare la realtà come un gioco di specchi continuo, nel quale un luogo può rivelarti un sentimento, una sventura mostrarti una realtà che non conoscevi, un disimpegno sbagliato da un calciatore mentre guardi una partita spiegarti cosa ti ha portato a sbagliare nella tua ultima storia d’amore.

«Continuiamo a sud lungo

le vertebre di questo paese»

si apre così Traù, il VII componimento, e mi colpisce noi. Come pure l’idea che il paese, il territorio sia come noi, dotato di un corpo, di vertebre. Il corpo del territorio, i suoi terremoti, le pietre sono presenze, la sua storia è respiro. Un’operazione metaforica che sottrae la scrittura a quell’egocentrismo lirico che caratterizza il principio di ogni poesia non ancora esperta del proprio desiderio. Qui lo sguardo-soggetto è di un noi cosmico. Mi sbaglio? Cosa ci puoi dire a proposito?

Quaderno croato” raccoglie dodici poesie dedicate a sei luoghi. Nella sua prima stesura contava ventuno poesie, tre per ogni luogo e un luogo in più: Zara. Anche il rapporto col “noi” era diverso. All’inizio era volutamente chiaro che, quello attraverso la Croazia, fosse il viaggio di due amanti, la componente sentimentale era preponderante. Mano a mano che, lavorando sui testi e su ciò che sentivo dentro, emergevano gli aspetti più legati alla storia personale, è venuto naturale spogliare l’altro della sua peculiarità. L’obiettivo, a quel punto, era di lasciar dubitare il lettore che “l’altro” fosse un amore, un amicizia o una fratellanza, perché a poco serviva, nella comprensione del “Quaderno”, il rapporto tra i due personaggi, quanto piuttosto l’alterità del compagno di viaggio, il suo porsi in contrasto, e quindi in stimolo, con quanto il protagonista stava cogliendo da quel viaggio; come, spero evidente, nei versi:

Io cerco mosaici e roghi nella villa fortificata

tu un punto sulla mappa

hai cerchiato tre volte e dici

vuoi vedere com’è fatta una torbiera

se davvero può cambiare il paesaggio”.

«L’aria sul muro di cinta rifrange i flutti di vita sul lato dei pianti»

è la chiusa di Split, X componimento del Quaderno, un distico dei più musicali. In generale il ritmo è una costante dello scritto. Ci racconti come nascono le tue poesie? E come scegli i componimenti, soprattutto in riferimento alla musicalità del testo?

Quando scrivo una poesia di getto, ci metto sei mesi. Di solito parto da un verso o una strofa, che mastico in testa per giorni o settimane, cercando mentalmente di trovare un prima forma che possa finire su un foglio. Lì inizia il lavoro di completamento del testo, con forte attenzione alla struttura, a dove porre i movimenti dell’anima che quel testo intende sollevare. Quando la poesia è “finita”, inizia un lungo lavoro di lettura ad alta voce. Seppure pensati per un uso solitario e intimo, non performativo, la ricerca di un’armonia dei versi che risuoni dentro, non può non passare (per me) da una ripetuta e continua rilettura ad alta voce degli stessi. Una lirica inedita la considero in perenne lavorazione, mai finita e, in quanto tale la ricerca di quell’armonia, del suo giusto suono, si ripete ad ogni lettura. Quindi è un lavoro che faccio sia a casa ma anche nelle occasioni di reading dove presento inediti. La lettura ad alta voce è importantissima perché, oltre al lato puramente musicale, ti permette di scovare i punti di stasi di un testo, che ti sfuggono a guardarlo su un foglio.

«La devastazione è stata rimessa a posto

rinnalzati i colonnati

i cumuli di stele sono onde

e ogni masso una citazione da mura scorticate»

è l’apertura dell’ultimo componimento, Dubrovnik: i riferimenti alla storia-cronaca appena passata sono espliciti, e in Trogir, VIII componimento, a esempio, chiudi con il lessema guerra patriottica. Il paesaggio, la poesia, quel che conduce, pur nelle mai finite differenze, a una visione globale e condivisa dell’esperienza effimera umana e di quella metamorfica e più duratura del paesaggio, si sfracella nell’inutilità della guerra. A conti fatti, il reale della miseria politica e economica diventa, è, come dici nel toccante finale d’opera, «è il punto focale, è raccogliere tutto»: il poeta come vive questo strazio del significato, questo potere del male che oscura ogni simbolo e ogni creatività?

Intanto permettimi di segnalare (in qualche modo continuando anche la risposta alla domanda precedente su quale lavoro ci sia dietro le mie poesie) che, mentre la prima poesia, come ricordavi all’inizio di questa chiacchierata, comincia con “Il primo giorno…”, non è casuale che l’ultimo capoverso del componimento finale inizi con “L’ultimo giorno…”. Quando ho fatto questa scelta non l’ho fatto con la speranza o l’attesa che il lettore se ne accorga. Il discorso è che la poesia lavora su livelli altri oltre quelli della pura e precisa consapevolezza. Il chiudersi del cerchio tra il primo e l’ultimo capoverso agirà dentro al lettore pure oltre la sua consapevolezza. Questo è uno dei grandi poteri della poesia. Ed è anche un modo per rispondere alla tua domanda: tra i suoi poteri la poesia non ha quello di curare lo strazio del significato né quello di annullare il male che oscura simboli e creatività. Però ha il potere di non far dimenticare tutto questo, di spiegartene il senso o la sua assenza di senso, e di portare a galla tutto l’indicibile che ci si accumula dentro, persino di fronte all’orgoglio di considerare “guerra patriottica” quella che ti aspetteresti vestita della mestizia di una tragedia.

Vanni Schiavoni. Quaderno croato, 12 poesie, Fallone editore, 2020

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