“Ero molto introverso ma ero anche spaventato, terrorizzato da tutto, e lei anni dopo mi ha detto che credeva che picchiarmi avrebbe potuto aiutare a darmi una svegliata, a provocare in me una reazione. Se litigavo con qualche altro bimbetto e mi ritiravo, lei mi urlava: «No! Devi picchiare! Fagli vedere che sei grosso, vagli addosso!»”
È in libreria il primo libro di Andrea Alongi La normalità è una cosa bellissima. Storia di una rinascita (Piemme 2026 pp. 160, € 18,90).
L’autore, diventato famoso con Un giorno in Pretura e grazie al successivo meme “cinque euro: due canne”, racconta in questo libro la sua storia.
Una storia di maltrattamenti infantili, di sofferenze, di abuso di sostanze, spaccio e lotta per la sopravvivenza. E il rapporto con un patrigno difficile:
“Ero un bimbetto e se qualcuno mi diceva che facevo schifo io ci credevo, soprattutto se me lo diceva con quella convinzione. Le sue parole erano verità per me, e a forza di sentirglielo dire mi sono convinto di essere un rifiuto, un’entità talmente disgustosa da contaminare l’aria e il cibo stesso. Questa era la quotidianità in casa nostra.”
Così si chiude in sé stesso ed elabora una strategia:
“La vita normale che vedevo e invidiavo a casa degli altri, la gente seduta a tavola, gli amici che andavano e venivano, i regali a Natale e tutta quella roba, era la prova che il difetto era in me, non nel mondo. Essere trattato come uno schifo significava che io ero uno schifo. Così la disperazione mi ha portato a formulare un’unica, lucida strategia di sopravvivenza per quegli anni: rendere la mia presenza irrilevante.”
Poi, diventato virale grazie a un processo ripreso in tv, conosce la fama e inizia a guadagnare facendo l’ospite in discoteca:
“Un giorno mi hanno suonato al citofono: «Sono Andrea Diprè, mi fai salire?» E poi: «Guarda, ora ti conoscono tutti. Puoi guadagnare minimo cinquecento euro a serata. Non devi fare niente: te ne stai due o tre ore in discoteca, fai le foto con le ragazze e con i ragazzi, ti diverti, bevi gratis». E io ho detto di sì, naturalmente. Quando mai mi era successo che la gente mi applaudisse, che mi trattasse con rispetto? (Tossici a parte, quando cercavano di farsi dare una dose più abbondante.)”
Una storia di riscatto, di un ragazzo nato nella “parte giusta del mondo ma dalle persone sbagliate” che deve sempre lottare per avere quello che tutti normalmente hanno.
Attraverso il lavoro e l’amore supera la fase della viralità in cui rappresentava “l’eroe tossico” e conquista la normalità nella vita vera.
Questa è la storia della battaglia per essere il migliore degli Alongi possibili. Perché, in un mondo dove tutti vogliono essere speciali, per diventare normali
ci vuole coraggio.
Carlo Tortarolo
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La mattina arrivo in toelettatura. A volte Paolo ha già tirato su la serranda, quindi io devo solo aprire il negozio. Do una spazzata davanti, una pulita va data sempre, e poi controllo se lo scaldabagno funziona. Poi guardo sulla app del tablet dove segniamo gli appuntamenti, vedo a che ora è il primo, che tipo di cane arriverà e tutto il resto. Allora inizio a organizzarmi: preparo tutto l’occorrente, le salviette, la vasca, lo shampoo e la maschera che servirà al cagnolino. Poi aspetto.
Al loro arrivo, al momento dei saluti, mi accorgo benissimo che a volte (prima succedeva più spesso, ora decisamente di meno) questi «genitori» dei cani rimangono turbati quando mi vedono. Si spaventano, non si aspettano di trovarsi di fronte un ragazzone gigante tutto pieno di piercing e i capelli un po’ disordinati al quale affidare il loro amico peloso. All’inizio magari ci rimanevo anche male, a volte bastava che Paolo mi affiancasse in questo momento di accettazione e loro si rilassavano. Ora non ho più quell’insicurezza e la cosa si risolve con un sorriso mio, una carezza al cane. Gli faccio vedere con un rapido gesto quanto li amo, e si fidano. Basta veramente pochissimo.
Comunque, dopo aver salutato gli umani, i genitori, prendo il cane e lo porto alla vasca. Lo «spoglio », gli tolgo il guinzaglio e la pettorina. Guardo le orecchie, tutte piene di pelo, pronte a essere pulite. Poi lo metto nella vasca e comincio il bagnetto: pre-shampoo, shampoo, le proteine del riso, come mi ha insegnato Paolo, poi la maschera.
Dopo un po’ passo ad asciugare: schiena, sotto, ai lati, zampe. Gli faccio compagnia, gli do due carezze. Poi, una volta che è asciutto asciutto, gli do un’ultima spazzolata. È un rito, un rito bellissimo, quello della cura, che ho conosciuto grazie a loro.
Ci sono dei momenti mentre lavoro in cui mi diverto come un pazzo. I cani sono tutti simpatici, ma alcuni sono proprio buffi. Certi scoreggiano quando li prendi in braccio o gli tocchi la pancia. Si vede che si emozionano, mi fanno scompisciare. Sono esseri incredibili, non è un caso che in inglese il loro nome sia l’anagramma di Dio.
Il mio è un lavoro fatto di routine, di ripetizioni. Può sembrare una noia, ma per me è stata la salvezza.
E poi, in mezzo a questo tentativo di rimettermi in piedi, è arrivata lei. L’ho incontrata al Toschi, in centro, un pomeriggio qualunque. È dolce, riservata, praticamente l’opposto di tutto quello che sono stato io. Le ho offerto uno yogurt da bere, di quelli delle macchinette del latte della zona, non so se sono dappertutto, qui da noi ce ne sono un sacco.
Abbiamo iniziato a chiacchierare e frequentarci un po’ e lei mi ha fatto notare una cosa, qualcosa che nessuno mi aveva mai chiesto in quel modo: «Andrea, puoi parlare un po’ più piano? Senza urlare?» E poi, un’altra volta: «Non mi piace tanto quando bevi». Se l’avesse fatto un poliziotto o un operatore, gli avrei risposto con il mio solito repertorio di insulti. Ma lei me lo diceva perché le importava di me, si capiva. Così ho smesso di bere la birra da dieci gradi, quella che usavo per spegnere il cervello la sera. Poi ho tolto gli psicofarmaci e ora sto scalando il metadone. Non lo faccio soltanto per lei: lo faccio perché (anche grazie a lei e a Max e a Paolo e ai cani) ho scoperto che esiste un’altra versione di Andrea, una versione che non ha bisogno di urlare per essere ascoltata.
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Pubblicato per Piemme
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