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Antonello Saiz racconta “Blu” di Giorgia Tribuiani

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«Guarda il presente, Blu, guarda Ginevra nel bicchiere d’acqua, le sue labbra, non ha nessuna voglia di accettare tutto questo, prende un sospiro e dice: Vorrei essere buona. Meritarmi un po’ di bene.

Cos’è che ti fa paura, Blu?

Io. Le mie colpe. I colori che si corrompono. Le cose che si corrompono. Rovinare le cose. Immaginare il male della gente.»

Giorgia Tribuiani, Blu, Fazi Editore 2021

Sara Ricci, una mia amica editor, ha comprato Blu di Giorgia Tribuiani dopo una seguitissima diretta sulla pagina Facebook di Fazi editore.

Dopo pochi giorni ha scritto: “Questo è uno di quei libri che uno legge d’un fiato come irretito avvinto calamitato da una scrittura potente che si muove, impietosa e lucida, nel campo minato delle ossessioni con grande sensibilità. Una scrittura che non teme di essere affilata e crudele e che rivela al lettore, senza infingimenti, una parte di sé con la quale fare i conti. È nel solco di questa fragilità nella quale riconoscersi e non sentirsi alieni il senso di questo dono. Ed è questo uno dei motivi per cui a fine lettura viene voglia semplicemente di dire: grazie, Giorgia Tribuiani”.

Poche righe che raccontano molto della delicatezza e della liricità di questo romanzo – seconda prova dopo Guasti, uscito nel 2018 per Voland – che, unite a una certa crudezza inusuale, ben raccontano il disagio psicologico della protagonista Ginevra, detta Blu.

La complessità della protagonista, con le sue ossessioni e i suoi pensieri martellanti ci porta direttamente sulla scia di altre protagoniste incapaci di sentirsi adeguate o all’altezza, come accade nei migliori romanzi di Alba De Cespedes o Elsa Morante. Una voce coraggiosa e matura quella della mia amica Giorgia, che convince nel racconto di questa ragazza affetta da disturbi ossessivo-compulsivi.

Sono migliaia le persone affette da questa patologia in Italia e la maggior parte sono adolescenti, ma l’idea di una protagonista con una vita scandita da ritualità, manie e sensi di colpa poteva essere controproducente al racconto. Invece, Giorgia Tribuiani riesce benissimo, grazie a precise scelte stilistiche, a trascinarti per i capelli dentro la mente di questa ragazza e il suo abisso di dolore, il tutto con poche righe.

La chiamano Blu, la bambina nata da una risata mentre fa volavola con in genitori lungo via Marconi, a Bologna. A tre anni sente il nome di questo colore abbinato al gusto di un gelato.

Nelle prime righe del romanzo la ritroviamo a diciassette anni, che conta ogni minuscola azione che fa.

Ginevra detta Blu detesta l’ora di religione perché nessuno le si siede accanto, quando il prete dà a ognuno la libertà di mettersi vicino al proprio amico. Il banco alla sua sinistra resta sempre vuoto, a destra ha il termosifone, usato per riscaldare le pizze durante la ricreazione. L’arrivo della supplente di arte, Tiziana Castaldi, pare migliorare appena le cose: almeno intuisce lo straordinario talento artistico di questa adolescente, che si morde di continuo le unghie smaltate di blu. Ginevra sminuzza lo smalto con addosso un senso di colpa verso ogni persona che conosce, dalla madre al padre alla nuova compagna di quest’ultimo, Costanza, al fidanzato Roberto, ma soprattutto alla sorellastra Lea. Lea bella che, nel giorno del suo ottavo compleanno, l’ha insultata per compiacere agli altri invitati chiamandola “prosciuttona”.

Il sapiente utilizzo della seconda persona singolare nella narrazione, serve meglio a evidenziare uno sdoppiamento della personalità tra una Blu buona e una Ginevra cattiva in continua guerra psicologica. L’utilizzo di espressioni come “Che pena Blu” o “Povera Blu” scansiona il ritmo di questa voce che si parla nella testa – quasi fosse il disturbo ossessivo compulsivo a farlo – e si ammonisce, si punisce, si sacrifica, si ferisce. Ogni singolo gesto aumenta il male del mondo in questa continua fuga dai sensi di colpa.

Sono tutti buoni agli occhi di Blu, quella sbagliata è solo lei con i suoi brutti pensieri. La fragilità di questa ragazza lascia il segno nel lettore grazie all’utilizzo di questa scrittura innovativa e moderna, che a prima vista potrebbe apparire come un esercizio di stile, ma non lo è. Al lettore occorre molta concentrazione per leggere Blu ed entrare nel vortice profondo dei pensieri di questa ragazza.

Dopo Guasti torna ancora una volta la relazione tra Arte, Artisti e Fruitori. Qui è la violenza del processo creativo a essere esaminata, dal momento in cui Blu viene catturata e folgorata dall’esibizione di Dora Di Silvestro, in arte Dora Leoni, e ne esce profondamente turbata. Quando la professoressa Castaldi porta i ragazzi in un museo, Blu assiste a una performance di questo personaggio carismatico. Nell’esibizione performativa Dora Leoni è nuda all’interno di una vasca da bagno blu, di quelle sostenute da zampe di leone. Si insapona e si lava in un rituale di purificazione, mentre gli altoparlanti diffondono una voce che sussurra “Perdonami” e su un leggio vicino campeggia la scritta “Perdonatemi”.

Da quel momento Dora diventa l’oggetto delle sue compulsioni, l’oggetto del suo amore, in cui arriva a trovare sublimi persino i nei dell’artista e la sua pelle lattea. La Performance art incontra l’ossessione anzi, l’ossessione stessa si fa opera d’arte, da qui in poi. Blu si appassiona a questo movimento artistico, che entra a far parte della sua vita fatta già di insicurezze e riti scaramantici. Ai pupazzetti di peluche e alle medaglie del nuoto appese ai muri sostituisce le fotografie dei più grandi Performance artist.

Potrebbe essere la sua salvezza, l’Arte, invece diventa un’altra ossessione. Di più: diventa l’ossessione per eccellenza. Che la porta a gesti estremi, come una fuga di tre giorni per seguire un workshop a pagamento di Dora Leoni nel Lazio, come vendere le sue collane d’oro o mentire ai suoi genitori.

Inizia a esibirsi nella sua cameretta o nel bagno di casa dove arriva a mostrare le sue paure e i suoi pensieri, dove mescola il dolore fisico a quello interiore, in un crescendo che la fa sprofondare in un vortice ancora più profondo. La ricerca compulsiva delle attenzioni da parte di Dora, conduce Blu in un tunnel di dipendenza, fino alla scoperta brutale dell’indifferenza che prova per lei l’artista.

Nella mente contorta di questa ragazzina nascono interessanti disquisizioni su quella che è la Performance art, sulle relazioni attivate con ogni singolo spettatore, sul dove l’arte – più che un mezzo di salvezza – diventa lo strumento per dare sfogo al proprio dolore.

Le scelte stilistiche, fortemente volute dalla scrittrice, servono a rendere al meglio l’intreccio tra disagio mentale, sofferenza dell’arte e possibili risurrezioni. Si arriva in questo modo a un finale inaspettato, dove la saggia praticità della Castaldi scoperchia l’essenza del libro e la necessità di voler essere solo un poco più indulgenti verso sé stessi e, più che volersi bene, essere buoni e meritarsi un poco di bene. Pacificare i propri pensieri in un mondo che fa paura, dove il male della gente fa paura e le cose e i colori delle cose si corrompono continuamente.

La penna felicissima della mia amica Giorgia dimostra ancora una volta che se vuoi dire cose diverse, devi rompere certi schemi e cercare nuove vie e nuove formule, soprattutto nella scrittura. Essere capaci di scrivere cose e parole in maniera secca e dirompente.

Non è un romanzo autobiografico quello di Giorgia Tribuiani, come ci ha spiegato splendidamente durante quella diretta, ma a partire dall’esergo del drammaturgo e regista Antonin Artaud che lei sceglie come faro (“Credo che da me venne fuori un essere, un giorno, che pretese d’essere guardato”), c’è la necessità di dare una speranza ai lettori che, leggendo Blu, possano mostrare macchie, difetti, errori, cadute e sbagli e, allo stesso tempo, avere la possibilità che qualcuno, nonostante tutto, possa avere il coraggio di amarli.

A me è successo, perché dei disturbi di Blu ho patito anche io da adolescente nella mia Tramutola e poi all’università, a Bologna. Quando ho letto e sentito le intenzioni di Giorgia, mi sono commosso perché anche io ho avuto la mia Tiziana Castaldi a illuminarmi e un cuore che si è saputo prendere cura di me con i miei difetti e le mie ossessioni, salvandomi.

Leggetela, Giorgia Tribuiani, perché col suo Blu ha scritto un libro che tra qualche anno in tanti riconosceranno come un capolavorissimo.

Antonello Saiz

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