“Chi non considera gli artisti non è sensibile”. Intervista a Carla Mura

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Carla Mura

 Arrivo a Padova di mattina per incontrare l’artista Carla Mura nella sua casa-studio. Carla Mura, nata a Cagliari e vissuta a Roma prima di trasferirsi a Padova, compone quadri avvolgendo un supporto con chilometri di filo di cotone. Materiale antico e nobile. Il supporto – che può essere di legno, marmo, travertino o plexiglass – resterà un segreto, completamente vestito, ricoperto da innumerevoli giri di filo.

Arrivo al suo cancello, salgo un piano di scale e lei mi apre la porta. Ha i capelli lisci di colore biondo rossastri, occhi marroni sereni e un volto che conserva qualcosa di bambinesco. La casa è luminosa, il sole entra da grandi finestre e qualche oggetto all’ingresso testimonia l’esistenza della figlia, che ora è all’asilo. Entrando vedo un quadro grande, pieno di colori spalmati come schiaffi o carezze sulla tela.

Questa opera è tua?

Sì, si chiama Arpeggi naturali. Fa parte dei miei primi quadri, l’ho fatto a 26 anni, con le dita, in acrilico e spezie africane che avevo portato con me dopo un viaggio fatto in Tanzania. Ho impresso tutto sulla tela per non dimenticare mai, poiché è stata un’esperienza unica e molto emozionante.

Prima del filo è stata la pittura?

Sì, questo è stato il mio primo genere, astratto materico.

Come ti sei avvicinata all’arte?

Da piccola ho girato un po’ il mondo con i miei genitori e visitato tanti musei in molte città d’Europa e fuori come l’America. Inoltre mio padre aveva una scuola di musica a Cagliari e ho suonato lorgano elettronico dall’età di sei anni fino ai diciotto.

Ti piaceva?

Per pochi anni. A otto anni ho detto a mio padre che volevo smettere, ma lui – che era anche il mio maestro – non me l’ha permesso e mi ha fatto suonare sino ai diciotto. Questo è stato abbastanza traumatico. Comunque, averlo praticato per così tanto tempo, credo abbia instaurato in me una manualità e un bisogno di manualità che mi sono rimasti nel tempo. Diventata maggiorenne ho potuto decidere di smettere di suonare e l’ho fatto.

E da lì?

Ho fatto le scuole magistrali e subito dopo ho iniziato a lavorare in una agenzia pubblicitaria. Se avessi continuato gli studi universitari, avrei fatto psicologia, che mi intriga molto.

Ho lavorato dai diciotto ai trentadue anni nel marketing e pubblicità, con pianificazione media campagne pubblicitarie per clienti e ho venduto spazi pubblicitari per giornali importanti, in Sardegna e successivamente a Roma, imparando molto dal mondo della comunicazione.

La pittura quando arriva?

A ventisei anni sono andata a vivere da sola e subito ho iniziato a dipingere. È stata una volontà impellente e non ho mai smesso. Da lì a poco ho fatto la mia prima mostra.

Com’è nata?

Me la propose e organizzò il mio corniciaio del momento. Una mostra molto bella, ambientata nei colori dell’Africa. Altri galleristi hanno visto la mostra e hanno iniziato a chiamarmi, e così ho cominciato a partecipare ad altre mostre, sia collettive che personali in Gallerie d’Arte importanti e rinomate della Sardegna.

Slowly, filo di cotone su tela, cm 80 x 80, 2015

 Quando sei passata al filo?

Nel 2004. Ho visto una rocca di filo di cotone in un mercato di antiquariato, a Roma, e ho iniziato. Mi è piaciuto subito questo materiale, nel quale riesco a trovare qualunque motus d’animo mio. Ho iniziato con il bianco e nero. All’inizio ho fatto anche un po’ di lavoro concettuale, con elementi fuori dal quadro, un ragno tutto di nodi per esempio, a significare “le trappole” in cui ci troviamo a volte, involontariamente, nella nostra vita.

Hai mai usato il telaio?

No, non l’ho mai usato. Il filo fa tutto il giro del quadro, ci sono chilometri e chilometri di filo in ogni opera. Dietro ci sono tutti i nodi fatti per ogni cambio di direzione e di colore con tecniche mie molto diverse tra loro.

Un’opera a sé.

Sì, potrebbe essere, anche se nell’incorniciarli vengono coperti, il retro non mi interessa per comunicare qualcosa.

Cos’è l’astratto?

L’astratto è espressione emotiva, che viene fuori in modo più puro che nel figurativo, dove è più pensata, più razionale, più calcolata o progettata.

C’è una rappresentazione previa, una bozza?

Le mie architetture sono spontanee. Non c’è una composizione previa né un disegno. Ho sempre avuto un senso estetico forte, e questo mi guida nella scelta delle forme e dei colori.

Come si guarda l’astratto? Va capito?

Per capire l’idea dell’artista devi conoscerlo, conoscere la sua storia, il suo percorso. Come succede con la pittrice messicana Frida Kahlo, per esempio: capisci la sua opera se conosci la sua storia. Sono una cultrice del conoscere l’artista, la sua storia, il suo carattere, credo che questo faccia la differenza per comprendere il “significato” dell’arte di ognuno di noi.

Non puoi sapere tutto, ma a me piacerebbe che nel tempo la gente – oltre agli appassionati che lo fanno da sempre – si interessasse a capire il percorso dell’artista. A quel punto l’opera ti può dire e dare qualcosa in più, sicuramente.

Se dovessi parlare di un tuo soggetto?

Mi piace molto fermare il tempo, come se i quadri fossero un frame, una fotografia. Fermare il tempo e realizzare “immagini” di elementi che non sono comuni, qualche dettaglio, qualche particolare che c’è in natura o nella tecnologia. Il mio quadro Ponte, per esempio, in blu, bianco e nero, è il dettaglio di un ponte visto in America nella sua essenzialità architettonica e strutturale.

Parti da un tema?

A volte scelgo la tecnica (sempre a ispirazione spontanea) altre volte scelgo anche il tema che voglio sviluppare. Se desidero portare avanti un discorso, vado sul tipo di tecnica che mi porta lì; poi inizio a lavorare e a mano a mano il quadro viene fuori.

Tutti i quadri sono opere d’arte?

Non credo. L’opera d’arte ha uno “spessore” maggiore, un’altra importanza, avrà successo nel tempo. Dovrebbe essere “perfetta” rispetto agli stili canonici artistici mondiali e storici. Un discorso difficile da fare, ma fondamentale per distinguere l’arte e i veri artisti da persone che fanno bricolage casalingo.

Chi o cosa la consacra?

La bellezza.

Com’è la vita dell’artista?

Tanti pensano sia un lavoro facile, una vita sregolata, invece basta leggere certe biografie per capire che quella dell’artista è più una vocazione, che richiede costanza, organizzazione, sacrificio. È la scelta di non fare cose che forse sarebbero più semplici. Vuol dire proseguire nella tua strada artistica e non poterne fare a meno, spiegato in modo semplice.

Poi il successo è un’altra cosa.

Da cosa dipende il successo?

Ci vuole tempo, a volte fortuna. Nel tempo dimostri che il tuo non è un capriccio, ma passione pura che ti viene da dentro. A volte il successo arriva dopo troppo tempo o solo post mortem, e questo lo trovo ingiusto. Credo che molta sia anche la fortuna: a volte un quadro si vende bene così come merita. Da lì si apre una strada proficua e una stima generale. Poi aiuta la comunicazione, sempre, cosi le persone imparano a conoscere te e il tuo linguaggio.

Un desiderio?

Parlando di comunicazione, mi piacerebbe che nelle pubblicazioni, nelle riviste, sui quotidiani o in televisione ci fosse meno gossip e più arte. La gente la educhi – questi sono mezzi potenti. Se li abitui al gossip praticheranno questo nel tempo, se li abitui all’eleganza, all’arte seguiranno quella per calcoli elevati di probabilità. Quindi perché non farlo? Perché non dare al mondo la possibilità di essere più raffinato, più colto e quindi più bello? Collaborare così all’educazione del gusto dei lettori e, in questo modo, alla loro possibilità di rispecchiarsi e di sentire, di scegliere.

Vorrei anche che ci fosse più coraggio da parte di galleristi o critici nel mondo dellarte (ne conosco tanti) nel buttarsi a promuovere qualcosa di nuovo, non mettersi spesso in competizione con l’artista per diventare loro stessi più conosciuti. Anche perché se un artista va avanti, di conseguenza andranno avanti anche loro.

Quest’anno abbiamo perso tanti critici d’arte come Daverio, Celat, Lea Vergine, personalità veramente di rilievo soprattutto perché avevano una grande sensibilità. Il critico non può prescindere da questo, a mio avviso. Chi non considera gli artisti non è sensibile, è solo una persona come tante altre, arida di sentimenti. Devi fare la differenza. Tanto, a lungo andare si vedrà.

Progetti futuri?

Nel mese di Novembre ho una mostra in Abruzzo, nel Museo delle Genti d’Abruzzo, con un’asta di beneficienza per sostenere il museo stesso. Parte adesso un nuovo progetto con sede a Düsseldorf di una galleria virtuale, Inwomengallery, interamente dedicata alle artiste donne, i cui proventi andranno in parte a una associazione di donne vittime di violenza. Discorso a cui sono molto sensibile e che sosterrò sempre, perché a oggi è incredibile assistere ancora ad atti di violenza di questo tipo. L’emancipazione di tutti dovrebbe annullare ogni sorta di conflitto e violenza. Poi ho vari progetti su Milano, che è sempre una città attiva in modo costruttivo.

Intervista a cura di Mercedes Viola

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