Derek Raymond: tutti muoiono soli

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“Non so perché le vite vadano in pezzi, perché le persone si separino, perché si distruggano; fa parte della mia indagine a partire da me stesso. Le persone s’incrociano, e quando succede, si legano con passione, incapaci di spiegare però all’altro il loro passato, lasciando così un deserto d’incomprensione”.

La verità profonda di una società è nei crimini da cui pretende di difendersi e in quelli che, in qualche modo, tollera o finge di non vedere, svelando così i propri bisogni e desideri nascosti, che attraverso meccanismi economici sotterranei, la collegano al mondo del crimine. Il noir per Raymond divenne un mezzo per esplorare questa frattura della società.
Robert William Arthur Cook, di famiglia ricca, fu irreggimentato, senza successo, prima a Eton poi nel National Service, e ben presto il giovane rampollo inglese abbandonò il castello dei genitori per una vita errabonda: Francia, Spagna (dove finì in prigione), Olanda, New York sono le tappe che lo condussero a una vita fatta di lavori precari come la sua vita. Dopo il 1980 divenne noto come Derek Raymond e nel 1984 pubblicò il primo libro della serie della Factory (“E morì a occhi aperti”): un sergente senza nome indaga su omicidi spesso efferati, violenti, ma compiuti su vittime di basso profilo (una poco velata critica all’operato di Scotland Yard).
Per Raymond, qui sta la sua bellezza e la sua potenza emotiva, ogni azione umana è un’affermazione di autonomia. L’indipendenza, come l’atto d’amore, è nata dal bisogno di comprendere ed essere compresi. “Dove c’è un linguaggio comune, gli uomini vivono felici, mentre dove non c’è, un uomo può creare un’esplosione con un romanzo, un altro con una bomba. Come gli amanti creano, gli assassini distruggono. Gli amanti sognano la luce e si fondono l’uno nell’altro, mentre gli assassini sognano le tenebre e passano attraverso il corpo dell’altro”.
Quando Raymond parla dei perdenti, gli emarginati dalla società, i fuoriusciti, gli “evaporati”, lo fa con profonda empatia, perché Raymond stesso è stato un “evaporato”. Questa conoscenza intima del dolore o, peggio, della più totale disperazione si è riversata nella sua scrittura e nei suoi romanzi, che nascondono più colpi allo stomaco di una rissa sfrenata. Per Derek Raymond l’origine del noir è nel suo modo di accostarsi alla morte. Nei romanzi di Raymond una struttura portante della scrittura risiede nel desiderio di accompagnare i lettori all’interno della storia fino al cadavere, che non è una trovata per un giallo o un thriller alla Patricia Cornwell, ma è il corpo di una persona. “Il noir non ha nulla a che fare con la parte commerciale dell’industria editoriale, né con le effusione sentimentali di tardone che non perdono di vista l’andamento delle vendite. Lo scopo del noir è portare le persone in mezzo alla tempesta di fango che c’è appena fuori dalla porta di casa. Il noir esiste per far vedere agli uomini cos’è la vera disperazione: le piccole, buie stanze dove ogni uscita è sbarrata”.

Il quarto romanzo della serie della Factory, “Il mio nome era Dora Suarez” (1990) rappresenta per l’autore, oltre che per molta parte della critica, il punto più elevato della sua produzione letteraria. Il romanzo è stato “la mia espiazione verso cinquant’anni di indifferenza nei confronti della condizione umana, è stato un viaggio spaventoso attraverso le mie colpe e quelle degli altri. Immergendomi nel male, la stesura di ‘I was Dora Suarez’ mi ha indotto a cercare di purificare ciò che di malvagio era in me. E’ stato solo dopo che l’ho terminato che l’ho capito, all’epoca ero troppo coinvolto nella battaglia che il libro era diventato per accorgermene. E’ strano come la mia vita adesso sia divisa in due parti: prima e dopo di ‘I was Dora Suarez’. E’ come riprendersi dopo un grave esaurimento, ed è meglio non guardarsi indietro”.

Qualsiasi cosa si voglia pensare del valore artistico della produzione di Raymond, è indubbio che “Stanze nascoste” (Meridiano Zero – ed. or. 1992, “Hidden Files”), da cui sono tratte tutte le citazioni che avete letto, rappresenti la più sincera dichiarazione di poetica letteraria e sia, insieme, una straziante testimonianza di vita: è l’autobiografia di un uomo che ha sempre combattuto. Raymond conobbe la povertà e passò molto tempo ai margini della società, strappando erbacce come netturbino o potando le vigne per riuscire a sopravvivere. Per Raymond siamo nati per essere sfruttati e il noir ne mostra le conseguenze. Morì, nel 1994, due anni dopo aver scritto queste righe in cui spiega se stesso e l’origine della sua scrittura: “La disperazione non va di moda, c’è da stupirsene? Tuttavia la disperazione è l’animo del noir, che l’ha sempre saputa riconoscere negli altri. Il noir è la risposta della letteratura a quelli che sono sfruttati o trattati ingiustamente. Nel frattempo stando dalla parte degli invisibili, il noir esprime non solo rabbia e tristezza per loro, ma anche per l’Occidente intero che è scomparso nei computer, banche, uffici, auto sportive, mentre gli altri sopravvivono estirpando erbacce alla stazione di Millau e restando a guardare quelli che prendono il treno. […] Tuttavia il noir non è senza speranza, perché uno dei suoi obiettivi finali è strappare, in un amplesso proibito, l’impossibile dalle fauci della disperazione”.