Guy Debord e l’opera cinematografica

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Ridurre a uno [secondo il rasoio di Occam che indica di non moltiplicare gli enti oltre la necessità, entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem] quaderni e quadernetti e fogli sparsi dove ho appuntato cose che non comprendo più; quanta passione però, che fiducia nelle parole altrui, l’assenza di cinismo mi sorprende e l’esagerata fiducia e speranza negli altri.

Trovo un testo di Giorgio Agamben (Ginevra, 1995, a proposito di Guy Debord): «Evito espressamente la formula “opera cinematografica”, perché egli stesso ha escluso che ce ne si possa servire a suo riguardo. “A considerare la storia della mia vita – ha scritto in In girum imus nocte et consumimur igni (1978) – vedo ben chiaramente di non poter fare ciò che si chiama un’opera cinematografica”.

D’altronde credo non soltanto che il concetto di opera non sia utile nel caso di Debord, ma mi domando soprattutto se oggi, ogni volta che si desidera analizzare ciò che si chiama un’opera (che sia letteraria, cinematografica o altro), non occorra mettere in questione il suo stesso statuto. Invece d’interrogare l’opera in quanto tale, penso che occorra domandarsi quale relazione vi sia tra ciò che si poteva fare e ciò che è stato fatto. Una volta, dato che ero tentato (e lo sono ancora) di considerarlo un filosofo, Debord mi ha detto: “Io non sono un filosofo, sono uno stratega”.»
Ecco, più che di filosofi di strateghi necessita il mondo, ma, ovvio a dirsi, non certo condottieri militarizzati, ma come direbbe il mio amico greco Nico Athanassopoulos (giocatore di scacchi), creatrici di “stratagema”.

Luca Sossella