Il dono dei morti

Home / Rubriche / Racconti in bottiglia / Il dono dei morti

Era un vecchio scrittore un po’ tocco che si aggirava tra i reparti di neonatologia dei vari ospedali, s’incantava dietro i vetri delle nursery dove gli infanti trascorrevano beati le loro primissime ore di vita. Quelli, per lo scrittore, erano i lettori del futuro, gli unici che un giorno avrebbero potuto leggerlo. Proprio così, lo scrittore era persuaso che i suoi romanzi, che pure andava pubblicando con ritmo serrato, non fossero destinati ai suoi contemporanei, bensì ai lettori di domani, a quelli di là da venire o, appunto, agli appena nati. “Il pubblico naturale della mia opera sta nascendo in questi anni, ancora non sa leggere”, disse una volta alla radio. I dottori e le ostetriche chiudevano un occhio e lo facevano passare. Ormai lo conoscevano e sapevano che lo scrittore s’intratteneva giusto il tempo di buttare un occhio nelle cullette da cui spuntavano manine e piedini paffuti, perché, come sosteneva André Gide, la letteratura era «il dono dei morti». Ma poi uscì un nuovo romanzo, lo lessero in molti, diventò un best seller. Lo scrittore s’incupì, e insieme al successo crebbe anche il suo malcontento. Non capiva che cosa fosse andato storto, per quale ragione la sua letteratura improvvisamente fosse diventata di consumo, estemporanea, fatta per l’oggi. “Dove ho sbagliato?” si chiedeva in continuazione, guardando i neonati, tutti quei bambini in fasce che mai avrebbero letto i suoi libri, perché chiaramente non valevano nulla, erano acclamati nel presente, riguardavano ed entusiasmavano quei cretini dei suoi contemporanei. La goccia che fece traboccare il vaso fu il giorno in cui l’editore lo chiamò per comunicargli che il libro stava per essere venduto anche all’estero: “Lo vogliono i tedeschi, i francesi e gli spagnoli. Il tuo romanzo piace veramente a tutti!”.

Lo scrittore avrebbe potuto fare una sola cosa per tentare di porre rimedio a quella situazione imbarazzante, sottrarsi all’effimero, sfasare il tempo, allontanarsi da tutta quella gente che ormai lo fermava per strada per chiedergli un autografo: diventare postumo.

S’impiccò a una trave del soffitto, in tutta fretta, restituendo ai suoi libri il mistero di essere «il dono dei morti».

Luca Ricci