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Pornodiem 

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Il desiderio è ciò che resta.
Vive nella sospensione, nella distanza, nella possibilità.
Abita il gesto che si trattiene, lo spazio tra i corpi, il tempo che precede.
È tensione, è durata.
È presenza che si espande.
Pornodiem è questo spazio.
Un luogo in cui l’eros si fa linguaggio
e il linguaggio prende corpo.
Il cinema lo costruisce con precisione — da “In the Mood for Love” a “Eyes Wide Shut” —: la distanza genera intensità, l’attesa amplifica lo sguardo.
La letteratura lo attraversa e lo trasforma.
In “L’amante”, il desiderio è memoria viva.
In “Frammenti di un discorso amoroso”, si moltiplica, si rinnova.
Il desiderio si muove.
Devia.
Ritorna.
Jacques Lacan ne individua il nucleo: nasce da ciò che manca e da lì si alimenta.
La mancanza diventa energia, direzione, immaginazione.
Il presente espone, accelera, rende tutto disponibile.
Pornodiem sceglie un altro ritmo.
Rallenta.
Scava.
Restituisce profondità allo sguardo.
L’eros prende forma nell’attrito, nell’opacità, nel limite.
Georges Bataille lo riconosce come tensione vitale, come vertigine consapevole.
Alcuni corpi abitano questa soglia.
Monica Bellucci.
Tilda Swinton.
David Bowie.
Presenze che trasformano l’apparizione in linguaggio,
l’identità in forma aperta,
l’immagine in interpretazione.
Pornodiem è una soglia.
Uno spazio di attraversamento.
Il corpo è segno.
Lo sguardo interpreta.
Il desiderio si racconta.
Ogni uscita è un movimento.
Un tema che si apre.
Un’immagine che resta.
Il compimento chiude.
La possibilità espande.
Pornodiem vive in questa espansione.
Il desiderio non finisce.
Cambia forma.
E continua a chiamarci.

Francesca Mezzadri

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