“La parola è un gesto, una mano tesa, per aiutare a rialzarsi chi è caduto”.
È in libreria La Scortanza di Remo Rapino (Minimum fax 2025, pp.151, € 17).
Remo Rapino (1951) ex insegnante, con Minimum fax ha pubblicato Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (2019), vincitore del Premio Campiello, Cronache dalle terre di Scarciafratta (2021) e Fubbàll (2023), vincitore del Premio Gianni Mura.
Rapino con una scrittura viva, carica, sporca, colorata e sofferta racconta la crudezza che la vita ci serve, un menu con opzioni che spesso non possiamo neppure scegliere cominciando dal nostro nome.
Presagi come un volo di una consigliano viaggi in America:
“Già mi vedevo ricco e dollaroso a guidare automobili lunghe metri e metri, con a fianco donne con i vestiti eleganti, sempre bionde, whisky, un sigarone tra le labbra, una pistola: finalmente avrei potuto cambiare nome, che a me 46 mi piaceva Johnny o pure Jack, che fa più cattivo ancora. Uno che si chiama così può rientrare facile, pistola alla mano, nel giro grosso delle cose proibite”.
Si legge un senso di cinismo allegro e arreso:
“Vita, morte e miracoli sono la stessa cosa, ogni viaggio è sempre un naufragio”.
Troviamo un senso della vita che ricorda le atmosfere de Il Gattopardo nel letto di morte del principe Salina:
“Se sono tante le morti, tante saranno pure le vite. Che forse era cosa di verità: si deve morire tante volte, ogni giorno, per poter vivere una vita intera, con la speranza di ricordarsela, almeno qualche pezzetto, ché solo i giorni ricordati sono quelli che contano”.
E poi il senso della fine di qualcosa:
“A volte ci si salva, e si vive, solo per raccontare e raccontarsi, per tenere lontana la morte, per salvare dalla scordanza qualcosa o qualcuno, per cogliere il senso profondo e la bellezza, spesso nascosta, del vivere. Prima che giunga, irrimediabilmente, il tempo della scortanza”.
Trionfa un pensiero che strozza lo scrittore che non ammette pause, che si spande in subordinate vivaci che si rincorrono raccontandoci storie di desideri, di gioie e di disperazioni.
Una scrittura che è servizio, bisogno e sentimento che ci tiene vivi e mantiene lontana la scortanza.
Carlo Tortarolo
#
Ma la ruota della giostra gira e rigira, in ultimo, senza un motivo preciso, si ferma, una voce mai sentita prima fa il nome tuo, pure se è Rosinello, e t’invita
a salire. A me la storia capitò con una voce da gallina scema, una cosa sgraziata, che scendeva dal terzo piano dell’Ufficio Provinciale della Bonifica. A quell’ufficio ci sono stato solo due volte, e sempre di fronte mi son trovato una faccia appiattita come quella di una civetta, il capoccia del personale: un nasone lungo e affilato da pesce spada, due occhietti spremuti dietro le lenti doppie da cecato abituale, un capello di riporto come quelli che non hanno mai usato la brillantina Linetti. La prima volta feci a salto le scale, a quattro a quattro, per essere assunto, e la seconda le discesi, una ad una, con la lettera di licenziamento in tasca. Proprio una bella calata dal terzo piano alla strada: decisione necessaria e dolorosa, dicevano quegli scienziati abusivi, ’na trinciata d’ossa e dolorosa, ma solo per me, Rosinello Capobianco.
Quell’avventura toccata e fuga, però, m’è stata bastante per capire come funziona l’attrezzatura lavorativa. Di quel lavoro, tra terra e cielo e aria fresca nei polmoni, mi porto dentro, comunque, anche parecchie belle ricordanze. L’unica fastidiosità era che mi dovevo alzare quando era ancora notte, e d’inverno la cosa faceva dolore alle ossa e tristezza ai sentimenti. Ma quando dal cielo calava la prima luce io me ne stavo bello bello, come un papa, in mezzo alla campagna, camminavo a passi lenti per le colline e aprivo, anche se ci voleva una forza esagerata, pompe rumorose e grossi rubinetti cigolanti, che la ruggine, tra quelle ferraglie, ci faceva casa e bottega. Era contentezza di cuore ascoltare l’acqua, che dopo la scurata nera della notte usciva e cantava che pareva un coro di bambini felici. I ruscelletti d’acqua se ne andavano per fossati e cunette a portare sorrisi di contentezza alla terra secca, l’erba si faceva più verde, i fiori di campo ridevano, i campi di grano brillavano d’oro, segale e foraggio fin dove l’occhio poteva arrivare, che poi nella vallata ci allignavano frutteti, pesche, arance, filari di ulivi pronti per dare l’olio buono, vigneti che già si portavano tra le foglie l’odore del vino nuovo. Io ero il re di un regno solo mio, i contadini mi volevano bene, mi invitavano a casa loro per un bicchiere di rosso, fave e formaggio, e molte volte la sera mi riempivano la bisaccia di pomodori, cipolle, qualche salsiccetta, un tocco di lardo e chicocce, peperoni, insalate, cascigni, cicorie e biete, scarola e carciofi, insomma tanta roba buona e vitaminosa, naturalmente a seconda della stagione. Che poi tutte quelle primizie le spartivo con quei quattro gatti morti dei Cerchitelli, sempre buste piene, ma in cambio mi tornavano indietro appena appena due grugniti, quattro borbottamenti più ’na racazza catarrosa e mai, non ci pensate proprio, macché, un grazie dei fiori, niente di niente, manco per finta gli usciva, a quelli là, un bravo Rosinello, bella mossa, ma appena appena, con gesto veloce, un prendi, incarta e porta a casa. Ci stava, però, pure il rovescio della medaglia, che la cafonizia, nel suo complesso, non era mai contenta: chi la voleva cotta e chi la voleva cruda, chi voleva più acqua e chi si lamentava per le tasse, ognuno a sacramentare a modo suo perché non pioveva abbastanza o
pioveva troppo, come se la colpa era mia, quasi che ero seduto alla destra di Diopadre, io Rosinello Capobianco suo unico figliolo. Ma a me da un orecchio mi entrava e dall’altro mi usciva, ed ero così bravo a farmi i cazzi miei che quelli, a un certo punto, come facevo giubbino all’ascolto si credevano che ero sordo, e mi veniva da ridere sotto i baffi, anche se non ce li avevo e pure perché un poco sordicchio ci ero veramente.
#
La scortanza
© Remo Rapino, 2025
© minimum fax, 2025
Tutti i diritti riservati