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Sabrina Ginocchio. Segni oltre la finestra

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Diversi sono i generi letterari ai quali si può ascrivere questa prova (riuscitissima) di Sabrina Ginocchio: romanzo – breve o di formazione -, raccolta di racconti oppure anche – termine tratto direttamente dalla Prefazione di Paola Peretti – “metaraccolta”.

Proveniente dalla narrativa per l’infanzia e per ragazzi, Sabrina, nella decisione di misurarsi con un’opera più “matura”, opta – io ritengo per la sua evidente dimestichezza coi mezzi di cui ora dirò – per l’impostazione, dopo una prima parte, intitolata “Il potere dell’istante” (pagg. 9-36), che traghetta verso il cuore di quest’opera, che è la seconda parte, “La matrioska dei racconti” (pagg. 37-138), per la forma del racconto breve che inizia e si conclude tematicamente nel giro di poche pagine, ma che pure, ai fini della comprensione dell’opera nel suo complesso, non è del tutto scollegato da quanto lo precede e nemmeno da quanto lo segue, accompagnato da delle illustrazioni (opera di Alessandra D’Amico) che, alla comprensione complessiva di cui sopra danno valenza di globalità!

Sì, perché le illustrazioni, tra le pagine di Segni oltre la finestra, ricoprono esattamente la stessa importanza della parola scritta; anzi: per una delle due protagoniste della metaraccolta, Margherita (l’altra è Silvia), fungono da unica modalità d’espressione, non per obbligo od imposizioni di sorta ma per libera scelta (anche se, forse forse, non liberissima, ma non proseguo oltre).

Ed è a maggior ragione per questo motivo che da questo libro si può desumere il valore essenzialmente salvifico della parola: è infatti dai disegni inviati da Margherita, giovane detenuta ventenne che sta pagando il suo debito con la giustizia, che Silvia, maestra elementare di Verona in pensione che ha deciso – un po’ per passatempo e un po’ per curiosità – di accogliere la proposta letta su di un giornale, quella di diventare amica di penna di una detenuta, fa scaturire quei racconti che sono il fulcro essenziale della narrazione; peccato che Margherita, almeno inizialmente, non abbia alcuna intenzione di diventare amica di penna di chicchessia: “ […] per quanto mi riguardava la cara Silvia avrebbe potuto puntare da un’altra parte la sua penna e farsi i cavoli di qualche altra detenuta […]” è il pensiero che prende una delle due protagoniste alla ricezione della prima lettera da parte dell’altra.

Insomma, se ad ogni disegno – una delle pochissime espressioni dell’umano intelletto a non aver bisogno in nessun caso della parola, scritta o parlata che sia – di Margherita, Silvia risponde con un racconto (una “struttura narrativa” della quale, invece, le parole sono materiale di costruzione primario, anzi, unico, dalle fondamenta al tetto) ad esso ispirato, significa davvero che – nonostante sovente se ne pronuncino di decisamente inutili e ad abundantiam – le parole sono un (meglio: il) tratto essenziale dell’umanità!

È infatti in questo modo che si svolge lo “scambio epistolare”: a un disegno di Margherita, che la propria abilità ha modo di incrementarla in carcere, dove si fa convincere, dalle sue tre compagne di cella – che però, per normalizzare un poco la situazione, definisce “coinquiline” – a seguire un corso di grafica, risponde Silvia con poche parole di saluto/introduzione – non mancando di lamentarsi, per quanto bonariamente, del fatto che, da quella che sembra aver oramai accettato di essere sua amica di penna, non riceva mezza parola neanche per sbaglio – che lasciano subito spazio al racconto, tematicamente ispirato al disegno arrivato!

Ecco perché ho voluto sottolineare il fatto che parola (in questo caso scritta) e disegno hanno lo stesso identico valore all’interno dell’ “economia” del romanzo: Alessandra D’Amico non ha aggiunto le illustrazioni ad un lavoro fatto e finito, bensì la composizione della parte “principale” di Segni oltre la finestra, la seconda già menzionata, ha seguito un iter molto vicino a quello narrato tra le pagine, allo scambio Margherita/Silvia.

Un testo che Sabrina consiglia di leggere in maniera dilazionata nel tempo, al fine di dare un senso ulteriore alla tematica dell’attesa epistolare: io ammetto di non averlo fatto, ma, nonostante tutto – accogliate o meno il suggerimento dell’Autrice -, una volta terminata l’ultima pagina vi rimarrà dentro la bella sensazione di esservi riappropriati, almeno per un pochino, di un ritmo che la vita postmoderna frenetica ci impone di ritenere sbagliato, ma che è, invece, semplicemente quello che era la normalità vivere fino a qualche decennio fa!

Alberto De Marchi

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