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Maggie O’Farrell anteprima. Nel nome del figlio. Hamnet

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C’è una casa che respira piano, a Stratford-upon-Avon.
Di giorno è piena di voci, di odori, di mani al lavoro; di notte trattiene il fiato.

Nell’estate del 1596, il silenzio entra da una porta rimasta aperta. Una bambina brucia di febbre, un bambino corre, chiama, spera. La madre è lontana, piegata sulla terra, intenta a leggere nelle erbe ciò che il mondo non sa dire. Il padre è a Londra, divorato da un’altra fame. Da qui comincia Nel nome del figlio. Hamnet. O forse da molto prima, da un’assenza che non smetterà più di fare rumore.

Riletto oggi, in occasione della nuova edizione del romanzo e dell’uscita cinematografica italiana, Nel nome del figlio. Hamnet (Guanda 2026, pp.352, € 19,00, traduzione di Stefania de Franco) si rivela per ciò che è sempre stato: un libro scritto in ascolto. La scrittura di Maggie O’Farrell avanza come una marea lenta, si ritira, torna a colpire gli stessi punti, lasciando sulla riva schegge di dolore. Nulla è spiegato fino in fondo; tutto è percepito.

La sua scrittura è fatta di corpi prima che di eventi. Mani che lavano, che impastano, che curano. Polmoni che respirano aria malata. Odori di pelle conciata, di brodo caldo, di lenzuola umide. Il tempo non scorre diritto: si piega, si incrina, si ripete. Come accade nella memoria, come accade nel lutto. Anche per questo Shakespeare non ha nome. È “il marito”, “il padre”, “il maestro di latino”. Sottrarlo al mito significa restituirlo al silenzio delle stanze, all’imbarazzo delle distanze, alla colpa muta di chi arriva sempre troppo tardi.

Al centro c’è Agnes. Non una figura storica, ma una presenza. O’Farrell la scrive come si scrivono le creature dei margini: con una lingua che sfiora il folklore senza mai nominarlo davvero. La foresta è una soglia. Il soprannaturale non irrompe, filtra. Tutto vibra in una zona intermedia, dove la natura osserva e la perdita mette radici.

Nel nome del figlio. Hamnet è un romanzo sul dolore, ma soprattutto sul modo in cui il dolore cambia forma. Sedimenta. Diventa gesto, distanza, parola non detta. La prosa di O’Farrell è trattenuta, necessaria, e proprio per questo colpisce: perché ogni frase sembra scritta dopo aver tolto il superfluo, come se il linguaggio stesso avesse imparato a portare il peso.

Alla fine, resta una casa. Restano dei nomi che cambiano. Resta una storia minuscola, quasi cancellata, che attraverso la scrittura trova un’eco più lunga della vita. La scrittura di O’Farrell non illumina: accompagna nell’ombra. E insegna che certe perdite non chiedono consolazione, ma ascolto.

Nancy Citro

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Judith è stesa sul lettino e le pareti si gonfiano e tornano dritte. Avanti e indietro, avanti e indietro. Nell’angolo, le colonnine del letto dei genitori si torcono

e fremono come serpi, il soffitto s’increspa come la superficie di un lago, le sue stesse mani le sembrano troppo vicine e poi lontanissime. La linea dove si incontrano il bianco dell’intonaco e il legno scuro dei travetti luccica e si rifrange. Ha il viso e il petto bollenti, in fiamme, coperti da un sudore denso, ma i piedi gelidi. Trema, e durante le convulsioni vede le pareti chinarsi verso di lei, stringersi intorno a lei, poi ritrarsi. Per fermare i muri, le colonnine sinuose e il soffitto mobile chiude forte gli occhi. Non appena lo fa è altrove. In tanti luoghi contemporaneamente. Attraversa un prato, la mano avvinghiata a un’altra. Di sua sorella Susanna. Ha dita lunghe e un neo sulla quarta nocca. A quella mano non va di essere stretta: le dita non si piegano sulle sue, restano rigide e dritte. Judith deve metterci tutta la forza che ha perché non le sfugga. Susanna avanza nell’erba alta a grandi falcate e a ogni passo strattona la mano. Se la lasciasse, Judith rischierebbe di sprofondare sotto l’erba. Potrebbe perdersi e non essere mai più ritrovata. È importante – cruciale – non mol- lare la presa. Mai lasciar andare quella mano. Più oltre, lo sa, c’è il fratello. La sua testa sbuca dall’erba e affonda. Hamnet ha i capelli color grano maturo. Saltella nel prato davanti a loro come una lepre, come una cometa. Poi Judith è in mezzo a tanta gente. È una notte fredda e il bagliore delle lanterne squarcia le tenebre gelide. Potrebbe essere la fiera della Candelora. È tra la folla ma la sovra- sta dall’alto, seduta su spalle forti. Le spalle di suo padre. Lui la tiene per le caviglie e lei gli stringe le gambe intorno al collo, le mani sepolte nei capelli scuri e folti ereditati da Susanna. Judith giocherella con il cerchio d’argento che il padre ha all’orecchio sinistro infilandoci il mignolo. Lui ride – lei sente il boato della risata, simile a un tuono, passare dal suo al proprio corpo – e scuote la testa per far tintinna- re l’orecchino contro l’unghia della figlia. Ci sono anche la mamma, Hamnet e Susanna, e la nonna. Il padre ha scelto di portare lei sulle spalle, solo lei. La luce si fa accecante. Bracieri luminosi ardono intensi attorno a una pedana di legno sistemata in alto, in corrispondenza dei suoi occhi. Lassù ci sono due uomini vestiti d’oro e rosso, con nastri e nappe, cappelli alti e volti bianchi come il gesso, sopracciglia nere e labbra rosse. Uno emette un urlo acuto e lamentoso e scaglia una palla dorata all’altro, che fa la verticale e l’afferra con i piedi. Il padre le lascia le caviglie per applaudire e Judith si aggrappa alla sua testa. Ha il terrore di cadere all’indietro nella folla brulicante e irrequieta, che sa di buccia di patate, cane bagnato, sudore e castagne. L’urlo l’ha fatta sobbalzare. I bracieri non le piacciono, le sopracciglia frastagliate degli uomini non le piacciono, niente di quella scena le piace. Comincia a piangere in silenzio e le lacrime scivolano lungo le guance e si posano, come perle, fra i capelli del padre.

Susanna e la nonna non sono ancora tornate. Mary si è fermata a parlare con una parrocchiana: si scambiano saluti e convenevoli e si danno pacche sul braccio, ma Susanna non ci casca. Sa che alla signora sua nonna non piace, non la smette di guardarsi intorno, voltarsi, chiedersi se qualcuno l’abbia vista chiacchierare con Mary, la moglie del guantaio caduto in disgrazia. In città, lo sa bene, tanti vecchi amici attraversano la strada pur di scansarli. Va così` da anni, ma da quando il nonno è stato multato perché non si presentava più in chiesa molti hanno smesso di fingersi cortesi e li incrociano senza neppure degnarli di uno sguardo. Susanna nota che la nonna si è piantata davanti alla signora per impedirle di proseguire, di evitarle. Si accorge di tutto. Quella consapevolezza le brucia dentro la testa, lasciando cicatrici nere.

Judith, sola sul lettino, apre e chiude gli occhi. Non riesce a capire cosa sia successo. Poco prima giocava con i cuccioli della gatta insieme a Hamnet – di nascosto dalla nonna, che a lei aveva detto di tagliare la legna per il fuoco e lucidare il tavolo, a lui di fare i compiti – e all’improvviso ha sentito una profonda debolezza nelle braccia, un dolore alla schiena, un prurito in gola. Non sto bene, ha detto al fratello, che ha alzato gli occhi dai gattini e le ha esaminato il viso. Adesso è stesa, non sa come sia arrivata lì, dove sia Hamnet, quando tornerà la mamma e perché´ non c’è nessuno.

La domestica ci sta mettendo una vita a scegliere il latte dell’ultima mungitura, occupata com’è a flirtare con il giova- notto dietro il banco del mercato. Ecco, sta dicendo lui senza mollare il secchio. Oh, replica lei tirando il manico. Non volete darmelo? Cosa? chiede lui inarcando le sopracciglia.

Agnes ha finito di raccogliere il miele e s’incammina verso lo sciame armata di sacco e rosmarino fumante. Guiderà le api nel sacco e le riporterà all’alveare, ma con delicatezza, molta delicatezza.

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