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Stefano Cappellini. Rossobruni

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Il sottotitolo decisamente impattante di questo saggio evidenzia una ben specifica posizione dell’Autore: Stefano Cappellini, Vicedirettore de “la Repubblica” dopo esperienze al “Riformista” (come Direttore) e al “Messaggero” (Caporedattore centrale), ci propone un “saggio-freccia” il cui bersaglio è quella congerie di gruppi, associazioni, partiti che egli (assieme a una buona pletora di suoi colleghi) identifica come “rossobruni”, operando un parallelo tra gli anni Venti del secolo scorso e quelli che stiamo attualmente vivendo, ove, in entrambi i casi, si assisterebbe non al movimento da destra verso sinistra, bensì in “esponenti di sinistra che si muovono verso l’altra parte” (dei quali modello in questi nostri anni Venti, in Italia, sarebbe Marco Rizzo).

Dell’origine e del significato del termine “rossobruno” non dirò, tanto ne è chiara la formazione, volendo esso identificare una compresenza ideologica, all’interno di un dato pensiero politico, di alcuni elementi ritenuti appannaggio esclusivo della sinistra radicale (il rosso) e di altri dell’altra parte (il bruno), e anche perché l’Autore stesso, nell’Introduzione (pagg. 7-19), al netto di alcuni scivoloni ideologici (che, nel prosieguo della trattazione, si troveranno in buona compagnia – ovviamente questo dal punto di vista di chi scrive), presenta l’argomento che andrà a sviscerare in maniera precisa, puntuale e ben definita.

Anche la prima parte, “Un album di famiglia” (pagg. 21-95), la quale contiene tre capitoli: il primo dedicato a vicende francesi (con ciò dimostrando di aver approfondito a dovere la tesi di Zeev Sternhell – divulgata dallo storico ebreo-polacco-francese nel suo saggio Né destra né sinistra. L’ideologia fascista in Francia del 1983 – secondo cui il fascismo non sarebbe nato in Italia e neppure in Germania, bensì Oltralpe sul finire del XIX secolo, grazie alla parziale unione d’intenti tra nazionalismo talvolta anche monarchico e socialismo non marxista: insomma, il mix perfetto per essere definiti rossobruni che avrebbe trovato il proprio apice, in terra di Francia, col Cercle Proudhon, sodalizio perdurato dal 1911 al ’14, animato principalmente da Édouard Berth e Georges Valois, che incontrò l’approvazione di Georges Sorel e Charles Maurras e si pose sotto l’egida ideale dell’anarchico-federalista Pierre-Joseph Proudhon); il secondo ai fatti di casa nostra (a mio avviso un po’ forzato il tentativo di far passare per rossobruna la formazione del fascismo delle origini – Milano, Piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919 -, decisamente più sul pezzo la narrazione di altri tentativi nazionali, quelli sì decisamente più attinenti all’argomento trattato – riferimenti all’Impresa di Fiume, alla declinazione italiana del sindacalismo rivoluzionario, al tentativo di abboccamento, in pieno Ventennio e nel secondo Dopoguerra, tra fascisti/(ex) repubblichini/postfascisti e militanti comunisti, o comunque di sinistra radicale, in funzione anticapitalistica); il terzo a quelli tedeschi (tema del cosiddetto “socialismo prussiano”, cui Oswald Spengler dedicherà un saggio omonimo nel 1919 e della prima comparsa, nella Storia, del termine “nazionalbolscevismo”), al di là di alcune interpretazioni molto poco calate nell’oggettività – personalmente mi ha fatto rabbrividire aver visto definire, a pag. 78, Spengler “scapolo [come se ci fosse qualcosa di male ad esserlo], irascibile, megalomane, e dunque frustrato come tutti i megalomani [che] ripeteva di invidiare ‘chiunque fosse capace di vivere'” e poco dopo, a pag. 82, Arthur Moeller van den Bruck uno “scrittore di non eccelsa fama” -, risulta tutto sommato un buon punto di partenza per misurarsi, sia detto da un’angolazione prettamente divulgativa, con taluni argomenti, salvo poi riservarsi di andarli ad approfondire sfruttando ben altre pubblicazioni!

Tutta la poesia, però, irrimediabilmente sfuma nel proseguire la lettura: la seconda parte, “Rossobruni oggi: il monopolio della sovversione” (pagg. 97-196), a parere di chi scrive la vera intenzione autoriale di Cappellini – infatti, man mano che si avanza nella sua lettura, e tanto più quando questa volge al termine, si fa sempre più spazio il sospetto che la prima parte sia stata aggiunta (magari non nel senso pragmatico della scrittura, ma almeno pensata) in un secondo momento, al fine di dare una parvenza di approfondimento storico ad un saggio che, fin dall’inizio, ha voluto essere solo ed esclusivamente propagandistico -, che prende di fatto le mosse, per quanto non esplicitamente, dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale russa in Ucraina (24 febbraio 2022), ovviamente sottacendo le palesi (per chi sappia cercare e, in seconda battuta, voglia vedere) responsabilità ucraine nel conflitto che sta martoriando quelle lande della Vecchia Europa non da quasi cinque anni, ma almeno da dodici (perché, poi, ad ogni piè sospinto si esalta la presunta spinta libertaria della protesta di “Euromaidan” ma si persiste nell’aggiungere strati su strati al già spesso velo di omertà che ricopre il caso dell’incendio della Casa dei Sindacati di Odessa del 2 maggio 2014?), di fatto fin dagli esordi taccia di filorussismo chiunque osi sollevare qualche obiezione alla vulgata impositiva dell’Occidente, che si basa sulla stucchevole retorica – che oramai nemmeno loro ripetono più, tanto palese è divenuto il fatto che di sfumature ce ne siano eccome – del “c’è un aggressore e un aggredito”.

Stefano Cappellini gestisce tutti gli argomenti dei quali tratta presupponendo un punto di vista liberaldemocratico: ed è nel suo pieno diritto farlo, però, a mio avviso, manca in lui la consapevolezza che tale principio (localmente estrinsecatosi in forma di governo), se oramai rappresenta un “dogma” per la nostra parte di mondo (dicesi quella occidentale), così non è per altre latitudini, abitate da società, popoli, nazioni, da secoli strutturate su tutt’altre basi.

Gli strali di Cappellini non sono rivolti solo contro la Federazione Russa, ma, guarda un po’ il caso, a diversi altri “Stati canaglia”, come la diplomazia statunitense, prontamente seguita da quella europea, definisce i paesi ritenuti minacciosi per la cosiddetta “pace globale”, della quale loro sono, naturalmente, i tutori. Ecco quindi accuse niente affatto circostanziate alla Repubblica Islamica dell’Iran, senza tener conto del sacrificio iraniano e del contributo che, specialmente le Forze Quds (comandate da quel Generale Qassem Soleimani fatto uccidere, il 3 gennaio del 2020, dietro esplicito ordine del Presidente – lo stesso che siede tutt’ora sullo scranno presidenziale – della forza esportatrice di democrazia per antonomasia), diedero alla difesa delle minoranze cristiane che i miliziani dell’autoproclamato “Stato Islamico della Siria e del Levante” erano intenzionati ad eliminare (o a convertire forzosamente) – tutto ciò senza che l’avamposto della democrazia in Medio Oriente e il suo tutore d’Oltreoceano muovessero un dito!

Poi i riferimenti ai governi rivoluzionari dell’America Latina, supportati dall’Autore allorquando forze, anche armate, d’opposizione alle dittature militari imposte da chi della cosiddetta “Iberoamerica” tutt’oggi vorrebbe fare il proprio giardino di casa (posizione, questa, sacrosanta, e credo una delle poche, se non l’unica, che abbia in comune con Stefano Cappellini), ma ferocemente criticati una volta diventati forze di governo, nell’ideologia e nella prassi – per ovvie ragioni visti i trascorsi, dico io -, a suo dire troppo discostate dalla liberaldemocrazia.

E che dire poi dei riferimenti partitico-movimentisti in cui l’Autore si produce (con l’obbligata strizzata d’occhio a ciò che il mainstream ci ha educato a definire “complottismo” dall’era Covid e all’annosa questione della disciplina geopolitica)? Obiettivamente, non sbaglia nell’affermare che le vicende delle due Repubbliche Popolari del Donbass, Donetsk e Lugansk, vedono dalla stessa parte della barricata, a difesa del diritto all’esistenza delle stesse, esponenti di sigle afferenti tanto all’estrema destra quanto all’altro estremo, ma affibbiare patenti di rossobrunismo anche al Movimento 5Stelle degli esordi (quello grillino-casaleggiano) perché, questo pure obiettivamente, raccolse adesioni tanto da delusi di sinistra quanto da delusi di destra, è parso ai miei occhi un’esagerazione concettuale figlia della necessità, per i difensori a spada tratta della democrazia, di avere sempre e comunque un avversario contro il quale direzionare i propri attacchi, ché evidentemente è sempre più difficile trovare ragioni oggettive per difendere il cosiddetto “Occidente collettivo”.

E tra accuse al movimento No-Global a parere dell’Autore ultimamente troppo spostatosi a destra per il fatto di aver accolto tra i propri interlocutori quanti, più che di antiglobalismo (da notare che Cappellini, a pag. 171, parla di “aspetti positivi della globalizzazione”), parlano di antimondialismo – del quale ultimo, non si sa seguendo quale tortuoso meccanismo di pensiero, fa un “campione” Donald Trump; riferimenti a quanto sta accadendo in Germania inerentemente i rendez vous ideologici tra Alternative für Deutschland e il partito, la cui trasposizione della denominazione in italiano suona “Alleanza per la Giustizia Sociale e la Razionalità Economica” ma che è più noto come Bündnis -Sahra Wagenknecht, dell’ex leader della Linke (e chissà cosa avrà pensato Cappellini del fatto che Tobias Rausch, giovane esponente di AfD, sia riuscito a divenire Presidente del Landtag della Sassonia-Anhalt anche grazie all’appoggio esplicito e dichiarato di cinque eletti tra le file del BSW – è notizia di poche settimane fa); e la dimostrazione di non aver particolarmente assimilato tutte le questioni interne al nazionalbolscevismo russo, omettendo, per esempio, di riportare della rottura, che data almeno al 1998 – causata dalla differente considerazione della politica governativa, del tutto negativa per il primo, parzialmente positiva per il secondo, pur senza mai diventare, come si ripete da più parti, “l’ideologo del Cremlino” – tra Eduard Limonov (scomparso nel 2020) e Aleksandr Dugin, del tutto antistoricamente definito, a pag. 105, “nazionalsocialista”, i due co-fondatori, nel 1992/’93, del Partito NazionalBolscevico Russo, questo saggio lascia più domande aperte di quante ne potesse avere il lettore prima di cominciarne la lettura!

Una su tutte: fino a quando si persisterà nel voler approfondire, da dietro una lente d’ingrandimento in tutto e per tutto liberaldemocratica, situazioni, personaggi e posizioni che si pongono nettamente agli antipodi di questa, con la quale non condividono neppure la base di partenza?

La risposta che mi viene mestamente da dare, prima di chiudere, è: fino a quando quella sarà l’unica lente d’ingrandimento con la quale sarà permesso analizzare, per poi divulgarli, determinati argomenti, perlomeno all’interno dei circuiti cosiddetti “ufficiali”, laddove le idee di Stefano Cappellini hanno piena cittadinanza, mentre le mie (e quelle di decine di autori, giornalisti, editori e recensori decisamente più quotati del sottoscritto) temo – anzi, ne sono certo – siano considerate ancora delle paria!

Alberto De Marchi

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