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Giulio Fabroni e Edoardo Ferrarese anteprima. Cinemarvel

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È in libreria Cinemarvel di Giulio Fabroni e Edoardo Ferrarese (Jimenez Edizioni 2025, pp. 336, € 16,50).

C’è una scena, all’inizio di Cinemarvel, che vale più di qualsiasi trattato sulla contemporaneità: Angelo Maggi che ha prestato la voce a Bruce Willis ne Il sesto senso e a Tom Hanks in Cast Away, viene chiamato a doppiare un film che “sembra un B-movie”.

Quello che Maggi non sa è che quel film, Iron Man, è l’inizio del Big Bang narrativo che avrebbe ribaltato l’idea stessa di cinema, trasformandolo in una serie tv travestita da Hollywood, con le ombre dei supereroi a fare da parrocchiani di un unico culto mondiale: il Continuum. Il libro parte da qui: da un uomo in una sala di doppiaggio che parla a una bocca dentro un pallino nero (il resto dello schermo era oscurato per segretezza), registrando battute che non vede. L’immagine è perfetta: l’MCU (Marvel Cinematic Universe) nasce al buio, nella zona cieca dell’immaginazione. E cresce come crescono le cose importanti: senza chiedere il permesso. Quando Edoardo Ferrarese e Giulio Fabroni frequentavano la scuola di Cinema, i loro compagni si chiedevano come mai non si fossero ancora stufati dei film Marvel. Perché mentre gli altri cercavano l’Autore, loro vedevano l’Architetto. Kevin Feige: l’uomo che ha abolito il confine tra Storie Finibili e Storie Infinibili: il primo produttore a rivoluzionare lo storytelling al posto di registi o scrittori. Con il concetto di Universo come narrazione che non finisce ma si ricompone e si riavvia. Quello, nel XXI secolo, porta la firma di un produttore. Non di un poeta. Cinemarvel lo racconta senza reverenze: con l’aria di chi sa che, sotto tutta quella plastica, c’è stato davvero un momento in cui Iron Man era un fallimento annunciato. Un eroe di serie B, interpretato da un attore al tempo considerato un azzardo. La cosa più bella del libro è questo: non parla di film ma di mutazioni. Di come gli autori fin da bambini, uno a Colleferro e uno a Novi Ligure vedano Iron Man e L’incredibile Hulk non come intrattenimento, ma come la prima avvisaglia di una faglia tettonica narrativa. E poi le scene post-credit: non un vezzo, non un regalo, ma la confessione definitiva che il film non è più un’opera chiusa e che il pubblico non è più spettatore, ma complice.

Il tono del libro è questo: un misto di nostalgia, geometria narrativa e pop colto. La scrittura è leggera ma informata, come se due autori si fossero messi a sezionare un fenomeno globale con l’entusiasmo degli appassionati e l’acume di chi sa dove guardare. Cinemarvel non è l’ennesimo libro sui supereroi. È la storia di come il cinema ha smesso di finire entrando in una nuova dimensione quantica in cui abbiamo sostituito il finale con l’attesa. Trasformando questo nuovo mondo in un enorme multiverso in cui noi siamo soltanto comparse nel trailer.

Carlo Tortarolo

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Quando Edoardo e Giulio frequentavano la scuola di Cinema, i loro compagni li punzecchiavano così: “Ma ancora non vi siete stufati di questi film Marvel?”

Erano passati quasi dieci anni dall’uscita di Iron Man, il primo film targato Marvel Studios. Nel 2012, The Avengers era arrivato in sala cambiando per sempre il modo di percepire la narrazione al cinema. Nel 2018, poco prima di ricevere il diploma, Edo e Giulio andarono a vedere Avengers: Infinity War. Loro due debuttavano come narratori (con tutte le paure e le sindromi dell’impostore del caso), e intanto un manipolo di supereroi continuava a rivoluzionare le regole del gioco. Eppure i compagni di Edo e Giulio si ostinavano a mandarli al cinema da soli per quei film. Non potevano e non volevano credere che dietro blockbuster plasticosi e formulaici, personaggi-pupazzo e storie tutte uguali si nascondesse l’esperimento narrativo di massa più audace e radicale dai tempi del romanzo a puntate.

Come funzionavano le storie fino all’avvento del Marvel Cinematic Universe? Semplice (a parole, almeno).

Le strutture narrative più popolari si dividono principalmente in due tipologie, che per intenderci chiameremo Storie Finibili e Storie Infinibili.

Chi inizia a scrivere una Storia Finibile (come un film o un romanzo), deve già sapere dove la storia andrà a parare: in questo caso è il finale che dà significato ai personaggi e alle loro vicende. Il viaggio della Compagnia dell’Anello o la resistenza all’Impero Sith possono forse durare per sempre? No: prima o poi Frodo dovrà arrivare a Monte Fato e Luke dovrà sfidare Darth Vader.

Chi invece scrive una Storia Infinibile (come una serie a fumetti o una soap opera, ma anche i telefilm antesignani delle moderne serie tv) segue un ragionamento quasi opposto. Il significato della storia non è racchiuso nel finale ma nel conflitto interiore dei personaggi, che devono affrontarlo in infinite trame. In questo caso un finale definitivo è una forzatura (di solito decretata da vendite o ascolti insufficienti), e se costruito con poca oculatezza rischia di togliere senso a tutta la lunghissima storia. Quanti hanno spento la tv infuriati dopo il finale di How I Met Your Mother o di Game of Thrones? (Spoiler: Edoardo, in entrambi i casi.) Riuscireste a immaginare il finale di Beautiful o di Un posto al sole? (Giulio, che scrive i dialoghi per la soap italiana, spera vivamente che quel giorno non arrivi mai.)

Film e romanzi sono storie che hanno bisogno di finire, mentre fumetti e serie non vogliono finire mai. Due nature narrative inconciliabili: non si possono fare le serie al cinema, e neppure i film in infinite puntate. Chiaro?

Chiaro lo è stato per più di cento anni, anzi per secoli… fino a quando un produttore di nome Kevin Feige ha inaugurato il Marvel Cinematic Universe.

Da sempre, chi cambia il mondo con le storie sono gli autori. Scrittori, registi, illustratori. È naturale, no? Certo, poi c’è chi ci crede e ci investe… ma quando mai un’idea che rivoluziona lo storytelling nasce alla scrivania di un produttore?

Persino Stan Lee, il creatore dei più amati personaggi Marvel, partì come sceneggiatore e fu fatto editore solo quando il suo universo fumettistico sfondò. Prima, gli universi nei comics funzionavano a compartimenti stagni per non confondere il pubblico. Un’avventura con Topolino e Paperino insieme andava bene, ma poi l’uno doveva tornare a Topolinia e l’altro a Paperopoli… e lo stesso valeva per i supereroi.

Apripista in questo senso fu la DC Comics, che nel 1960 riunì i suoi personaggi di maggior successo (Superman, Batman, Wonder Woman e Flash tra gli altri) in una squadra, la Justice League of America, le cui avventure si svolgevano su una testata pubblicata in maniera parallela e distinta rispetto alle serie individualmente dedicate agli specifici personaggi. La natura di questo collegamento era però occasionale, e tendenzialmente ciò che accadeva sulla serie della Justice League non influenzava le storie indipendenti di Batman o Superman. Stan Lee invece volle interconnettere permanentemente le trame di tutte le testate edite dalla Marvel, creando una grande sinergia narrativa (la cosiddetta continuity) all’interno di un unico universo. Questo esperimento si basava su due presupposti: comprensione umana dei lettori e fiducia che potessero orientarsi in una struttura narrativa più complessa.

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Collana Turning Point

I edizione: dicembre 2025

© 2025 Jimenez Edizioni Srls

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