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Guardare mentre accade. Il piacere di perdere: come desiderio e sofferenza diventano spettacolo

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C’è una forma di desiderio di cui si parla poco, ma che attraversa tutta la cultura occidentale: non quella di possedere, ma quella di guardare mentre qualcun altro possiede.

Non è debolezza.

Non è passività.

È costruzione.

 

E il primo a metterla in scena è un re raccontato da Erodoto: Candaules. Ama sua moglie, ma non gli basta. Vuole che un altro uomo la veda nuda. Vuole assistere, anche se da lontano, allo sguardo dell’altro.

Non sta condividendo.

Sta dirigendo.

E in quel momento nasce qualcosa che non ci ha più lasciati.

Il desiderio non è mai a due

L’idea romantica è semplice: io desidero te.

La realtà è più complessa: io desidero te attraverso lo sguardo di qualcun altro. Secondo René Girard, pensatore francese noto per le sue teorie sul desiderio mimetico e la violenza rituale, noi desideriamo ciò che gli altri desiderano, non per scelta autonoma, ma perché il desiderio è “mimetico”. Questo genera rivalità e conflitto, e nelle società si gestisce spesso tramite meccanismi di capro espiatorio.

Lo spiega secoli dopo, ma qui è già tutto evidente. Il desiderio ha bisogno di un terzo. 

Perché è il terzo che:

conferma il valore

accende la competizione

rende tutto più reale

Senza spettatore, il desiderio resta privato.

Con lo spettatore, diventa scena.

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Il piacere nella sofferenza

Ma il vero nodo non è la condivisione.

È un altro, più scomodo: il piacere della sofferenza.

Gelosia, perdita di esclusività, esposizione.

Elementi che dovrebbero spegnere il desiderio — e invece lo intensificano.

Georges Bataille lo aveva capito: il piacere cresce quando sfiora il limite. Quando si avvicina a ciò che dovrebbe distruggerlo.

Qui succede qualcosa di preciso:

la sofferenza non è un effetto collaterale.

È parte del dispositivo.

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Il regista invisibile

E allora il paradosso.

Chi sembra perdere — chi accetta di non essere l’unico — è spesso quello che tiene il controllo.

Decide lui:

cosa mostrare

a chi, fino a dove spingersi.

Non subisce la scena.

La costruisce.

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Scrivere il desiderio prima che accada

In “La chiave” di Jun’ichirō Tanizaki, 1956, si mette in scena desiderio, gelosia e manipolazione in modo lucidissimo.

Un marito e una moglie scrivono due diari, sapendo che l’altro li leggerà.

Lui spinge la moglie verso un altro uomo.

La osserva, la espone, si mette ai margini.

Ma è tutto calcolato.

La gelosia è prevista.

Il dolore è previsto.

Perfino l’umiliazione è prevista.

Non è caos.

È regia.

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Offrirsi perché si è amati.

In “Histoire d’O” pubblicato nel 1954 da Pauline Réage, la protagonista, O, è una fotografa parigina che, per amore del suo compagno René, accetta di essere condotta in un castello dove viene progressivamente addestrata alla sottomissione. Qui viene esposta, offerta ad altri uomini e privata di ogni autonomia, in un percorso che unisce disciplina, umiliazione e desiderio.

Il punto centrale non è la costrizione, ma il consenso: O accetta tutto come prova d’amore, trasformando la perdita di controllo in una forma consapevole di piacere.

La dinamica si fa estrema.

Ma il punto decisivo è questo:

lo fa perché è amata.

E questo trasforma tutto.

L’umiliazione non è distruzione.

È forma.

È un linguaggio condiviso, in cui piacere e perdita coincidono.

Non per niente, nel suo celebre testo Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie (Tre saggi sulla teoria sessuale), Sigmund Freud introduce una concezione della sessualità profondamente innovativa per il suo tempo. Un primo punto fondamentale da chiarire è l’uso del termine “perversione”: Freud lo impiega in senso tecnico e descrittivo, non morale. Non indica una “deviazione cattiva”, bensì una variazione rispetto a quella che viene considerata la sessualità adulta “genitale”, orientata alla riproduzione. Secondo Freud, la sessualità umana nasce come molteplice e non ancora organizzata. Durante lo sviluppo, questa pluralità di forme e fonti di piacere viene progressivamente canalizzata verso una configurazione più stabile. Tuttavia, se lungo questo percorso si verificano fissazioni o deviazioni, alcuni elementi possono permanere come tratti dominanti. Ciò può tradursi, ad esempio, in una focalizzazione su specifiche zone erogene, in un interesse privilegiato per  situazioni non convenzionali, oppure in una separazione tra affetto e desiderio. Il punto cruciale è che, per Freud, tali configurazioni non sono radicalmente estranee alla normalità: rappresentano piuttosto accentuazioni o isolamenti di componenti che appartengono, in misura variabile, a tutti gli individui.

Questa visione si intreccia con un altro cardine della teoria freudiana: il ruolo dell’inconscio. Gran parte della vita psichica, inclusa quella sessuale, non è infatti accessibile alla coscienza. Desideri, fantasie e motivazioni profonde possono essere rimossi perché fonte di conflitto o perché socialmente inaccettabili, ma non per questo cessano di agire. 

In “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler, 1926, il cuore non è l’avventura erotica, ma l’ossessione: Fridolin è tormentato dal desiderio immaginato della moglie per un ufficiale. Non è un tradimento reale, ma possibile — quindi infinito e incontrollabile. Durante la notte cerca esperienze che però restano incomplete, incapaci di eguagliare l’intensità di quel desiderio mentale. Schnitzler rovescia i ruoli: il desiderio femminile è assoluto, interiore; quello maschile è frammentato e fallimentare. Più che ciò che accade, conta ciò che si immagina. Il romanzo diventa così un perfetto esempio letterario di desiderio mimetico e tensione tra percezione e realtà. Rispetto a Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, il libro è più crudele: mostra che l’altro resta sempre inaccessibile, e che il vero turbamento nasce da una mente che non possiamo abitare. Il desiderio più intenso, quindi, nasce quando convivono due forze opposte: voler possedere, accettare di perdere, non si escludono. Si rafforzano.

Alla luce di questa prospettiva, pratiche come il cuckolding, quando vissute in modo consenziente e consapevole, non possono essere semplicemente etichettate come “perversioni” in senso patologico. Piuttosto, possono essere interpretate come espressioni specifiche e complesse della sessualità umana, radicate in dinamiche psichiche che, secondo Freud, sono universali e strutturalmente presenti in ogni individuo.

 

Il punto però non è cosa desideriamo.

Il punto è come scegliamo di guardarlo.

Perché nel momento in cui il desiderio diventa spettacolo, succede sempre la stessa cosa: non appartiene più a chi lo prova.

Appartiene alla scena.

E la scena, prima o poi,

decide da sola come andare a finire

Francesca Mezzadri 

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