VII CAPITOLO
L’analisi del capitolo VII di Casa d’altri di Silvio D’Arzo si concentra su molteplici livelli: narrativo, simbolico, linguistico e psicologico. Questo capitolo rappresenta un punto di svolta nel racconto e uno dei momenti di massima intensità drammatica e psicologica.
Sintesi
La vecchia non si fa più vedere in parrocchia, dopo aver cercato un contatto col prete nei giorni precedenti.
Il prete riflette su di lei con sempre maggiore turbamento interiore, senza riuscire ad agire.
Il parroco apre questo capitolo riflettendo tra sé:
«La vecchia non si fece vedere in parrocchia. Né il giorno dopo né gli altri.»
E lui? Nemmeno lui trova il tempo per cercarla. Si giustifica, ma in fondo sa bene che il tempo per scendere da Zelinda l’avrebbe anche avuto:
«Ma provate a usare coltello e forchetta quassù […] Si rifugian di colpo nel guscio.»
Dietro questo discorso c’è un imbarazzo antico, quasi adolescenziale. Troppo tardi. Troppa paura.
Un pensiero ossessivo e ambivalente
Il prete si tormenta:
«Una donna di sessant’anni e anche più […] si capisce che avrà pur qualcosa da chiedere. […] E chiunque altro lo avrebbe capito da un pezzo.»
Poi, subito dopo:
«Bene bene. Lasciamo in pace la vecchia talpa ormai. Spolveriamoci il cuore e non pensiamoci più.»
Un continuo altalenare tra: la pietà profonda (quasi compassione amorosa), e il desiderio di rimuovere tutto.
È la lotta interiore di un uomo che ha perso l’occasione di ascoltare davvero. E ora non sa come rimediare.
Una sera, il prete scorge dalla finestra un gruppo di ragazzi che fanno una beffa crudele: inscenano un finto matrimonio deridendo la vecchia mentre scende al paese col suo carico di stracci e con una capra.
Balzaron fuori sei o sette ragazzi con latte vuote e coperchi e lamiere […] “Evviva la sposa! I confetti!”»
I ragazzi simulano un matrimonio, ma è una farsa violenta, un’umiliazione pubblica di Zelinda, come se fosse una vecchia pazza con sogni ridicoli.
La realtà è semplice e brutale: la Melide (una donna del paese) ha ascoltato dietro la porta la conversazione tra il prete e Zelinda… 
E ha frainteso, o forse volutamente distorto, ciò che ha sentito.
Risultato? Una “festa da bestie”, una gogna.
E Zelinda diventa lo zimbello del paese.
Il prete, sconcertato, urla dalla finestra che sta arrivando anche lo sposo, e la folla si disperde.
La vecchia, indifferente, non si volta, non reagisce, non si scuote nemmeno i coriandoli di dosso.
Il prete decide finalmente di incontrarla al canale il giorno dopo, cercando un’occasione di redenzione o di comprensione.
Il tema dell’esclusione e della diversità
Il capitolo è permeato da un senso profondo di estraneità:
La vecchia è un’emarginata, una creatura “assurda”, priva di legami, invisibile agli altri. Nemmeno i bambini hanno pietà di lei.
Il prete stesso si sente escluso: nonostante sia parte della comunità, è guardato con sospetto, quasi come un estraneo. Dice:
“Anche me mi guardavano già con sospetto, come guardavano parlare gli inglesi.” Entrambi i protagonisti sono fuori posto. Sono creature “d’altri”, fuori dal mondo e dal tempo. La “casa d’altri” è anche questo: vivere in una realtà che non ci appartiene.
Il conflitto morale del prete
Il prete è dilaniato da un conflitto interiore:
Ha dubbi, pudori, esitazioni che gli ricordano le sue emozioni giovanili.
Oscilla tra razionalizzazione e compassione: cerca di convincersi che la vecchia non meriti attenzione, poi torna ad angosciarsi per lei.
Il continuo alternarsi di pensieri («E il giorno dopo magari il contrario») rivela il suo smarrimento etico, il suo blocco esistenziale.
Il prete è in crisi. Si sente un prete mancato, che non sa rispondere al dolore umano. Conflittuale, incerto, si sente inadeguato al suo ruolo spirituale.
Vive un momento di crisi di fede e di vocazione, incapace di dare risposta a un dolore umano autentico.
Desidera fare “la cosa giusta”, ma è sopraffatto dalla paura, dalla solitudine e dal timore di sbagliare.
Il finto matrimonio inscenato dai ragazzi ha un forte valore simbolico:
È un rituale rovesciato, una parodia sacrilega della vita e della dignità.
La vecchia viene ridotta a farsa, nella forma più grottesca e crudele.
Il matrimonio, simbolo di unione e comunità, qui diventa marchio di solitudine e derisione sociale. Con la sua crudeltà infantile, è il punto più alto del contrasto tra solitudine e comunità, tra individuo e società, tra dignità e ridicolo.
La capra impazzita è anch’essa simbolica:
Compagna di sventura della donna, reagisce in modo animalesco e disperato.
La vecchia, invece, non reagisce affatto. Continua a camminare, silenziosa, indifferente, come un rospo (altra metafora significativa: animale impopolare, schivo, solitario).
Un momento di violenza collettiva simbolica, in cui la comunità si coalizza contro l’elemento dissonante, la diversità.
La figura della vecchia
La vecchia incarna una resistenza estrema, una forma di autodifesa assoluta.
Non chiede nulla, non protesta, non si umilia né si vendica.
È completamente chiusa in sé, un’esistenza opaca, fatta di fatica, distanza e dignità silenziosa.
I coriandoli che restano sulle spalle e non vengono scrollati via sono il simbolo visivo perfetto della sua personalità: subisce ma non cede. La vecchia è l’enigma umano per eccellenza. Quella che chiede la deroga della Chiesa, ma non si lascia mai davvero comprendere.
La capra e la carriola: simboli del fardello
«La vecchia invece non pensava più ad altro che a tirare dritto coi suoi stracci carriola e ogni cosa, senza dire una mezza parola e voltarsi nemmeno una volta…»
Non si ribella. Non reagisce. Non piange.
Zelinda fa ciò che ha sempre fatto: tira avanti.
Come una bestia da soma. Come un animale che conosce solo il peso del giorno dopo.
E come la capra che si agita impazzita, anche lei è legata, trattenuta, ma non scappa mai davvero.
È l’incarnazione del dolore silenzioso e solitario.
Figura enigmatica, apparentemente rassegnata ma profondamente determinata. Il suo non-reagire è la sua forma di forza. Non chiede pietà, vuole solo un diritto: la libertà di decidere della propria fine.
Il parroco osserva: impotente e complice
«La più assurda creatura del mondo.»
Così la definisce. Ma è un’osservazione che rivela tenerezza, stupore e sconfitta.
Perché è lui il primo a non aver saputo darle aiuto.
Lui che ora la guarda sotto una luna “freschissima e tersa”, una luna che illumina tutto, ma non riscalda niente.
Ultima speranza?
Alla fine, il parroco si dice:
«E domani al canale. Occasione migliore ho paura che non venga mai più.»
Sembra una decisione, un ultimo proposito di agire, di andare a trovarla, di parlare con lei davvero, finalmente.
Ma questa promessa suona falsa. Una speranza che già sappiamo non verrà mantenuta.
La natura come specchio interiore
“Era sera: i fossati correvano a valle…”
La descrizione della natura è specchio dell’interiorità: il giorno finisce, le acque scorrono, portano via rami e fango. È un’immagine di passaggio, ma anche di purificazione. È l’inizio del distacco, della trasformazione. Il narratore ha ricevuto un segno e ha deciso di non rispondere: è cambiato.
La luna e il paesaggio: elemento lirico e metafisico
La descrizione della luna e del paesaggio crea un’atmosfera sospesa: la luna che “pareva guardare anche lei” suggerisce una presenza cosmica muta.
Il silenzio notturno e i rumori del bosco diventano specchio dell’anima del prete: spaesamento, inquietudine, stupore.
La natura riflette lo stato emotivo del protagonista, e l’intera scena assume un valore metafisico, di attesa e rivelazione.
La Solitudine
Entrambi i personaggi sono radicalmente soli, alienati dalla comunità.
Diversità e marginalità. Il diverso è escluso, ridicolizzato, deriso.
Etica e fede. Il prete non sa dare risposte, simbolo di una religione inadeguata al dolore.
Comunità chiusa. Il paese è un microcosmo duro, immobile, sospettoso.
Ambiguità del bene. Aiutare la vecchia è giusto o sbagliato? Chi può decidere cosa sia il bene?
Incomunicabilità. I personaggi sono incapaci di un vero dialogo: ogni cosa resta sottintesa
Il capitolo VII di Casa d’altri è una potente sintesi di dramma esistenziale, critica sociale e analisi dell’inadeguatezza umana.
Il prete e la vecchia sono due figure complementari: lui non sa aiutare, lei non chiede esplicitamente aiuto. Entrambi restano chiusi nei propri silenzi.
VIII CAPITOLO
Questo capitolo segna una svolta narrativa: il rapporto tra il sacerdote e Zelinda si sposta dal “teatro dei gesti” a una forma più profonda di comunicazione. Non verbale, non immediata, ma profondissima.
Il narratore comincia a percepire Zelinda non più solo come “caso pastorale”, ma come persona che custodisce un segreto, un dolore e una scelta. E, soprattutto, capisce che non sempre è necessario intervenire con parole o consigli, ma bisogna saper ascoltare il silenzio e rispettare i tempi dell’altro.
Il linguaggio è colloquiale, ironico, ellittico: usa un tono confidenziale, da diario, da racconto a posteriori.
Frasi brevi, tagliate, piene di detti popolari o immagini concrete (“non bevete mai fino in fondo al bicchiere”).
Linguaggio visivo: dominano le immagini della natura (acqua, fango, passere morte).
Il linguaggio del sacerdote è ambiguo: pur essendo un sacerdote, parla con un tono spesso laico, umano, quasi sentimentale.
Si riconnette al tema della solitudine esistenziale, il problema della scelta morale di fronte a ciò che non si può giudicare.
L’importanza del non detto, del gesto minimo come rivelazione.
La sospensione tra dovere e umanità, tra ruolo e identità.
Nel capitolo VIII non succede nulla in apparenza, ma tutto si muove interiormente. È il preludio al dialogo finale, ma già contiene in sé l’essenza del racconto: la distanza tra le anime e il bisogno disperato di comprensione che, talvolta, passa solo attraverso il silenzio e i gesti minimi.
Il tema centrale è il fallimento della comunicazione.
Tutti parlano, nessuno capisce. E chi capisce, capisce tardi.
Pudore, vergogna, solitudine. Zelinda è una figura tragica e nobile, senza diritto alla parola piena.
La comunità come massa feroce. Il paese è gretto, ignorante, capace solo di ridere e umiliare.
Il prete come uomo dimezzato. Né pienamente uomo, né pienamente sacerdote. Ascolta, ma non salva.
Il mistero dell’altro
Alla fine, nessuno conosce davvero nessuno. Neanche se stesso.
Il brano dell’ottavo capitolo è ambientato prima del colloquio cruciale tra i due, ma già ne prepara l’atmosfera.
“E così il giorno dopo mandai via i miei ragazzi mezz’ora prima…”
Il narratore descrive il suo sforzo per ottenere un contatto con Zelinda. Svuota parte dei suoi doveri sacerdotali («i miei ragazzi») per seguirla al canale. Qui comincia il suo atteggiamento non più solo da “prete”, ma da uomo, da essere umano spinto dalla curiosità e da un’inquietudine interiore.
“Mi fermai lì sull’argine…”
Lui la osserva dall’alto, come a voler mantenere una distanza “morale”, ma il gesto è anche da voyerista discreto, quasi timido. La comunicazione tra i due è minima: solo “un cenno di testa”. Zelinda mantiene la distanza. Non è indifferente, ma impone i suoi tempi.
“Era tutto quel che passava il convento”
Espressione proverbiale: significa che quello era tutto ciò che poteva ottenere. Il narratore accetta la situazione con pazienza. Il tono è ironico ma anche tenero, carico di rispetto per la riservatezza della donna. Tuttavia, c’è un senso di attesa crescente.
“C’era quasi da ridere”
La situazione ripetitiva sfiora il grottesco. La distanza, l’anticamera, il rito, sono elementi comici, ma dietro si cela la tensione emotiva. Sta per succedere qualcosa: il climax è in preparazione.
“Poi una volta successe qualcosa. Erano già cominciate le piogge.”
Il cambiamento atmosferico preannuncia un evento importante. Le piogge creano un ambiente cupo, impregnato di morte: “mucchi di passere morte annegate” è una potente immagine simbolica. Le passere, uccellini comuni, sono creature fragili, e la loro morte parla di una natura indifferente, crudele, come il destino umano.
“Così lei, per chinarsi a lavare, dovette portarsi un trecento metri più giù”
La donna cambia posizione. Il narratore la perde di vista, quasi teme di averla “persa”. È un passaggio metaforico: si prepara all’incontro vero e proprio, anche se non avviene ancora con parole, ma con un segnale.
Il “biglietto”
“Una pietra rotolò dentro l’acqua…”
Il gesto involontario (forse) della donna è letto dal narratore come un “vero segnale d’intesa”. È l’unica forma di comunicazione concreta tra i due, ma potentissima. Non è un biglietto scritto, ma un gesto carico di significato.
“La mia vecchia m’aveva chiamato”
Qui il narratore attribuisce a Zelinda un ruolo quasi sacro: “mi ha chiamato”. È un momento mistico. E afferma: “chiamate del genere son di quelle che non voglion risposta”: riconosce la sacralità del gesto, e capisce che non deve profanarlo con parole. Sta imparando a leggere il silenzio.
“Amici, non bevete mai fino in fondo al bicchiere”
Frase enigmaticamente colloquiale. Significa: non cercate mai di avere tutto, di capire tutto. C’è sempre un fondo d’ignoto. Il narratore lascia il momento sospeso, accetta che non tutto possa essere compreso o posseduto. È una lezione di limite e di rispetto.
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CAPITOLO IX
Il capitolo IX di Casa d’altri è forse uno dei più intensi e densi dell’intero racconto di Silvio D’Arzo, non tanto per ciò che accade, quanto per il suo valore simbolico e psicologico. È un capitolo di passaggio – tra attesa e decisione, tra esitazione e movimento – in cui il protagonista (il sacerdote) si prepara finalmente ad affrontare ciò che aveva evitato per giorni: il confronto con Zelinda, la donna che vive “in casa d’altri”.
Nel capitolo precedente (VIII), il prete aveva percepito un segnale da parte di Zelinda, un gesto silenzioso ma eloquente. Tuttavia, ancora non l’ha incontrata né ascoltata.
Ora, nel capitolo IX, il protagonista si prepara alla discesa nella “tana”, ossia all’incontro tanto temuto quanto necessario. È il capitolo della vigilia, della decisione, ma anche dell’interferenza del mondo esterno.
“Farla breve. Le giornate passavano, e lei non mostrava per niente di aver voglia di scender dal ramo…”
Il tempo passa, ma Zelinda non si fa viva. L’immagine della donna “sul ramo” è chiaramente simbolica: è in una posizione di isolamento, ma anche di attesa, come chi stia per prendere una decisione definitiva
Il narratore prende l’iniziativa: “mi decisi ad andar nella tana.”
La “tana” è la casa di Zelinda, ma è anche luogo di rivelazione, di confronto con il dolore altrui. È un’espressione carica di connotazioni animali, istintuali: implica coraggio, paura, e una certa dose di rischio esistenziale.
“Spiare le nuvole”, “l’odore di radice bagnata”, “la Melide a spiare i miei gesti”
Il protagonista è in uno stato di tensione interiore: osserva la natura come se fosse uno specchio del proprio animo. L’odore di “radice bagnata” è un’immagine sensoriale forte, che evoca umidità, morte, fermentazione – come se la terra stessa stesse preparando qualcosa.
La Melide, la domestica, lo scruta: anche lei sente che qualcosa sta per succedere. L’ambiente è inquieto, il clima si fa teatrale.
Monologo interiore morale
“Se il tuo mestiere è interessarti di tutti, comincia intanto a interessarti di uno…”
Qui troviamo uno dei momenti chiave dell’intera opera. Il prete si giustifica con sé stesso per la scelta di occuparsi in profondità di una sola persona (Zelinda). È una dichiarazione che rompe con il suo ruolo istituzionale: non vuole più essere un burocrate della fede, ma un uomo che guarda in faccia un’altra creatura umana.
“Se no, galantuomo, risparmiati pure il sapone: tutto il resto non è che paesaggio.”
È una delle frasi più celebri e dense del racconto. Significa: se non vai a fondo, se non affronti il dolore vero, non stai facendo nulla di autentico. Tutto il resto è scenografia vuota.
Il tempo cambia: i simboli meteorologici
“Un pezzo di sole. Vecchio ottone, oro falso…”
Anche il sole, qui, è ambiguo, non pienamente rassicurante. È fittizio, falso: come molte apparenze della vita. Questo gioco meteorologico accompagna tutto il capitolo, in modo sottile ma costante. L’ambiente riflette lo stato emotivo del narratore.
I sei vecchi pastori e il “maggio”
Questa parte, a tratti grottesca e tragicomica, rappresenta l’invasione del quotidiano nel momento più delicato per il protagonista. I pastori discutono della sacra rappresentazione che si dovrebbe mettere in scena nel borgo (il “maggio”), ma i materiali, gli attori, i costumi mancano.
“Ma il fatto è che era morto, a settembre.”
Un altro personaggio è morto: la morte aleggia, anche nei dettagli più folkloristici. I pastori si mostrano ostinati, ma anche disillusi. Il prete, però, non è connesso a loro: è altrove, pensa a Zelinda, è stanco, frustrato, distratto.
Non a caso, quando prova a parlare del tempo, lo fa solo per liberarsi di loro.
Il loro allontanamento: “Avevano fiutato qualcosa.”
I pastori capiscono che c’è qualcosa che non viene detto. La loro uscita di scena è significativa: si allontanano contrariati, prendono un’altra strada, forse per andare da un altro prete (quello di Braino). È il primo segno concreto di perdita d’autorità per il narratore.
“Anche questo era la prima volta in trent’anni.”
Il sacerdote sente di perdere il suo posto nel mondo. È un preludio alla sua crisi.
Le dirigenti delle Figlie di Maria
Altro episodio caricaturale, tragicomico, ma emblematico. Due donne pie, bigotte, invadono lo spazio del narratore con pretese organizzative legate a un pellegrinaggio.
“Due rimproveri incarnati.”
La loro presenza è giudicante, rigida, fredda. Il prete si sente soffocare. Il linguaggio è ironico e brillante: “quattro magrissimi stinchi e due cappelli con frutta di stoffa” è un’immagine degna del miglior Pirandello.
“Davanti a loro mi pareva d’aver diciott’anni.”
L’uomo si sente infantilizzato, fuori posto, umiliato da chi dovrebbe essere guidato da lui. È un ulteriore rovesciamento del ruolo sacerdotale.
Il fagotto e la partenza
Il protagonista si prepara fisicamente. Prepara il fagotto: due camicie, una cotta, una rama di frassino (simbolica: l’albero della trasformazione e della resistenza). È pronto a partire, ad andare nella tana, a incontrare Zelinda.
“Ero proprio un bel po’ imbarazzato.”
C’è un senso di ridicolo in ciò che fa, ma anche un forte bisogno di autenticità. Sta rompendo con la forma, con il ruolo, con le aspettative.
Temi principali
La decisione morale – Il sacerdote decide di interessarsi a fondo di una sola persona, accettando di uscire dai limiti del suo ruolo.
La crisi d’identità – Il mondo attorno a lui sembra crollare: perde l’autorità sui pastori, è manipolato dalle pie donne, si sente ridicolo.
La preparazione al confronto – Tutto il capitolo è una anticamera psicologica, esistenziale e simbolica all’incontro con la verità che Zelinda rappresenta.
Il tema della “sacra rappresentazione” – Il “maggio” e la sua messa in scena sono metafora della religione ridotta a teatro, svuotata di significato, mentre la vera sacralità si sta per compiere altrove: nell’incontro con il dolore umano.
Lo stile e il tono è quello di un narratore ironico, disilluso, con uno sguardo dolente ma lucido sulla realtà.
Le frasi sono spezzate, quasi colloquiali.
Vi sono molti dettagli visivi, sensoriali, comici e malinconici al tempo stesso.
Il Linguaggio è simbolico ma accessibile, punteggiato da espressioni popolari.
Il capitolo IX rappresenta il momento della rottura definitiva del sacerdote con il suo ruolo tradizionale e la sua decisione di affrontare ciò che ha sempre evitato: un dialogo autentico con il dolore, la solitudine e il mistero dell’esistenza.
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CAPITOLO X
Il capitolo X di Casa d’altri di Silvio D’Arzo rappresenta il momento cruciale della mancata svolta, il culmine della tensione emotiva e il fallimento definitivo dell’incontro tra il prete e la vecchia. È un capitolo carico di significati simbolici, ironia malinconica, e introspezione profonda.
Sintesi del capitolo
Il prete decide finalmente di andare a casa della vecchia, affrontando il percorso tra monti, calanchi e gole.
Trova la donna seduta a filare, assorta nei suoi pensieri. Ma appena lo avverte, si alza e rientra in casa, lasciando solo un paio di zoccoli sullo scalino.
Il prete non bussa, non entra. Intuisce che la donna è dietro la porta ad ascoltare, ma non osa rompere il silenzio.
Scende il buio e lui incontra il sarto, una figura grottesca e malinconica con cui condivide il ritorno al paese sopra il suo mulo.
In parrocchia, scopre che nel pomeriggio la vecchia era venuta a portare una lettera, assieme a due ceri. Ma era poi tornata a riprendersela.
Il capitolo si chiude sul mistero di quella lettera mai letta e mai consegnata.
L’ambientazione come specchio psicologico.
Infatti il paesaggio che il prete attraversa è desolato, spoglio, remoto:
“E poi camposanto e torbiera… non c’erano che gole e calanchi…”
Questa sequenza di luoghi liminali e mortiferi (il cimitero, la torbiera, le gole) simboleggia l’attraversamento di una soglia: il prete si sta avvicinando a qualcosa di profondo, forse all’anima della donna, forse al confine della propria fede e comprensione.
Il paesaggio diventa metafora dell’interiorità: silenzioso, oscuro, difficile da penetrare.
“Se ne stava seduta sullo scalino di casa a filare, e non guardava né rocca né fuso…”
Un’immagine molto evocativa: come le filatrici della mitologia greca, sembra tessere il filo del destino. Ma non lavora davvero: è immersa nel pensiero, isolata. E come il coscritto in prigione, distaccata dal mondo.
Non appena percepisce la presenza del prete, rientra in casa:
“In un minuto tutto sparì dentro l’uscio.”
Questo gesto è un rifiuto chiaro, definitivo, ma silenzioso. L’unica cosa che resta sono gli zoccoli, simbolo della sua presenza concreta e terrena, ma anche vuoti, abbandonati, come fosse un’anima già ritiratasi da tutto.
Nonostante sia arrivato fino a lei, il prete non ha il coraggio di bussare. Intuisce che lei è ancora lì, che ascolta:
“Sentivo – sentivo – che di là dall’usciolo lei restava in ascolto anche adesso.”
Eppure non rompe il silenzio. Ancora una volta, rimane bloccato dalla paura, dall’incertezza, forse anche dal rispetto o dal pudore.
L’incontro è mancato, ma non per caso: è una rinuncia consapevole.
Il paesaggio e i personaggi hanno una valenza simbolica, e l’ambientazione – un piccolo villaggio isolato, tra i monti – non è solo il luogo fisico in cui si svolge la storia, ma anche un ambiente che riflette l’interiorità dei personaggi. Il protagonista, con il suo viaggio solitario, sembra cercare un contatto con il passato o con un senso di appartenenza che però non riesce a trovare, proprio come nella figura della vecchia.
L’incontro con il sarto, sulla strada del ritorno, introduce un momento di dialogo comico e malinconico. Il sarto rappresenta la voce del mondo, della fatica quotidiana, ma anche del disincanto:
“Neanche un mezzo vestito… mi son portato fin sotto i calanchi.”
Il suo mestiere è inutile, nessuno compra più. E il prete si riconosce in questa inutilità condivisa. I due sono sconfitti dalla vita, e viaggiano in silenzio, bagnati, stanchi, due solitudini accostate.
C’è una battuta ironica ma significativa:
“Conosco dei preti in città che sotto la tonaca portano calzoni alla zuava…”
Questa frase è emblematica: rappresenta un’ipotesi di modernità, di cambiamento, che però il prete rifiuta. La sua risposta è secca, evasiva. Non vuole adattarsi, né osare.
Il dialogo col sarto rafforza l’idea che il prete sia legato a un mondo rigido, immobile, incapace di accogliere l’eccezione.
La lettera ritirata: mistero e rimpianto
Il ritorno in parrocchia porta la vera notizia sconvolgente: la vecchia era venuta a consegnare una lettera e due ceri. Ma poi, era tornata a riprenderla.
“E perché l’avesse scritta, e a cosa mai poteva esserci dentro, e perché era venuta a riprenderla…”
Questa lettera mai letta diventa il simbolo di tutto ciò che è rimasto non detto, non ascoltato, non compreso. Forse conteneva la domanda che la donna voleva porre. Forse una richiesta d’aiuto, o di chiarimento morale.
Tema principale
Fallimento dell’incontro. Il prete arriva troppo tardi. Il contatto umano non si realizza.
Silenzio come barriera. Nessuno parla. Tutto resta nel non detto. Anche la lettera, l’unico messaggio diretto, viene ritirata.
Sconfitta esistenziale. Il sarto e il prete rappresentano due modi diversi di fallire nel proprio ruolo: chi per il mestiere, chi per la missione.
L’incomunicabilità. La donna e il prete non riescono a comunicare davvero. Ogni tentativo cade nel vuoto.
Rimpianto e occasione perduta. Il prete riflette con amarezza, ma troppo tardi. La lettera ritirata è l’emblema dell’occasione sfumata.
Il capitolo X è un punto di non ritorno. Dopo tutto il lungo avvicinamento, l’attesa, i segnali, i silenzi carichi di significato… non accade nulla. E proprio in questo “nulla” si manifesta la tragicità profonda del racconto.
Il prete ha avuto il suo momento: è salito fin lassù, era lì. Ma non ha varcato la soglia, come simbolicamente non varca la soglia della coscienza, della fede applicata alla realtà concreta.
“Tutto qui?” si chiede. È la domanda centrale del racconto. Tutto qui, davvero?
Francesca Mezzadri