
Ho in mano una foto di mio padre che ho scattato a settembre.
Una delle varie che ho catturato durante il cinquantesimo dei miei genitori.
Allargandole sullo schermo per poterle editare mi hanno sorpreso dei dettagli che non avevo mai notato: la postura, certe rughe, la forma degli occhi, le mani, la forma delle gambe…
Come fosse uno sconosciuto e questa fosse il primo incontro.
Eppure é mio padre, ci son cresciuto assieme, chissà quante volte l’ho guardato, gli ho parlato senza mai accorgermi.
Lo guardavo senza vedere come si fa con le istituzioni ovvero quelle strutture destinate a permanere immutabili nel tempo, come l’INPS, la Chiesa Cattolica o l’edificio scialbo della Bracco di Lambrate con il suo logo tristemente ordinario verde felce e blu cobalto.
La loro presenza é così costante, forte, quasi monolitica, da diventare invisibile solo per il fatto di essere sempre lì. Tanto da renderci ciechi che il passare del tempo li investe come fa con ogni altra cosa. Ed a volte, senza preavviso o senza nessuna ragione apparente, li scopriamo diversi, invecchiati, e, talvolta, fragili o inadeguati come l’INPS.
Inutile dire che mio padre con l’INPS non ha nulla a che spartire perché non ha dovuto soffrire il lifting estetico della digitalizzazione che, come una chirurgia plastica poco riuscita, ha lasciato un corpo comunque logorato, avvizzito, stanco, indolenzito, desensibilizzato e comunque disfunzionale. Non mi addentrerò, ma ogni volta che ho a che fare con una istituzione italiana ringrazio, amaramente, di vivere all’estero.
Fino a ieri quando pensavo a mio padre lo pensavo cinquantenne (l’età che ora ho io) scuro di pelle e di capelli, un po’ sovrappeso e con la barba. Ma é solo una proiezione sbagliata, un miraggio, una immagine di un padre che non c’é più.
Da quanto tempo quel padre non esiste più?
Lo ricordo in auto una notte che era venuto a prendermi alla stazione di Arcore, l’asfalto nero pece illuminato dalla luce arancione dei lampioni sospesi nel buio e l’aria satura di polvere umida e biancastra dal lieve odore di legna bruciata.
Quanto tempo é passato?
O forse da allora non l’avevo più guardato seriamente, quel guardare che dedico alle opere d’arte, quel guardare profondo che vuole capire tutto di ciò che ha di fronte.
Penso a Claudia. La vedo ancora venticinquenne anche quando ce l’ho davanti. Il ricordo é più forte della realtà e la trasfigura. O forse veramente il tempo non esiste?
Ho in mano questa foto, una foto da nulla, semplice e che mi mostra senza retorica la luce di quegli occhi grandi e tondi. Quella luce esiste veramente o me la sono immaginata? Non l’avevo mai vista… Possibile? O forse non l’avevo mai voluta vedere? O non ne ero capace? É possibile che forse, con i miei silenzi, con la mia determinatezza e con la corazza che mi son costruito addosso, abbia imposto a mio padre di essere di fronte a me diverso da quel che realmente è?
Ho sempre amato fotografare e seppure non sia mai riuscito a considerarla una forma d’arte al pari della pittura ne intuisco l’importanza.
Immagino, leggendo quest’ultima frase, la mia amica Manuela trasalire, qualche curatore o amico fotografo storcere il naso infastidito…
Nella fotografia, forse a causa degli scritti di Roland Barthes, ho sempre visto la morte: un istante congelato nel tempo e gettato automaticamente in un passato freddo e ingeneroso. Un movimento fermato innaturalmente che non solo non rappresenta il soggetto ma lo annichilisce ancorandolo per sempre ad un destino nefasto. Alcuni parlano di memoria… comunque una memoria innaturale, pornografica, che ricorda molto di più di quello che la mente per sua natura può fare.
La mente che acquieta il passato nell’indefinito e nell’impreciso lasciando spazio alla poesia e al ricordo emotivo.
Per me l’arte deve gettarti oltre il tempo.
Capisco chi usa la fotografia come strumento creativo come Vanessa Pey, Robert Mapplethorpe o Richard Avedon, cioè quelle persone che compongono con la fotografia creando immagini nuove, immagini dove l’artista inventa una realtà altra. In questi casi la fotografia si trasforma in mezzo, strumento creativo e l’immagine il risultato di un pensiero e di una ricerca. Raramente la fotografia documentaria, riesce a generare immagini capaci di trascendenza. Ci sono riusciti artisti come Nan Goldin e Wolfgang Tillmans o, quello che per la mia crescita è stato il più importante, Miroslav Tichý ma rimangono in generale casi piuttosto isolati.
La maggior parte dei fotografi cedono allo stile, all’estetica di una tecnica che, per quanto bella o interessante, rimane solo tecnica, un espediente che può servire solo a decorare le case minimal, neutre ed uniformi di chi cerca elementi pacificanti, ai fotografi per hobby ed agli studenti di qualche corso serale di fotografia.
L’arte non pacifica, l’arte scuote, disturba, ti rovescia dal letto a metà della notte e non ti lascia più dormire.
La pittura, anche la più noiosa, può essere salvata dall’inadeguatezza della mano che non riuscendo a seguire l’intenzione del cervello nel creare, rompe, crea stridore, interferenze e disturbi trasformando la realtà rappresentata in un significato altro e ha a che vedere intimamente con l’essere umano nel senso esistenziale. La macchina fotografica é solo una macchina e per quanto si possa sbagliare o cercare appositamente l’errore, trasmetterà sempre e solo il guscio della realtà.
Forse é per questo che amo le immagini virate, sfuocare, bruciate o mosse perché, in quello spazio indecifrato, in quella nebulosa di puntini e segni, posso ritrovare la mia forma di ricordare, di sentire ed immaginare: la poesia di un pensiero che, arrivato in un bagliore di sorprendente lucidità, si consuma in un istante lasciando solo la coscienza del suo passaggio in un sentimento di completezza.
Ho in mano questa foto di mio padre, la giro e la rigiro tra le mani.
Usavo la fotografia come appunti della realtà per poi fare altro. Non mi ero mai reso conto del suo potere. Pensavo fosse quello di descrivere ed invece é sempre stato quello di obbligarmi a guardare.
Tutti dovremmo fotografare perché, con l’occhio sinistro schiacciato contro la lente del mirino, siamo obbligati a renderci conto di quello che, a volte per distrazione, leggerezza o negazione, non siamo più capaci in altro modo di vedere.
Paolo Maggis