Infernetto letterario

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Luca Ricci

Ero nel parcheggio del Lingotto di Torino per partecipare al Salone del Libro quando caddi in una voragine che mi precipitò nell’oltretomba letterario. Un uomo butterato uguale a Charles Bukowski mi disse: – Questo è l’anti inferno, vuoi scendere giù per una visita guidata?

Pagai pochi spiccioli e mi spiegò: – Non c’è un solo aldilà, questo è l’infernetto letterario.

Subito giungemmo dagli ignavi che erano i critici che in vita non avevano mai preso una posizione netta, preferendo soltanto riassumere la trama dei libri. Se ne stavano imprigionati dentro una grotta, costretti a rileggersi per l’eternità recensioni ottusamente furbe, imparziali.

Ci allontanammo da quel brusio tetro e incontrammo un bosco che faceva da spartiacque tra anti inferno e limbo.

– In pratica è il fiume Acheronte,- osservai.

– Che dici?- sbuffò Charles. – Non farmi riferimenti colti tanto non li capisco.

Pensai che il bosco in questo caso servisse a ricordare ai penitenti letterari di quale elemento fondamentale avessero fatto scempio, cioè la cellulosa. Oltre quella vegetazione tanto più sinistra perché incontaminata e vergine si giungeva a una spiaggia dove in un eterno festino della Scuola Holden banchettavano gli empi della filiera editoriale (soprattutto addetti stampa).

– Nel loro caso la pena è la perpetuazione del peccato,- spiegò Charles.

– Sono una moltitudine.

Più in là si apriva un vallone scosceso diviso in gironi di egual misura.

– Non dovrebbero essere cerchi concentrici?- chiesi, per scrupolo.

– Cazzo, c’era troppa gente,- tagliò corto Charles.

Nel primo girone c’erano i provocatori, quelli che si erano accontentati del politicamente

scorretto (opposto ma in buona sostanza identico al politicamente corretto), i quali venivano bruciacchiati da una sfera infuocata che rappresentava il talento mal speso; nel secondo c’era il castigo dei manieristi, quelli che per ozio e inettitudine non avevano saputo uccidere i maestri, obbligati a rosicchiare nella fanghiglia i teschi dei loro beniamini (Thomas Bernhard e Raymond Carver erano tra i più rosicchiati); veniva poi il girone degli editor-scrittori che avevano tradito due mestieri allo stesso tempo usando il potere del primo per primeggiare nel secondo, e che adesso venivano marchiati a fuoco con i refusi lasciati nei libri degli altri; seguiva poi il tormento dei bestselleristi, gli scrittori senza scrupoli che avevano pensato più alla carriera che alla vocazione, più alla tecnica che allo stile (tra loro figuravano molti giallisti, tanto che girava voce che a breve avrebbero inaugurato un girone apposito), impegnati in un firma-copie infinito, senza possibilità d’interruzione.

Poi fece freddo, freddissimo.

– Che succede?- domandai.

– Siamo quasi alla fine del giro,- rispose Charles. – Ecco là il titolare.

Fu allora che mi accorsi di Lucifero conficcato nel ghiaccio e contornato da decine di editori, i quali, avendo creduto di poter trattare i libri come saponette erano i suoi più degni compari. Visto che davanti a quello spettacolo mi ero pietrificato, Charles imprecando mi tirò via per un braccio.

– Ti va una birra a uno dei chioschetti del Salone?- gli proposi.

– Una sola? Meglio una confezione da sei.

Prendemmo una scala mobile,

e quindi uscimmo “a riveder le stelle”.

Luca Ricci