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La ricerca non è uno strumento per tornare alla vita di prima

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Nella Bhagavadgītā si dice che gli esseri umani si avvicinano al divino o attraversano la soglia di ciò che li supera, mossi da moventi diversi. Alcuni arrivano perché oppressi dal dolore e cercano sollievo. Altri perché desiderano ottenere qualcosa sebbene non sappiano di cosa si tratta. Altri ancora perché sono spinti dalla sete di conoscenza. Poi ci sono coloro che cercano perché la realtà è diventata per loro una forma della vita, talvolta attraversando l’ambiguità la chiamano verità.

Questa distinzione decisiva è utile perché non tutti i movimenti verso l’altra parte hanno la stessa durata. Chi cerca per curiosità può fermarsi appena la curiosità la trasformano in soddisfazione. Chi cerca per dolore può arrestarsi appena il dolore si attenua. Chi cerca per ottenere qualcosa che non sa cosa, appena ha ricevuto un dono, di norma si accontentano di poco oppure, peggio, appena comprende che non lo riceverà mai. Chi cerca la realtà non può fermarsi. Non perché sia più forte, più puro o più eroico degli altri, ma perché l’oggetto della sua ricerca non si esaurisce, ogni stanza ha una porta che porta a un’altra stanza. La curiosità vuole una risposta. L’infelicità vuole una cura. Il desiderio vuole un risultato. La conoscenza della verità, volevo dire realtà, non chiude il cammino, lo rende più profondo, a dire il vero – se questa parola avesse senso – infinito. Il curioso e l’infelice possono abbandonare la via, non è tradimento, dai! vi erano entrati per una necessità parziale. Avevano bisogno di vedere, di capire qualcosa, di trovare sollievo. Una volta ricevuto ciò che cercavano, il loro movimento si interrompe. La soglia è stata attraversata, ma non è diventata dimora. Diverso è il destino del “realista”, non si tratta più di risolvere un bisogno, ma di abitare una domanda. La ricerca non è uno strumento per tornare alla vita di prima: diventa la forma stessa della vita. Chi cerca davvero non vuole sapere qualcosa in più; vuole trasformare il proprio modo di stare nel mondo, di rispondere al mondano. Metanoia, direbbe un mio amico, basta la parola. Poi direbbe che sono gli alimenti che accrescono la fame anziché sedarla.

La realtà non consola: espone. Toglie riparo, sposta il punto di osservazione, obbliga a riconoscere che ogni risposta genera una responsabilità, un altro responso. Per questo non finisce mai. Non perché sia impossibile trovare qualcosa, ma perché ogni cosa trovata apre un’altra soglia.

Si potrebbe dire allora che la differenza profonda non è tra chi cerca e chi non cerca, ma tra chi cerca per uscire da una mancanza e chi cerca perché ha riconosciuto nella mancanza il luogo stesso del pensiero. Forse “andare dall’altra parte” significa proprio questo: smettere di considerare la ricerca un’emergenza e riconoscerla come una fedeltà che non concede congedo. Non perché sia una prigionia, ma perché è una continua chiamata.

Luca Sossella

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