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Cristina Caloni. Auramara

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Sinossi 

In una gelida sera invernale, alla fine degli anni Ottanta, quando Leila scompare. Era stata a far visita a un’amica ricoverata in ospedale e doveva fare ritorno a casa in tempo per la cena. Ma Leila, a quella tavola, non siederà mai più. A ritrovarla, morta, sono gli amici di sempre, che, messi in allarme dai genitori della giovane donna, si sono organizzati in gruppi e hanno passato al setaccio la zona. Quando la trovano, Leila giace a terra, tra la neve e le sterpaglie del sottobosco. È stata uccisa. Chi poteva volere la morte di una ragazza che tutti amavano, impegnata nel sociale e negli studi di giurisprudenza? La domanda è destinata a rimanere senza risposta per decenni, fino a quando l’attenzione della comunità non si concentrerà sul capro espiatorio perfetto. Un’ambiziosa giornalista si interesserà del caso, aprendo scenari inaspettati.

Letto nella sua interezza, il romanzo si configura come un’operazione narrativa ambiziosa e coerente: parte dal giallo per smontarne progressivamente i presupposti e trasformarlo in un’indagine sull’identità, sulla costruzione della responsabilità e sulla storia italiana come dispositivo di violenza e rimozione. Vi è un omicidio da risolvere, Leila, una ragazza che tutti amavano e brava studentessa, ma soprattutto un sistema da attraversare, capace di inglobare individui, relazioni e memoria collettiva.

Fin dal prologo, Damiano colui che pare abbia commesso il crimine, è un soggetto definito dallo sguardo altrui prima ancora che dai fatti. La sua colpevolezza nasce come costruzione sociale: ciò che conta non è cosa è accaduto, ma cosa appare credibile. La dimensione psicologica si intreccia così con quella collettiva, e ogni personaggio contribuisce a questa produzione di senso. La madre interiorizza il giudizio fino a farsene portavoce; Tania destabilizza la verità trasformandola in performance emotiva; Gabriele introduce una logica di controllo e riscrittura del reale. In questo quadro, Leila emerge come coscienza etica e figura tragica piena di lucidità, destinata ad una fine tragica.

Il passaggio alla dimensione mediatica e giudiziaria radicalizza il discorso: la verità diventa contesa, moltiplicata, manipolabile. La scelta di usare una poesia come prova è emblematica: la parola letteraria viene piegata a strumento di accusa. Anche l’assoluzione non restituisce chiarezza, perché il problema non è giuridico ma simbolico: il sistema ha bisogno di un colpevole.

Con il settimo capitolo il romanzo si apre definitivamente alla storia. Il richiamo agli anni di piombo non è decorativo, ma strutturale: la violenza diventa linguaggio diffuso. La figura di Matteo Vallini non è eccezionale, ma funzionale a un sistema in cui orrore e normalità convivono. Le connessioni tra potere, finanza e istituzioni non chiariscono il delitto, lo rendono più opaco, confermando l’impossibilità di una verità unica. Il cardinale Pulvirenti assume così una dimensione tragica, intrappolato nel meccanismo che incarna.

L’epilogo porta a compimento questa visione. La morte di Leila perde ogni autonomia e si rivela come effetto di una violenza sistemica. Il riferimento alla strage di Bologna sancisce ulteriormente il legame tra storia privata e collettiva. Non più sfondo, ma origine. Non esistono innocenti, solo diversi gradi di coinvolgimento e silenzio.

Il romanzo non offre verità definitive né soluzioni, ma una consapevolezza più amara. Damiano non è colpevole o innocente in senso tradizionale, ma il punto di convergenza di forze che lo superano. La scrittura, mobile e stratificata, sostiene con efficacia questa complessità, alternando registri senza perdere coesione.

Ne risulta un’opera che trascende il giallo e si impone come romanzo pieno, capace di interrogare non solo un delitto ma su un intero sistema sociale. Il 9/10 trova qui una giustificazione solida: per ambizione, coerenza e capacità di trasformare l’indagine in una riflessione radicale sulla verità e sulla colpa.

Auramara, Cristina Caloni, Clown Bianco Edizioni, 2026, EURO 10,99

Francesca Mezzadri 

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