Messico 2 ottobre 1968, la Piazza delle tre culture si trasforma in un mattatoio. I soldati sparano sugli studenti . Tra centinaia di corpi giace quello di una donna con tre proiettili nel corpo. La trascinano per i capelli giù per le scale e la gettano in un camion insieme ai morti.
Lei non urla, lei memorizza. Si chiamava Oriana Fallaci.
Nata nel 1929 a Firenze morta nel 2006 nella stessa città. Alta 1metro e sessanta, peso 50 kg.
Tanto bastò perché i dittatori di tutto il mondo la temessero più degli eserciti.
Come Henry Kissinger che definì la conversazione con lei “una catastrofe”, come in Iran quando scagliò addosso lo chador, Arrafath impugnò la pistola.
Gheddafi fuggì.
Ma ecco l’enigma questa donna che era sopravvissuta alla fucilazione, che aveva inchiodato tiranni, si spezzò una volta sola a causa di un uomo che le diede un calcio nel ventre perché lo perdonò.
Per comprendere questa donna bisogna tornare indietro. A una città sotto le bombe. A una bambina che imparò a non piangere.
Il padre, Edoardo Fallaci fa il falegname, la madre Franca è una semianalfabeta che firma con la croce perché non sa scrivere il proprio nome.
Non hanno soldi, non hanno prospettive ma hanno qualcosa che non si compra: il coraggio.
Edoardo Fallaci non è un falegname qualunque.
È un antifascista convinto membro del movimento clandestino giustizia e libertà.
Mentre Mussolini marcia su Roma e l’Italia sprofonda nella dittatura, quest’uomo insegna alla figlia una lezione fondamentale : il potere va sfidato, mai tenuto. La piccola Oriana cresce tra segatura e discorsi proibiti. Ascolta le riunioni clandestine nella bottega del padre, impara a riconoscere i passi dei fascisti nel vicolo, impara a nascondere i volantini sotto il materasso, impara che le parole possono essere armi più potenti dei fucili. A dieci anni scopre Jack London. Lo legge di nascosto alla luce di una candela. Quelle pagine le cambiano la vita: “Il richiamo della foresta”, “Zanna bianca’, “Martin Eden”, storie di sopravvivenza di individui contro il mondo. Decide: diventerà scrittrice. Non sa ancora che diventerà molto di più.
Poi arriva la guerra. 1943, Firenze brucia. I tedeschi hanno occupato la città. Il padre di Oriana guida una cellula della resistenza. Ha
bisogno di una staffetta.
Oriana tra i dieci e i quattordici anni, inizia a trasportare granate. Le nasconde sotto cespi di lattuga, in fondo a borse della spesa, sotto strati di patate e cipolle.
Attraversa i posti di blocco tedeschi con il cuore in gola ma il viso impassibile. I nazisti la fermano, frugano nella borsa. Vedono verdura, pane, qualche patata. Non scavano fino in fondo dove l’acciaio freddo delle granate aspetta. La lasciano andare con gesto annoiato.
Lei cammina via lentamente come le ha insegnato suo padre. Mai correre dopo un posto di blocco. Correre significa colpa. Significa morte.
Non è l’unico rischio che corre.
Quando gli aerei alleati vengono abbattuti sulla toscana, i piloti americani e inglesi hanno bisogno di aiuto per fuggire. La rete partigiana li nasconde ma qualcuno deve guidarli attraverso le linee nemiche. Oriana diventa quella guida .
Li conduce attraverso sentieri nascosti tra le colline toscane , li nasconde nei fienili, procura loro abiti civili rubati dai panni stesi. È così che impara l’inglese. Non sui banchi di scuola ma sussurrando indicazioni a uomini terrorizzati che le affidano la vita.
C’è un momento che segnerà per sempre la sua esistenza. Estate 1943. Le bombe alleate martellano Firenze. Il sibilo degli aerei , poi il fischio delle bombe che cadono poi l’ esplosione che fa tremare la terra. Edoardo Fallaci e la sua famiglia si rifugiano in cantina. I muri tremano. Nel buio illuminato solo dalle esplosioni, la piccola Oriana scoppia in lacrime. Il padre si volta , la guarda e le dà uno schiaffo. Non forte non per fare male ma abbastanza per fermare il pianto.
Una bambina non deve piangere.
Cinque parole.
Oriana le portò con sé per il resto della vita.
Sessant’anni dopo le ripeteva ancora nelle interviste.
Le usò come scudo, come arma, come giustificazione.
Da quel momento giurò che non avrebbe più versato lacrime, né sotto le bombe, né sui cadaveri in Vietnam, né sul corpo dell’uomo che amava. Il pianto divenne un lusso che si proibì per sempre o almeno così diceva .
I fascisti non avevano ancora finito con la famiglia Fallaci. Una sera bussarono alla porta . Edoardo venne arrestato e portato a “Villa Triste” , il quartier generale della Gestapo a Firenze. Oriana non seppe mai esattamente cosa fecero a suo padre in quelle stanze. Lui non ne parlò mai. Portava il silenzio come una cicatrice invisibile.
Ma quando ritornò a casa, settimane dopo, era un uomo diverso. Camminava curvo come se portasse un peso invisibile sulle spalle.
Portava cicatrici che non mostrava a nessuno, nemmeno alla moglie.
La ragazza guardò quell’uomo spezzato e capì una cosa fondamentale: il potere tortura. Il potere uccide e qualcuno deve raccontarlo ed esserne testimone.
1945 Firenze è libera. Oriana ha 15 anni e riceve una medaglia per il suo contributo alla resistenza.
Il dopoguerra e miseria. La famiglia Fallaci vive in uno scantinato umido invaso da topi, Edoardo ha perso il lavoro in un’Italia dove è scomodo ricordare il fascismo ma anche la resistenza. Tosca fa miracoli con quel poco che hanno.
Cucina zuppe con gli avanzi. Rammenda vestiti fino a farli diventare più rammendo che stoffa.
Le sorelle Oriana, Nera, Paola, Elisabetta condividono tutto. Oriana si (i)scrive all’Università. Prima medicina poi chimica. Ma questa strada non fa per lei. Lei vuole scrivere, vuole dare voce a chi non ne ha . “Il Mattino cerca un articolista di cronaca nera. Non è quello che avevo sognato ma è un piede nella porta. Lo zio Bruno Fallaci, giornalista affermato le insegna i rudimenti del mestiere: come verificare una fonte, come costruire un articolo, come fare domande scomode senza farsi sbattere la porta in faccia.
Soprattutto le insegna come non farsi intimidire.
“Sei una donna. Ti tratteranno come se fossi invisibile. O come se fossi stupida. Usalo a tuo vantaggio “. Conobbe anche Curzio Malaparte che considerò il suo maestro.
La sua prima inchiesta importante riguarda la prostituzione a Firenze. La realtà squallida dei bordelli del dopoguerra. L’articolo fa scandalo, i protettori la minacciano. La bambina che trasportava granate sotto cespi di lattuga è diventata una giornalista che trasporta
verità scomode nelle pagine dei giornali.
Ma Firenze era troppo piccola per lei, l’Italia era troppo piccola. Il mondo l’aspettava.
1950. Una giovane donna varca la redazione dell’Europeo, insieme ad Epoca, il più importante settimanale italiano. I redattori la guardano con scetticismo appena velato. Una donna al giornale può occuparsi di moda, di pettegolezzi, di cucina.
Cose da donne, cose leggere.
Lei accetta solo per aspettare il momento giusto.
Per anni Oriana intervista attrici o scrive di sfilate di moda, di eventi mondani.
Ma dentro di sé ribolle. Vuole la politica, vuole i potenti. E i potenti sono tutti uomini che non prendono sul serio le donne. Una volta in redazione sbotta “basta con vestiti e pettegolezzi. Voglio le storie vere. Voglio i reportage seri”. Il direttore alza gli occhi dal suo caffè. Per un momento considera di licenziarla. Invece le dà una possibilità “scriva qualcosa di serio, vedremo”.
Lei scrive di prostituzione, di povertà, di ingiustizia sociale. Scrive con una furia che spiazza i colleghi maschi che non sanno come classificarla. È abbastanza femminile per non essere ignorata ma non è abbastanza docile per essere controllata.
È semplicemente troppo brava per essere ignorata. I suoi articoli vendono copie, molte copie e il direttore non può più ignorarla.
Nel 1955 il Direttore la manda a Hollywood.
È una promozione mascherata da esilio.
La corrispondenza dagli Stati Uniti è prestigiosa ma lontana dal cuore del giornale, lontana dalle decisioni che contano.
Speriamo si perda tra le luci del cinema e le feste delle star. Sperano si ammorbidisca.
Hollywood negli anni ’50 è la fabbrica dei sogni.
I giornalisti di mezzo mondo fanno la fila per intervistare i divi. Tutti vogliono piacere con foto sorridenti e pubblicità positiva. È un gioco di menzogne e di specchi che tutti accettano. Oriana fa il contrario.
Quando intervista Marilyn Monroe non le chiede del prossimo film o del vestito di gala che indosserà. Le chiede della solitudine, della paura di invecchiare, delle pillole che prende per dormire: sempre di più, sempre più forti. Marilyn sorpresa da questa donna che la guarda negli occhi, si apre come non aveva mai fatto con un giornalista. “Tutti vogliono Marilyn”, dice l’attrice, “Nessuno vuole Norma Jean”. “E lei chi preferisce essere?” . Un lungo silenzio. Poi una risposta che non finirà mai nell’articolo. Con Marlon Brando, la situazione diventa uno scontro di ego titanici.
Lui è arrogante, sicuro della sua bellezza e del suo talento, lei è ancora più arrogante, sicura delle sue domande, Lei si considera un genio chiede la Fallaci, e lei si considera una giornalista, risponde Brando. “Io faccio domande, lei dovrebbe dare risposte. O non è capace?” . Brando la fissa, poi scoppia a ridere. Una risata vera non quella che usa per gli shooting.
“È l’unica giornalista che non mi annoia”, ammette alla fine. Alfred Hitchcock la riceve nel suo studio, circondato dai suoi feticci e dalle sue ossessioni. Lei nota i dettagli, le mani che giocano nervosamente con un sigaro, lo sguardo che misura ogni reazione, calcola ogni effetto.
Lui nota lei: piccola, pericolosa come i personaggi dei suoi film.
“Lei ha paura di qualcosa signor Hitchcock”
“Di tutto, per questo faccio film dell’orrore. Per addomesticare la paura e funziona”
Alla fine l’intervista diventa un duello di intelligenze. Nessuno dei due ha vinto ma entrambi hanno rispetto per l’avversario.![]()
Nel 1958 pubblica il suo primo libro “I sette peccati di Hollywood” Non è un omaggio alla casa dei sogni. È una dissezione spietata con il bisturi delle parole. Racconta le ipocrisie dei moralisti che predicano valori familiari e tradiscono le mogli, la crudeltà dei produttori che masticano attrici e le sputano fuori quando non servono più. Il vuoto esistenziale dietro i sorrisi perfetti. L’alcool , le droghe, i suicidi che nessuno racconta. Il libro diventa un caso editoriale. I critici lo amano, Hollywood lo odia.
Lei non potrebbe essere più soddisfatta.
Francesca Mezzadri