Jack Johnson, il boxer nero che sbigottì l’America razzista

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Sesto figlio di ex schiavi, Jack Johnson (soprannominato più tardi The Galveston Giant) nasce nel 1878 a Galveston, in Texas. A dodici anni si reca a Boston per lavorare come inserviente nelle scuderie di un ippodromo e dove un calcio di un cavallo gli procurerà la frattura del femore. Esordisce nel pugilato a 16 anni, quando la boxe è ancora illegale. Jack combatte in California nel 1903 dove sconfigge Ed “Denver” Martin, ai punti in 20 riprese, diventando il primo campione nero dei pesi massimi. Il titolo è solo ufficioso perché la boxe è in realtà una disciplina riservata solo ai bianchi.

Il detentore dei pesi massimi rimane infatti il bianco Tommy Burns, franco-canadese. Johnson vuole combattere contro Burns ma l’America non vuole un nero campione dei massimi. Il Ku Klux Klan e buona parte dell’establishment bianco minacciano ritorsioni contro chiunque organizzi la sfida. Anche Jack London, il socialista umanitario, l’antesignano della giustizia sociale, esprimerà tutto il suo sdegno all’ipotesi di un nero campione mondiale della boxe. Per forza di cose il mondiale viene spostato a Sydney, in Australia, dove Jack Johnson diverrà il nuovo campione dei pesi massimi. Ma è nero, una cosa inaccettabile per l’epoca. L’affronto deve essere prontamente rimosso. È uno scandalo anche per il liberale New York Times, che usa parole al vetriolo contro questo energumeno subhuman sulla vetta del mondo. Il nuovo sfidante è presto scovato, si chiama Stanley Ketchell, origine polacche, soprannominato “l’assassino del Michigan”. Johnson lo polverizza con un montante destro dopo poche riprese.

Lo stile di Jack è da incassatore attendista, lascia sfogare l’avversario, pare non risentire dei colpi, mentre combatte parla col suo trainer come nulla fosse, sbeffeggia il pubblico, poi esplode come un fulmine a ciel sereno, il volto arcigno, concentrato, colpisce improvvisamente, con rabbia, con ganci e montanti micidiali, non punta mai al k.o., ma combatte con l’intento di svilire l’avversario, di fiaccarne la resistenza con il passare delle riprese, persino sostenendolo se lo vede crollare perché continui a lottare.

L’America bianca è sbigottita e affranta. Jack London si incarica di assoldare James Jeffries e gli chiede di sfidare Johnson per “cancellare questa vergogna”. James Jeffries è stato campione dei pesi massimi dal 1899 al 1904, è imbattuto. Il match è previsto a San Francisco, ma la notizia dell’incontro scatena disordini razziali, il Ku Klux Klan impazza per la città. Il match è allora spostato a Reno, in Nevada. È il 4 luglio 1910: agli spettatori (quindicimila bianchi, mille neri) vengono confiscate decine di pistole, coltelli, accette. È un’America selvaggia e violenta quella del 1910 come esattamente lo rimane oggi, armata e sovraccarica di odio classista e fomento razzista. Jeffries va knock out al quindicesimo round, dopo che Jack lo ha mandato al tappeto per ben due volte; quindicimila urlano la loro deplorazione, solo in mille esultano.

 

Il filmato del match è censurato, anzi in America viene distrutto, nessuno deve vedere un bianco abbattuto al tappeto da un nero, è una infamia. Per i neri americani, al contrario, la vittoria di Johnson è un passo fondamentale nella lotta per l’emancipazione razziale. Il poeta William Waring Cuney, nel suo poema My Lord, What a Morning, descriverà la reazione eclatante e inedita di masse intere di neri africani per le strade, un popolo che tramite Johnson ha ritrovato una sua identità. In quasi ogni stato americano si susseguono per giorni processioni di neri festanti e scontri razziali. Nel complesso, tra disordini e linciaggi che avranno luogo in più di venticinque Stati e in cinquanta città, si conteranno ventitré afroamericani e due bianchi uccisi, centinaia di persone ferite. Una strage.

Ma ormai Johnson è diventato per almeno due generazioni di neri l’antesignano della lotta antirazzista e allo stesso tempo un campione vero che non china la testa all’imbecillità. Infatti Jack non si nasconde e non predica umiltà, va fiero del colore della sua pelle e lo dichiara, ha rapporti con la stampa, con cui si mostra perfettamente a suo agio, perfino spavaldo e brillante, tutto il contrario del nero remissivo e modesto. Ama le auto di grossa cilindrata, gli abiti di lusso, le donne bianche, predilezione che gli attirerà ancora di più gli odi della comunità bianca in tutti gli stati americani, proprio perché Jack, non solo ha usurpato il titolo di campione del mondo nella boxe, ma perché ostenta la sua conduzione borghese, il suo savoir-faire, il fascino di un self made man che ce l’ha fatta, l’ostentazione persino con cui celebra la sua figura.

È sposato con la bianca Etta Terry Duryea, ex moglie di un proprietario di cavalli, ma ha anche due amanti sempre bianche, Belle e Hattie, prostitute, che lo seguono nelle sue periodiche trasferte. Etta si suicida per gelosia a Chicago al Café du Champion, il bar che Jack aveva aperto con successo nella città. Ora Jack si invaghisce di Lucille Cameron, messicana anche lei prostituta, e la cosa fa ingelosire un’altra delle sue amanti, Adah Banks, cantante, che spara a Jack dentro il suo locale. A Chicago si tiene una manifestazione di protesta di cinquantamila persone contro il campione e la sua promiscuità sessuale. Per ritorsione lo stato dell’Illinois ritira a Johnson la licenza di vendere alcolici. Non solo, viene denunciato a seguito delle dichiarazioni di una prostituta bianca che ha viaggiato con Johnson tra Chicago e Pittsburgh, denuncia basata su una legge, la Mann Act, che vieta la tratta e la prostituzione ma che ha il solo scopo di tutelare le donne bianche.

Nel 1913 una giuria bianca processa Johnson e lo condanna: un anno e un giorno di prigione. L’FBI raccoglie undici denunce contro di lui, tra cui quella di sodomia. Johnson fa appello, esce, sposa Lucille e scappa in Canada, dove vi rimarrà per sette anni. Sbarca in Europa dove compra cavalli da corsa, si fa seguire da un’orchestra jazz che lui stesso finanzia, frequenta il jazzset, è una celebrità e i francesi lo adorano. Combatte a Parigi, va in Argentina, nel 1915 è a Cuba, dove depresso e fuori forma, accetta di difendere il titolo a L’Avana contro Jess Willard, sulla distanza di 45 riprese. Al ventiseiesimo round un diretto destro di Willard centra Johnson alla mascella e lo mette k.o., dopo che Jack aveva dominato l’incontro, ma il match forse è truccato. C’è chi dice che Jack ha scommesso 2.500 dollari contro se stesso e patteggiato con l’FBI il suo rientro in America.

L’America gli manca, nonostante sia trattato peggio di un appestato. Nel luglio del 1920 si costituisce alla polizia degli Stati Uniti. Sconta la condanna nella prigione di Leavenworth, dove lavora come preparatore atletico dei detenuti. Quando esce ha solo cinque dollari in tasca, lui che è stato campione del mondo dal 1908 al 1915.

Continuerà a salire sul ring, ma è scoraggiato, forse abusa di alcol e cocaina. Si sposa per la terza volta, ma è stanco delle intolleranze, esausto delle botte ricevute, si lascerà sedurre dall’ingranaggio dello show business che ha demolito e demolirà tanti campioni e star del cinema. Si ridurrà a esibirsi nei circhi, coperto da una pelle di leopardo, per masse di spettatori irridenti e squallidi, come si erano esibiti Buffalo Bill e Cavallo Pazzo prima di lui. Combatterà fino all’età di 60 anni, ma solo per soldi, senza più passione, giusto per mantenere il suo dispendioso stile di vita.

Il 10 giugno 1946, un barista bianco rifiuta di servirlo per il colore della pelle, litigano, quasi vengono alle mani. Johnson è furioso, spacca tutto ciò che gli capita a tiro lungo la strada, sbraita indignato nella notte, ne ha le palle piene di questo paese che è un simulacro dell’indecenza, di questa nazione gravida di violenza e intolleranza, di questa comunità volgare e avida che abusa sui più deboli. Monta alla guida della sua Lincoln Zephyr, sfreccia per la statale che ancora sbraita fuori di sé battendo il cruscotto coi pugni che sanguinano, ha le lacrime agli occhi per la deplorazione e l’umiliazione subita da decenni. Livido di ira e rammarico per il suo corpo ormai martoriato, inservibile, sa che il suo nome stesso è finito nel dimenticatoio, non è più nessuno; il sistema ha vinto, lui è ormai uno scarto, un fallito e ormai vecchio. Una curva in controsterzo nei pressi di Raleigh, in North Carolina, gli fa perdere il controllo dell’auto: si schianta a tutta velocità contro un muro, muore tra le lamiere all’età di 68 anni. La terza moglie Irene Pineau, che gli rimane accanto fino alla fine, a una domanda di un giornalista durante il funerale di Johnson dice: «Lo amavo per il suo coraggio. Affrontava il mondo senza paura. Non c’era niente e nessuno che lo spaventasse».

Il colosso nero che ha sbigottito il mondo con la sua potenza, il campione che ha sempre vissuto come un dandy elegante e impertinente, amante delle corse dei cavalli, del jazz e delle donne bianche, l’uomo che ha avallato contro la propria sfrontata baldanza l’odio imperituro dei bianchi e di frotte di suprematisti senza mai badarci in fondo, il campione del mondo dal 1908 al 1915, con 83 match vinti e soli 14 persi, viene riabilitato sorprendentemente solo nel 2018 dal tanto vituperato presidente Trump che gli renderà onore davanti a milioni di americani incollati alla tv su sollecitazione dell’attore Sylvester Stallone, lo stesso Stallone che ha sempre considerato Jack Johnson il più grande campione della boxe di tutti i tempi.

Diviene un’icona del Black Power negli anni sessanta e settanta. Nat Fleischer, fondatore della rivista Ring Magazine, lo ha definito come «il miglior peso massimo che avesse mai visto». Nel 1971 Miles Davis gli dedica l’album, capolavoro del genere fusion, A Tribute to Jack Johnson. La International Boxing Hall of Fame lo ha riconosciuto fra i più grandi pugili di ogni tempo.

«I’m black… They never let me forget it… I’m black allright… I’ll never let them forget it».

Jack Johnson

Marcello Chinca Hosch