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Katherine. Un racconto in forma di memoria

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Fontainebleau, gennaio 1923

Il corridoio odorava di legno vecchio e cera d’api. Katherine si fermò davanti alla porta, poggiò la fronte al legno, chiuse gli occhi. Il cuore batteva come se avesse salito tre rampe invece di una. Ma non era stanchezza: era una tensione sottile, una corda invisibile tirata troppo a lungo.

Il silenzio ha un odore preciso, qui. Legno crudo, terra bagnata, sapone nero.

Katherine lo riconosce come si riconosce un vecchio nemico: con un fremito leggero, un moto di rispetto. Il freddo filtra dalle travi, ma lei non trema. Non ha più forze da sprecare nei gesti inutili.

È uscita un poco, per andare a cercare latte caldo. Ogni suo passo nella neve era come una virgola nel silenzio. 

Entrò.

La stanza era spoglia: letto stretto, tavolo, sedia, una finestra che guardava i pini neri. Il silenzio non era vuoto — conteneva qualcosa. Era stato Georges a volerla lì. Lei, poco convinta, si era lasciata persuadere. Forse era solo stanca. Non della vita, ma della sua forma. Di quel corpo che la tradiva ogni giorno di più.

Sedette alla scrivania e portò le mani alle tempie. Non c’erano più suoni del mondo reale. Solo una voce, interna e sottile, che le dettava immagini come sogni in dissolvenza.

Un giardino, un tè freddo, una madre assente, una bambina che guarda il cielo. Bastava ascoltare, e qualcosa arrivava. Il tempo non contava: l’inizio e la fine erano illusioni. Solo quel momento aveva senso — lo spiraglio in cui la verità si lasciava scrivere.

Aprì il taccuino. Prese la stilografica.

> “Viveva in quella stanza da due settimane. Ogni notte, il suono della pioggia cadeva come un pensiero trattenuto troppo a lungo…”

Ora è sola nella stanza. La stanza di vetro, la chiama così, anche se di vetro non ha nulla: solo pareti sottili, e una porta che si chiude senza suono. Ma è come se tutti potessero vederla, attraversarla, giudicarla. Persino lui — Georges, il maestro — passa davanti senza guardare. Oppure guarda troppo.

Sul comodino c’è il quaderno. L’unico oggetto con un peso vero. Katherine vi posa sopra la mano come per tastare un polso.

Scrivere non è più un atto di creazione. È sopravvivenza.

> “Non posso guarire. Ma posso ancora dire la verità.”

Fuori dalla finestra, un cavallo tossisce.

Sente ancora il freddo della stalla nelle ossa, dove ha pelato patate per ore. Il dolore alla schiena è diventato parte di lei, come la voce interiore che non tace mai.

E poi, cosa resta? Una finestra. Una pagina bianca. Un ricordo.

Tossì. Leggermente. Solo un promemoria del corpo.

Ma non si lamentava più. Scrivere era ciò che restava. Ogni parola, un piccolo atto di resistenza.

Una tazzina vibrò sulla scrivania. Katherine si alzò lentamente. Avrebbe voluto chiamarla — “Ida?” — ma era sola.

Eppure, sentì la sua presenza: solida, silenziosa. Per anni era stata lì, come un bicchiere d’acqua sul comodino. Necessaria, invisibile.

Mentone, Villa Pauline 

Mentone, estate.

Il sole filtra attraverso le persiane, disegnando strisce di luce sulle pareti bianche.

Ida è seduta accanto a lei, la pelle ancora umida dal bagno nel mare. Le dita di Ida scorrono lente tra i capelli di Katherine, come per fermare il tempo.

Non servono parole. Solo respiri, scambi di sguardi che dicono tutto.

Ida sorride, e Katherine sente il peso di un desiderio che non osa chiamare.

Fu a Mentone che Ida le lavò i capelli per la prima volta. Katherine aveva la febbre, e Ida le passava la spugna sulla fronte con dita lente, mai esitanti.

— “Ti odio quando sei così buona,” aveva sussurrato Katherine, mezzo delirando. Ida aveva sorriso. Non si offendeva mai.

L’amore per lei era irregolare. Non passione. Non bisogno. Qualcosa di più scomodo: dipendenza.

— “Non posso scrivere se non sei qui.” — “Ma quando ci sono, non mi sopporti.” — “Appunto.”

Una volta, Katherine le disse:

— “Se fossi uomo, ti sposerei.”

Ida non rispose. Si allontanò un po’. Non nel corpo, ma nello sguardo. Katherine ne ebbe paura. Così, le regalò una conchiglia e scrisse a matita:

> “Per L.M. — che c’è sempre anche quando non c’è. Tu sei il silenzio su cui poggia la mia voce.”

A Fontainebleau, ora, Katherine chiuse gli occhi. Vide Ida: entrare con il tè in mano, colma di rimprovero e affetto.

Aprì il diario:

> “Ho amato Ida. Non nel modo in cui si dice nei romanzi. Ma nel modo in cui si ama ciò che ci tiene in vita.”

Tornerai? — sussurra Katherine.

Fontainebleau 

Georges entra senza bussare. Si guarda intorno, poi fissa lei.

Scrivi ancora?

Scrivo perché non so morire.

Non sei venuta per essere salvata.

No. Sono venuta per essere svuotata.

E lo sei?

Quasi.

Georges rompe una noce tra le dita. Prima di uscire, dice:

Non scrivere per ricordare.

Scrivi per dimenticare bene.

Londra

Londra, inverno. Smog, vento, umidità che entrava nelle ossa.

Katherine batteva i tasti della macchina da scrivere con rabbia intermittente. Dietro di lei, Ida versava il tè.

— “Puoi almeno smettere di respirarmi sul collo?”

— “Sto a due metri da te.” — “Appunto.” — “Vuoi che esca?” — “Sì.”

Ida uscì. Ma Katherine la richiamò subito: — “No. Fa freddo.”

Era sempre così. Inchiodata tra il bisogno di solitudine e quello di essere amata. E Ida restava. Sempre.

Una notte, pioveva. Ida accese una candela. Katherine la guardò:

— “Se dovessi morire prima di te, non pubblicare nulla che non ti ho chiesto di pubblicare.”

— “Ma se nessuno ti leggesse, sarebbe come se non fossi mai esistita.”

— “E allora? È così importante esistere?”

Pausa.

— “Tu mi esisti. E questo basta.”

A Fontainebleau, ora, Katherine aprì gli occhi. La stanza era vuota. Ma per un attimo, sentì il suono del cucchiaino nel tè.

Scrisse:

> “Non sono riuscita a scrivere un grande romanzo, ma ho amato chi mi ha salvata ogni giorno. Questo sia detto di me.”

Fontainebleau – Il visitatore

Era il secondo pomeriggio di nebbia. La luce veniva da dentro.

Un rumore. Passi. La porta si aprì. Non servì alzare lo sguardo.

Murry.

John arriva nel tardo pomeriggio. Ha lo sguardo stanco, gentile.

Lei lo guarda come si guarda un uomo che si è amato da un altro tempo.

Sei venuto.

Scriverò tutto, se vuoi. O niente.

Trasformerai le mie parole in reliquia.

No.

Sì.

Ma non è rabbia. È constatazione.

— “John.”

— “Kathleen,” disse lui, come se il nome potesse spezzarsi.

Si sedette accanto a lei. Le porse un fascicolo: The Garden Party.

Lei lo sfiorò, ma non lo aprì.

— “Ho ancora cose da dire.”

— “Lo so,” rispose lui. Ma non ci credeva davvero.

— “Sai cosa mi spaventa? Non morire. Ma non essere letta come una donna. Come un essere umano.”

— “Ti leggeranno, Katherine. Un giorno ti leggeranno davvero.”

Ma lei sapeva quanto la letteratura dimentica le voci che non gridano.

Quando lui si alzò per andarsene, disse solo:

— “Non lasciarmi diventare una santa. Né una martire. Né un mistero. Io sono stata viva, John. Questo, scrivilo.”

Si voltò verso la finestra. La luce cadeva sui pini come pioggia d’argento.

Lei gli porge il quaderno.

Lasciamelo tenere — dice Murry.

La consegna è fatta.

Wellington, molti anni prima

Thorndon. Il giardino sapeva di salsedine e gelsomino.

Il mondo era ancora piccolo e misterioso, e Katherine vi regnava con regole sue.

Scriveva già, sul retro dei quaderni. Inventava poesie per le piante. C’era una bambina che le piaceva, una con i capelli neri e le mani sporche di terra. Si erano baciate. Poi mai più detto nulla.

Un giorno aveva chiesto alla madre:

Perché non sono come le altre bambine?

Perché hai troppa immaginazione. È una malattia che viene alle donne intelligenti.

Aveva solo sette anni.

Capì allora che avrebbe scritto per sempre.

E che sarebbe stata sola.

E nella penombra, Katherine Mansfield continuava a scrivere. Leggera come farfalla.

Visione

La stanza svanisce.

Un giardino notturno. Gli alberi sono trasparenti, fatti di carta scritta.

Un tavolo basso. Tre sedie.

Sulla prima, la bambina. Sulla seconda, l’amante. La terza è vuota. Katherine si siede.

Non siete mai andati via?

Ci hai chiusi nelle parole — dice la bambina. — Ora ci liberi.

Cosa devo scrivere?

Silenzio.

Scrivi che non hai smesso di desiderare — dice la bambina. —

Non l’amore. Non la fama. Ma il gesto. Il fuoco. La carezza che non si riceve, ma si immagina.

La visione svanisce. Ma la frase resta.

L’ultima frase

La luce del pomeriggio è immobile.

Katherine scrive l’ultima frase, senza esitazione.

Chiude il quaderno. Lo porge a Ida 

Poi si sdraia.

La stanza di vetro scompare.

Resta solo la luce. E in quel gesto, silenzioso e semplice, oppose la vita alla morte. Solo con l’inchiostro.

(pagina bianca)

> “Io non sono finita. Sono diventata frase.”

Francesca Mezzadri 

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Personaggi principali

Katherine Mansfield (1888–1923)

Scrittrice neozelandese, figura centrale del racconto. Malata di tubercolosi, si ritira a Fontainebleau in cerca di quiete e forse redenzione. La sua voce interiore, fragile e potente, guida il lettore attraverso frammenti di memoria e immaginazione. Nei suoi ultimi giorni, la scrittura resta il solo atto possibile e necessario.

Ida Baker (detta “L.M.” o “Lesley Moore”)

Compagna, infermiera, custode silenziosa e fedele di Katherine. La loro relazione sfugge a ogni definizione semplice: non fu mai apertamente romantica né semplicemente amicale. Ida è il pilastro invisibile attorno a cui Katherine si costruisce — e contro cui si ribella.

Nel racconto, rappresenta la presenza affettiva più costante e più ambigua.

John Middleton Murry

Marito di Katherine, critico letterario e scrittore. Dopo la morte di lei, sarà il curatore e promotore della sua opera. Nel racconto è la figura che riporta Katherine al mondo, ma anche colui che rischia di trasformarla in simbolo o reliquia, invece che conservarne la verità viva e umana.

Georges Ivanovič Gurdjieff

Guida spirituale russo-armena, fondatore dell’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo. Accolse Katherine nei suoi ultimi mesi di vita, a Fontainebleau. Figura enigmatica e controversa, nel racconto non appare direttamente ma agisce come presenza-assenza: simbolo di una disciplina estrema che confina con l’omissione.

Fu lui a destinarla a compiti umili — come pelare patate nella stalla — anche mentre la tubercolosi la consumava. Questo gesto, ambiguo, può essere letto come rito purificatorio, o come forma di abbandono mascherata da percorso spirituale.

Nel racconto, Gurdjieff è la soglia: tra l’ascesi e la morte.

Note dell’autrice

Questo racconto nasce da un’urgenza: restituire a Katherine Mansfield una voce piena, umana, personale. Troppo spesso ricordata solo come “scrittrice malata” o come oggetto letterario, Katherine fu in realtà un’esistenza complessa e ardente, in tensione costante tra desiderio e limite, solitudine e bisogno d’amore, forma e fragilità.

La narrazione si struttura come una memoria franta, seguendo non una cronologia lineare, ma una geografia emotiva. Gli episodi di Mentone e Londra non sono semplici ricordi, ma luoghi interiori che riaffiorano nei giorni finali a Fontainebleau, nel 1923. Lo stile tenta di onorare la sua prosa: lirica, precisa, essenziale, ma sempre piena di sottotesto.

Il personaggio di Ida è tratteggiato con affetto e rispetto, senza romanticizzare né ridurre la loro relazione. Ho voluto mostrare ciò che raramente si racconta: la dipendenza reciproca, la cura come forma di amore imperfetto, e il silenzio come spazio condiviso.

La figura di Gurdjieff, volutamente tenuta ai margini della narrazione diretta, rappresenta un nodo irrisolto. Non ho voluto inserirlo come personaggio attivo, ma come assenza simbolica: una voce muta che tuttavia plasma lo spazio.

Il suo Istituto, con le sue regole ascetiche e rituali ambigui, diventa lo sfondo di un’estrema resa spirituale: la scrittura come unico rifugio e la rinuncia come ultima ribellione.

Gli episodi di deprivazioni di Katherine — si caricano così di senso: diventano l’immagine rituale di un’ultima purificazione. Una forma di omissione, forse, ma anche l’eco di una scelta interiore. Katherine sembra accettarla, non come martirio, ma come passo finale verso una lucidità altra.

Infine, la stanza di vetro e la visione sono elementi simbolici: un luogo oltre la vita, ma ancora radicato nella scrittura. In quella stanza ideale, Katherine non muore: resiste. Non attraverso la gloria, ma attraverso le sue parole.

Francesca Mezzadri 

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