La pareidolia è un fenomeno psicopercettivo per cui l’umano tende a riconoscere forme familiari — di norma volti, oggetti, animali o simboli — in segni o stimoli visivi o acustici casuali, come nuvole, macchie, superfici sconnesse o rumori nella notte.
Il cervello guidato dall’esperienza e dalle aspettative è portato a organizzare l’informe in forme, interpretando ciò che vede secondo schemi preesistenti (spesso inconsapevoli).
Fin qua niente di nuovo: la pareidolia rappresenta una scorciatoia cognitiva, un meccanismo che pretende di dar senso a ciò che potrebbe apparire privo di significato.
Quello che invece ho pensato, si fa per dire, lunedì scorso verso l’alba subito dopo le 5:30 è che tutto non è altro che pareidolia. Tutto, ma tutto: da Omero alla nuvola che mostra i volti dei cani della mia infanzia, al muro scrostrato che mostra Satana, al fiore che misura il volto dell’Altro e all’altro che sembra qualcos’altro ancora.
[Il genio di Giotto dipinge due volte, una sulla nuvola, il profilo di Francesco ne “La morte del santo” ad Assisi.