Anno 1909, Milano. La città del Duomo e del buon risotto con l’ossobuco ma anche delle segretezze più bollenti che nessuno osa raccontare a tavola.
Lo scandalo dei pompieri è appena esploso. Se gli scandali potessero parlare, questi uomini in tuta ignifuga probabilmente riderebbero ancora delle grane che hanno combinato. Quindici indagati, tutti uomini rispettabili… o quasi, pronti a difendere l’onore della città, ma evidentemente incapaci di resistere ai piaceri proibiti di qualche vicolo malfamato.
Gli avvocati furono chiamati a difendere la loro immagine come se fossero eroi dell’Iliade. La giunta municipale? Sospese o licenziò i poveri pompieri, scatenando un dibattito più acceso di un incendio in un magazzino di paglia. Il sindaco Ettore Ponti, amato dalla gente ma stanco delle follie politiche, si dimise tra applausi e sospiri di sollievo, trascinando con sé tutta la giunta. E Milano? Ridacchiava sottovoce, perché si sapeva che, sotto la facciata di ordine e disciplina, i pompieri erano semplicemente… umani (ma evidentemente un po’ troppo curiosi altrove). I nomi dei gentiluomini coinvolti con i pompieri, rimasero segreti, come da tradizione: meglio proteggere la rispettabilità delle famiglie di riguardo e lasciare che siano i poveracci a farsi la fame di scandalo.
Se però vogliamo davvero capire cosa bolliva nella pentola della città meneghina, bisogna lasciare i boulevard e scendere nei quartieri dove i pettegolezzi sono più succosi.
Paolo Valera, giornalista di umili origini e cuore da cronista coraggioso, fece proprio questo. Nato a Como, figlio di un venditore ambulante e di una cucitrice, arrivò a Milano nel 1866 e decise che la città meritava di essere vista anche con gli occhi di chi cammina nel disagio sociale.
Valera scrisse “Milano sconosciuta”, un tour tra bordelli, vicoli puzzolenti e locali notturni che nemmeno le guide osavano nominare. Il Bottonuto, per esempio, era un vero e proprio “bubbone slabbrato”: strade strette, case fatiscenti, un mix di odori che andava dalle lenzuola stese alle finestre… al più serio sospetto di odore di sifilide. Le ruffiane facevano da filtro all’ingresso dei bordelli, vere e proprie receptionist del peccato. Le ragazze – lettrici accanite di romanzi rosa e riviste piccanti – apparivano spente e annoiate, vittime di una vita dura che il centro città non osava nemmeno immaginare.
Monte Tabor, invece, era il lato “festaiolo” della città: un’altura artificiale trasformata in osteria e sala giochi, dove giovani uomini
e signore si concedevano slitte “alla russa” e cene a base di brasato e risotto ai tartufi. Tra una discesa su due ruote e un brindisi di champagne, si poteva invitare una signora non accompagnata a sedersi… e chissà, magari non solo per godersi la discesa.
E poi c’era la Porcopoli, il teatro Carcano, dove il cancan era un esercizio di malizia: i giovani etèro e uomini, si esibivano senza veli in quadri plastici che avrebbero fatto arrossire anche Boccaccio. Insomma, il mondo osservato da Valera con occhio critico ma divertito, era pulsante di vizi, corruzioni e piccoli scandali.
In fondo, come diceva lui tra una cronaca e l’altra, la prostituzione non è solo un problema morale: è una lente sulla società. E Milano, tra Bottonuto e Monte Tabor, aveva parecchie cose da insegnare… soprattutto per chi pensava che la città fosse tutta pulita, ordinata e con il risotto perfettamente al dente.
Milano sconosciuta II: Giannona, giovani mascherati e altre meraviglie
Se pensavate che il Bottonuto e Monte Tabor fossero il massimo del peccato, preparatevi: la Giannona sta per entrare in scena. La Giannona non era una diva del teatro né una contessa in carrozza, ma la perfetta eroina della Milano nascosta. Figlia di straccioni, cresciuta a pane stantio e minestra col lardo, iniziò come stiratrice nelle stanze degli scapoli: un lavoro onesto, ma che le permise di prendere confidenza… con le gambe dei clienti. A vent’anni, diventò “un boccone reale”, e da lì in poi la strada verso l’amore a pagamento fu veloce.
Valera ci racconta che la parabola della Giannona non era l’unica: la maggior parte delle ragazze seguiva lo stesso copione. Si entrava nel giro, si restava intrappolate tra risse, furti, malattie e clientela capricciosa, fino a finire nei corridoi degli ospedali o a gestire piccoli bordelli di quartiere come triste fine del proprio destino. La Milano bene ignorava che tra via San Carpoforo e la Calusca girassero più sventure che clienti soddisfatti.
Insomma, tra Giannona, giovani travestiti e le stanze dei bordelli, Milano si rivelava come un gigantesco spaccato sociale, dove l’ipocrisia della borghesia conviveva con la vita reale dei quartieri più poveri.
E mentre i pompieri si dimettevano, i giornali tacevano e la giunta spariva, Milano continuava a vivere i suoi piccoli e grandi peccati, lasciando agli osservatori attenti – come Paolo Valera – il compito di svelare i segreti nascosti tra vicoli, osterie e luci rosse.
Francesca Mezzadri
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Fonti:
“Il Corriere della Sera – Corriere Milanese”, 23 marzo 1909.
Paolo Valera, Milano sconosciuta – Ed. La Folla, 1923