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Un racconto in voci, visioni e ombre

(di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Joan Vollmer e William S. Burroughs)

Harvard (1936–1943)

Imparava per scelta, non per dovere”

KEROUAC:

Lo conoscevi già allora? Quel ragazzone magro con l’aria da dandy e la Smith & Wesson in valigia?

GINSBERG:

Lo conobbi nel ’43, ma Harvard se lo era già scolato. Si laureò in antropologia, ma a modo suo. Studiava i Maya e i virus mentali nello stesso tempo.

Aveva letto più di qualsiasi professore. Ma era allergico alle autorità. Gli bruciavano la pelle.

KEROUAC:

Una volta mi disse che l’università era una gabbia con finestre di vetro smerigliato. Si sentiva già fuori da quel gioco.

Feceva l’archeologo, il detective privato, il barista, il disinfestatore di scarafaggi… come se stesse provando tutti i costumi prima di scegliere il proprio.

GINSBERG:

E poi scelse la droga.

Morfina prima, eroina poi. Ma già allora scriveva come se avesse mille occhi.

Solo che ancora non sapeva cosa e dove guardare.

Junkie e gli amici persi (1944–1949)

Scriveva da tossico per i tossici”

KEROUAC:

Quando lo incontrai a New York, stava sempre con Lucien, Joan, e le tasche piene di pillole e proiettili. Era affascinante, sembrava uscito da un film noir.

Aveva una calma che faceva paura.

GINSBERG:

Scrisse Junkie come se fosse un rapporto medico. Ma era un’esplorazione. Una specie di divina commedia tossica, senza inferno e paradiso: solo purgatorio.

Ma anche lì… non era mai solo droga. Era controllo, liberazione, scacco alla realtà.

KEROUAC:

E Joan… lei lo amava ma in modo contorto. Vivevano in quel piccolo inferno tra New York e New Orleans come due vampiri.

Noi tutti ci sedevamo ai suoi piedi. Lui parlava, e parlava, e parlava. E noi ascoltavamo.

GINSBERG:

Era già il nostro Old Bull Lee. Solo che nessuno capiva ancora quanto fosse pericoloso quel nome.

Fu in quel periodo che lo chiamammo lo Sterminatore.

Non per le sue idee — per gli scarafaggi, letteralmente.

A Chicago faceva il disinfestatore, andava casa per casa con una valigetta piena di veleni.

Lo divertiva l’assurdità del lavoro. Diceva: “Gli scarafaggi sono più organizzati degli uomini.”

KEROUAC:

E secondo me, stava già scrivendo Pasto nudo. Solo che non lo sapeva ancora.

Il colpo e la fuga (1951)

Joan fu il prezzo per diventare scrittore”

KEROUAC:

Tu eri lì quando successe?

GINSBERG:

No. Ma lo sentii subito. Messico, festa, alcol, pistola. “È il momento del numero di Guglielmo Tell”, disse. Poi bang. Joan a terra. E lui a piangere in silenzio.

KEROUAC:

Diceva che fu un incidente. Diceva che era ubriaco. Ma qualcosa dentro di lui voleva che finisse.

Forse la libertà gli sembrava possibile solo dopo una tragedia.

GINSBERG:

Quella pallottola… fu come il chiodo che pianta il Cristo della Beat Generation alla croce.

Da lì in poi, Bill non parlò mai più d’amore senza il rumore del colpo in sottofondo.

Joan  

La pallottola che lo rese scrittore” 

KEROUAC:

Io… non riesco ancora a capire se quel bicchiere gliel’ha messo lei sulla testa o se gliel’ha messo lui, Allen.

Ma so che era uno di quei momenti in cui il mondo si spezza — crack — e dopo niente è più lo stesso.

GINSBERG:

Lei glielo mise. Glielo mise davvero, il bicchiere.

Ma lui aveva la pistola. E il dito. E il vuoto in testa.

E poi sparò. Come se fosse il finale di un sogno stanco.

KEROUAC:

Città del Messico, 1951.

Festa al Bounty Bar.

Erano entrambi fatti, ma di cose diverse.

Lui, fuori di testa per la benzedrina. Lei, disperata dall’alcol, con la voce che tagliava come vetro.

Amava ancora Bill, forse. Ma in un modo tossico. Si deridevano. Si consumavano a vicenda.

GINSBERG:

Non era una coppia. Era un esperimento sociale fallito.

Due anime in astinenza affettiva. Due geni autodistruttivi.

Bill aveva appena detto: “È il momento del nostro numero di Guglielmo Tell.”

E lei… lei rise. O forse no. Forse gli disse solo: “Vediamo se sei capace.”

E il bicchiere… puff. E Joan, crollata.

KEROUAC:

Non era uno scherzo, cazzo.

Lì è morto qualcosa. E non solo Joan.

Lì è morto Bill, l’uomo. Da quel momento, è rimasto solo Burroughs, il fantasma con la macchina da scrivere.

GINSBERG:

E poi la messinscena. “La pistola è caduta.”

Diceva che non ricordava.

Ma io ci ho parlato, dopo.

Mi ha detto: “Allen, quella pallottola mi ha liberato. Ma ha distrutto tutto ciò che di umano c’era in me.”

Scrisse per non impazzire. Scrisse per non spararsi di nuovo.

KEROUAC:

Lo tennero in cella, tredici giorni.

Poi arrivò suo fratello con la valigetta piena di dollari. Avvocati, tangenti. Giustizia messicana.

Omicidio colposo”, dissero.

Due anni, ma non li fece.

GINSBERG:

Io… non so.

Non mi interessa il verdetto.

So solo che quando lo trovammo a Tangeri, mesi dopo, non era più un uomo.

Era una creatura. Un relitto che scriveva giorno e notte.

Diceva: “La Malattia parlava attraverso di me.”

KEROUAC:

Joan gli è rimasta dentro per sempre.

Ogni volta che scriveva di un corpo che si disfa, di un’anima che scivola, era lei.

Anche quando parlava di mutanti e controllori cosmici…

parlava di lei.

GINSBERG:

E di se stesso, schiacciato dalla colpa e protetto dalla parola.

Solo chi ha ucciso sa davvero cosa vuol dire scrivere,” mi disse una volta.

Ma io non ci credo. Credo che Bill si sia solo portato quel colpo addosso per tutta la vita.

Come una zavorra. O una benedizione avvelenata.

KEROUAC:

Eppure senza quel colpo, forse, non avremmo Pasto nudo.

Non ci sarebbe stato il Burroughs che ha insegnato a noi a vedere oltre la carne.

GINSBERG:

No, non lo giustifico.

Ma lo capisco.

E mi fa male dirlo.

Perché in quella stanza messicana, sotto la luce fioca e il bicchiere rotto,

è nata una leggenda. E morta una donna vera.

(Silenzio. Un lampo lontano. Una mosca gira sopra la bottiglia vuota. Nessuno la scaccia.)

 

Tangeri, delirio e Pasto nudo (1953-1959)

Scrivere per esorcizzare”

KEROUAC:

Quando l’abbiamo trovato in quell’albergo a Tangeri, sembrava un sacerdote impazzito.

Foglio su foglio, parola su parola. Era come un animale in preghiera davanti all’abisso.

GINSBERG:

Io pensavo stesse morendo. In realtà stava partorendo.

Pasto nudo (grassetto) era un urlo di mille pagine che tu ed io abbiamo provato a decifrare.

KEROUAC:

E ci siamo riusciti. Più o meno.

Quel libro… non ha una trama. È una mappa delle sue allucinazioni. Della nostra epoca, forse. Una Bibbia tossica.

GINSBERG:

Eppure oggi è considerato un classico.

Sai che il Massachusetts lo voleva censurare? Dicevano fosse osceno. Ma era solo troppo vero per loro.

Gysin, il cut-up e la mente-virus (1960-1974) 

Distruggere la lingua per salvarla”

KEROUAC:

Brion Gysin gli cambiò la vita. “La scrittura è un virus”. Te lo ricordi quando lo diceva in continuazione?

GINSBERG:

Il cut-up era come il jazz dell’inconscio. Prendi una pagina, la tagli, la ricombini, vedi cosa salta fuori.

Per lui era un esorcismo. Un’arma. Voleva colpire il controllo stesso.

KEROUAC:

Scrisse la Trilogia Nova così.

La macchina morbida, Nova Express, Il biglietto che esplose… come se stesse cercando di disattivare una bomba dentro la testa del lettore.

GINSBERG:

O forse dentro la sua.

Io credo che scrivesse per restare vivo. Ogni parola era una scialuppa. Ogni frase, un incantesimo

Magia, silenzio e Kansas (1975-1997)

L’ultimo sciamano d’America”

KEROUAC:

Poi se ne andò a vivere a Lawrence. In Kansas. Il vecchio cowboy con la pistola e i libri di magia.

Aveva ancora la sua pistola, sempre. Ma ormai sparava solo parole.

GINSBERG:

Praticava magia, evocazioni. Scriveva lettere a divinità senza nome.

Ma era sereno. Quasi. Parlava ancora di virus, controllo, linguaggio, ma con tono da nonno sciamano.

KEROUAC:

Morì nel ’97. Cuore stanco. Aveva raggiunto l’ottantina, incredibile vero? Ma la sua voce… non ha mai smesso.

Io credo che Bill sia stato un ponte. Tra il vecchio mondo e quello che verrà. Un alieno che sapeva tutto e rideva nel buio.

GINSBERG:

E rideva, sì. Con quel sorrisetto da rettile antico.

Forse era l’unico di noi che ha visto tutto. E ha scritto comunque.

– Focus letterario e storico del capitolo:

Le frasi di Burroughs citate (“la pallottola mi ha liberato”, “la Malattia parlava attraverso di me”) sono rielaborazioni ispirate da sue lettere e interviste, come quella celebre contenuta in The Adding Machine.

La ricostruzione dei fatti segue i resoconti riportati da Barry Miles (biografo di Ginsberg e Burroughs) e da Ted Morgan nella sua biografia di Burroughs.

Il tono alterna commozione, freddezza e disagio, esattamente come fecero molti testimoni del fatto: non ci fu mai una “versione unica” dell’accaduto

 Chiudiamo il nostro racconto con l’ultimo capitolo: prende voce finalmente William S. Burroughs, come se rispondesse a ciò che è stato detto su di lui — dagli amici, dai fantasmi, dal lettore stesso.

Lo stile resta intimo, ma si fa più diretto, più metafisico. Burroughs non si giustifica. Parla. 

Come faceva sempre.

(Ndr)

Un racconto in voci, visioni e ombre

 

Io sono il buco  

William S. Burroughs parla

(Interno. Silenzio ovattato. I suoni sono assorbiti da tappeti persiani e tende pesanti. In una stanza semibuia, un vecchio siede davanti a una macchina da scrivere Olympia. C’è fumo. Ma non si muove aria. La voce è la sua. Calma. Inquietante. Definitiva.)

BURROUGHS:

Voi volete sapere chi ero.

Chi sono.

Avete sentito le storie. Le pistole. Le siringhe. Le lingue tagliate a pezzi e incollate come insetti dentro un barattolo.

Ma non avete capito una cosa:

io non scrivevo per raccontare.

Scrivevo per disinnescare.

Volevo distruggere il linguaggio prima che il linguaggio distruggesse me.

Io non volevo uccidere Joan.

Volevo smettere di essere controllato.

E lei era… l’ultima corda.

Quando ho premuto il grilletto, ho ucciso il mio testimone.

E ho firmato il mio destino.

Tutto quello che ho scritto dopo… era per riportarla indietro.

In ogni pagina, lei tornava.

In ogni parola mutilata, la sua voce che diceva:

Continua a scrivere, William.”

Ho vissuto come un virus.

Ho viaggiato da New York a Tangeri, da Londra al Kansas.

Mi sono scavato dentro e ho trovato mostri.

E poi li ho messi nei libri.

Nova. Lee. Hassan i Sabbah. Non erano personaggi.

Erano malattie.

Quando si muore… si muore.

Ma c’è una cosa più dura della morte:

rimanere vivi dopo aver ucciso qualcuno che ti amava.

E ascoltare la sua voce ogni giorno mentre batti a macchina.

Io non sono uno scrittore.

Io sono il buco.

E da questo buco sono uscite le mie parole.

Come vermi. Come profezie.

Ora che è finita, vi lascio con un 

consiglio:

attenti a chi amate.

Attenti a cosa scrivete.

E attenti a dove puntate la pistola, anche quando dite che state solo scherzando.

Francesca Mezzadri 

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Schede biografiche sintetiche

William S. Burroughs

(1914 – 1997)

Scrittore statunitense, figura centrale della Beat Generation. Tossicodipendente cronico, omosessuale dichiarato, autore di Junkie, Pasto nudo, Nova Express.

Uccise la moglie Joan Vollmer nel 1951. Visse in Messico, Tangeri, Londra e Kansas. Morì nel 1997. Considerato un maestro dell’avanguardia e della paranoia postmoderna.

Brion Gysin

(1916 – 1986)

scrittore, poeta e pittore inglese di origine canadese, che ha fatto parte della Beat Generation. Ha composto, infatti, testi sperimentali di tipo permutazionale, calligrafico, visuale e sonoro. Nel 1958 ha inventato il cut-up, tecnica di composizione basata sul montaggio di spezzoni di nastro magnetico preregistrato, che ha applicato anche alla scrittura creando esempi di romanzo-collage.

Ha inoltre pubblicato numerosi dischi.

Dal 1950 al 1958 visse a Tangeri, dove nel suo ristorante The thousand and one nights ha conosciuto Burroughs, con cui ha avuto una lunga relazione artistica ed affettiva.

Allen Ginsberg

(1926 – 1997)

Poeta e attivista, autore del celebre poema Urlo. Fondatore spirituale della Beat Generation, pacifista, omosessuale, amico e protettore di molti artisti del dopoguerra. Voce della rivoluzione interiore e spirituale americana. Fu tra i primi a pubblicare Burroughs e sostenerlo nei momenti peggiori.

Jack Kerouac  

(1922 – 1969)

Romanziere e poeta, icona beat, autore di Sulla strada. Scrittura spontanea e mistica, profondamente americana, malinconica e affamata di libertà. Morì giovane, divorato da alcool e nostalgia. Rimase sempre legato a Burroughs, anche nei silenzi.

Note dell’autore

Questo racconto è una composizione narrativa in stile orale e immaginifico, che mescola biografia storica e licenze poetiche, nello spirito della Beat Generation.

Le voci di Kerouac e Ginsberg sono ispirate ai loro scritti e interviste reali, in particolare Sulla strada (Jack Kerouac), le lettere e poesie di Ginsberg, e il documentario Burroughs: The Movie.

La presenza di Joan Vollmer è costruita a partire dalle poche tracce reali della sua figura (testimonianze, lettere), per dare presenza narrativa a chi è stata spesso ridotta a una nota a piè pagina nella storia di Burroughs.

Il monologo finale di Burroughs è un collage visionario di sue frasi reali e finzione ispirata al suo stile (soprattutto da The Adding Machine e Pasto nudo).

Lo stile alterna lirismo e minimalismo, seguendo le modalità narrative beat: dialoghi interrotti, voci che si sovrappongono, memoria come flusso

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