Ieri è stata una giornata complicata più che complessa, “è tutto pieno di moltiplicazioni” dice un bambino di nove anni da quando gli ho “spiegato” l’etimo di moltiplicare, insomma a dire il vero è stata una giornata esemplare in cui ho compreso che non si può uscire dall’ovile se non si rinuncia alla pecora che ci abita e a quella che ci nutre, sembra una banalità, invece non lo è, fino all’altroieri anche io la avrei letta come un’ovvietà, ho compreso invece la domanda di Kierkegaard e Zolla, vabbè tutta questa premessa è inutile volevo dirti che stamattina mi sono svegliato con la fotografia di Adriano Olivetti in mente (dopo se la trovo, la metto qui sotto) e la foto parlante diceva proprio le sue parole:
«Può l’editoria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita del libro?»
D’accordo ho messo “editoria” dove dice “industria” e “libro” dove dice “fabbrica”, ma sono sicuro che Adriano confermerebbe, non è vero
Luca Sossella