Il sogno infranto del Pirata

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Marco Pantani

Nasce il 13 gennaio 1970, a Cesena, figlio secondogenito di Ferdinando Pantani e di Tonina Belletti. Trascorre un’infanzia tranquilla, scuole, calcetto, cresce a forza di piadine, erbazzone, tigelle e tortelli che gli somministra Tonina che gestisce in città un chiosco gastronomico. Dal nonno riceve un giorno in regalo una bicicletta e capisce di avere un talento. Giovanissimo decide di tesserarsi in un club ciclistico a Cesenatico. Nel 1990 è terzo al Giro d’Italia dilettanti, nel 1991 secondo e nel 1992 primo davanti a Vincenzo Galati. Nel 1992 esordisce nei professionisti con la Carrera del ds Davide Boifava.

È il 1993 l’anno del suo debutto da professionista al Giro d’Italia, ritirandosi però a metà giro per una tendinite. L’anno dopo è quello della svolta. Al Giro ottiene due vittorie di tappa, a Merano e all’Aprica, è secondo in classifica generale, alle spalle di Evgenij Berzin. Nella frazione dell’Aprica va in scena il primo dei suoi attacchi memorabili, scatta sul Mortirolo, leggero e filiforme, surclassando Evgenij Berzin e il fuoriclasse Miguel Indurain. Al suo debutto al Tour de France giunge terzo in classifica generale, dietro a Pëtr Ugryumov e a Miguel Indurain, vince la maglia bianca di miglior giovane. Un risultato eccezionale che lo pone tra i grandi del ciclismo.

Nel 1995 al Tour attacca sull’Alpe d’Huez, a 13 km dal traguardo, staccando tutti. Da questa vittoria di tappa si costruisce il suo mito. Seconda vittoria nella tappa pirenaica di Guzet Neige, dopo una fuga di 42 km. Concluderà il Tour tredicesimo. Nel Campionato mondiale disputatosi nello stesso anno in Colombia è terzo dietro Abraham Olano e Miguel Indurain. Il 18 ottobre il primo dei suoi innumerevoli incidenti. Sulla discesa di Pino Torinese, è investito da un fuoristrada che viaggia in senso contrario. Diagnosi: frattura di tibia e perone, 5 mesi di fermo.

Al Tour de France 1997 “il Pirata”, come viene soprannominato per via della testa calva coperta dalla bandana e dagli orecchini che porta, corre per la Mercatone Uno, una squadra che viene costruita appositamente per lui per il Giro, il Tour e la Vuelta. Al Tour il Pirata lotterà decisamente per la maglia gialla, riporta due vittorie di tappa, ancora all’Alpe d’Huez, staccando Ullrich e Virenque, e a Morzine. Sull’Alpe d’Huez percorre l’ascesa in 37 minuti e 35 secondi, un record ineguagliabile. A vederlo in tv pare abbia un’altra marcia, tutti gli altri arrancano dietro di lui con facce devastate dalla fatica, le gambe pesanti, lui pare la forma perfetta della leggiadria, nonostante un fisico già segnato. Infatti, pedala con una frattura a polso e clavicola, ha già subito due traumi cranici, una frattura del metatarso, ha due costole incrinate, una spalla lussata, ha subito lo schiacciamento di due vertebre lombari, una lesione al menisco, una frattura di tibia e perone, visibili a occhio nudo otto punti al ginocchio. È un martire se uno ci pensa, ma il ciclismo è grande per questo: richiede sacrificio che è quasi abnegazione, resistenza al dolore e una tenacia senza pari.

Al Giro d’Italia 1998 straccia sia Zülle che il russo Tonkov, indossando la maglia rosa fino alla vittoria. Nel Tour, dopo la settima tappa, Pantani riporta un ritardo di cinque minuti dalla maglia gialla Jan Ullrich: un ritardo che pareva impossibile da recuperare. Invece, alla quindicesima tappa da Grenoble a Les Deux Alpes, avviene l’impensato. Pantani va all’attacco sul colle del Galibier sotto una pioggia torrenziale, 50 km di fuga in solitaria che ha del leggendario. Al traguardo ha staccato Ullrich di quasi nove minuti, un abisso come poteva solo succedere ai tempi di Coppi e Bartali. Pantani si aggiudica la maglia gialla e la conserverà sino a Parigi, la prima vittoria di un italiano al Tour dopo trentatré anni da quella di Gimondi. Milioni di italiani tornano a vedere il ciclismo in tv, l’entusiasmo suscitato dalle vittorie del Pirata è alle stelle. Quella del Pirata sembra una carriera destinata a consolidarsi ormai senza veri rivali perché nessuno può competere con lui sulle montagne dove i distacchi possono divenire abissali. Ma proprio dalla combinata vittoria di Giro e Tour scaturiscono le prime avvisaglie di quanto lo trascinerà in un pozzo senza fondo.

Al Giro del 99, alla tappa di Madonna di Campiglio, quando Pantani è solidamente primo in classifica generale e destinato a vincere il suo secondo giro, verrà clamorosamente escluso perché risulterà ai controlli con un valore di ematocrito superiore al consentito, cioè nel suo sangue si riscontra una quantità di globuli rossi che sono al di sopra dell’1% rispetto al limite massimo. Una minuzia a pensarci, ma è l’inizio della fine. D’ora in avanti un fiume carsico trascinerà Pantani verso la perdizione e verso una depressione senza più ritorno. Jesús Manzano, un ciclista ora reo confesso, affermerà che quella del doping è una pratica adottata da tutti i corridori di livello, compreso Pantani. Accuse confermate anche dall’ex fidanzata di Pantani, Christina Jonsson, in un’intervista a un magazine svizzero, accuse che risulteranno purtroppo congruenti con quanto accertato dalle analisi sui campioni di sangue relativi al Tour del 1998, in cui vennero riscontrate tracce di epo, mettendo in discussione la vittoria del Pirata a quel Tour.

Il fiume carsico si ingrossa a dismisura, tracima dagli argini, esonda sulle pianure, sommerge i coltivi, la sua nomea è ormai infangata, ogni sua vittoria diventa sospetta, una traccia di limo e fango si è attaccata alla sua persona, non se ne esce, è costantemente attaccato dalla stampa francese e italiana. La sua ex ma anche alcuni suoi colleghi rilevano che ha anche una predilezione per la cocaina, lo inquadrano dentro una vita dissoluta, ne tracciano come un’ingenua tracotanza nel modo con cui si lascia ammaliare dentro certi ambienti, malavita, prostituzione, spacciatori di droga. D’ora in poi i controlli antidoping si faranno via via più serrati, asfissianti e degradanti. Pantani si difende come può, presenta innumerevoli ricorsi contro le commissioni di controllo, deposita denunce su denunce per diffamazione, rilascia interviste in cui nega ogni addebito, parla chiaramente di congiura. Pantani comincia a sentirsi un perseguitato, uno che è al centro del mirino. Non è questione di paranoia, il Pirata è veramente al centro del mirino. È qui che paga un prezzo altissimo per la gloria ottenuta nel 1998 tra Giro e Tour, lui ne avverte la contaminazione come fosse un morbo che finirà per ucciderlo, dapprima nello spirito, infine nel corpo. Quello del sospetto che le vittorie ottenute siano state frutto di un artificio e non invece di un lavoro preparatorio pazzesco, fatto di sudore e fatica, dedizione, voglia di riscatto sociale. Comincia a capire che quello del ciclismo è un mondo corrotto e orrido. I giornali italiani, americani e francesi lo dipingono come uno che non la racconta giusta, uno che imbroglia, uno che tira di cocaina, che frequenta club privé e cattive compagnie. Si può dire di tutto di lui ora che è una celebrità planetaria, il gossip fa affari d’oro sulla sua pelle esposta al ludibrio. Pantani subisce tutto questo, come il prezzo non evitabile della celebrità, perché chi è celebrato serve a un pubblico avido di sozzure e calunnia. Si deve poter massacrare chi ce l’ha fatta tra tutti gli altri mortali che non ce l’hanno fatta, serpeggia ormai questa emozione all’invidia come fosse legittimata e sacrosanta. È questa la legge del mercato, a meno che non sei già potente per cui anche se sei un viziato, anche se tiri di coca e vai a puttane, puoi farcela a rimanere a galla, magari spendendo fortune in cause per diffamazione, controllando i media, con tutte le più avanzate cure mediche del caso, per non farsi magari venire un colpo apoplettico, un’ischemia, un infarto al miocardio, per ripulire il sangue e ripristinare la prostata. Però se vieni dal basso ecco la devi pagare, la brama con cui sei diventato ricco e famoso ti dovrà necessariamente trascinare in basso. Pélissier ucciso a revolverate dall’amante, Pottier che si impicca, Robic ridotto a fenomeno da baraccone che si schianta in automobile, Ocaña che si punta la canna del fucile in gola e tira il grilletto, Pistorius che uccide la moglie in un attimo di follia. Se vieni dal fango al fango devi tornare, questa è la legge implacabile del popolo, questo popolo che odia i propri beniamini se provengono dal basso.

È il 5 giugno 1999 il giorno in cui per Pantani ha inizio la tragedia. A Madonna di Campiglio lo hanno fregato pensa, perché io? Dirà dopo aver mandato in frantumi la vetrata di un albergo: «Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile». Rinuncerà al Tour, si rifugerà nella sua casa a Cesenatico, braccato dai media, disonorato e depresso. Affronterà per tre mesi una cura per disintossicarsi dalla cocaina. Tornerà all’appuntamento col Giro ma senza mordente e con lo scarso modesto allenamento fatto, non sarà mai competitivo. Garzelli è il nuovo front man della Mercatone Uno e lui gli farà da gregario sino alla vittoria. Al Tour è il momento di gloria di Lance Armstrong che vincerà ogni successiva edizione ma che sarà in seguito anche lui bandito per doping, annullando tutte le vittorie. Il doping è ormai un veleno che rischia di far implodere tutto il circuito professionistico, un cancro che divora il ciclismo e i suoi figli prediletti. Pantani al Tour offre una prestazione incolore ma alla tappa di Mont Ventoux si riscatta, sembra quello di due anni prima, poi si supera nella tappa di Courchevel, si nota la sua rabbia con cui affronta i tornanti e poi la discesa. Rispondono Richard Virenque e Armstrong. Dopo alcuni chilometri, si stacca Virenque, rimangono solo Pantani e Armstrong. Roberto Heras e Javier Otxoa raggiungono i due fuggitivi, Pantani attacca ancora, stacca Armstrong e gli altri due, raggiunge e stacca José María Jiménez e va a vincere in un tripudio di folla che lo inghiotte nel suo abbraccio col rischio di farlo cadere. Il giorno dopo, nella tappa di Col de Joux Plane poco prima del traguardo, Pantani attacca ancora. Il telecronista De Zan quasi si commuove dalla gioia di rivederlo così perentorio, possente. Ma succede qualcosa. Pantani si ferma, scende dalla bici, scuote la testa, cerca un anfratto per andare di corpo, dissenteria. A causa della dissenteria è costretto al ritiro dalla sua ultima Grande Boucle. Intanto in Italia deve affrontare un processo per frode sportiva dal quale verrà assolto. Non va in porto il suo ingaggio nel team Bianchi di Ullrich.

Siamo al febbraio del 2004 quando raggiunge Rimini. Qui lo trovano cadavere il 14 in una sordida e gelida camera dell’Hotel Le Rose, dove i clienti sono pochissimi e anonimi. L’autopsia rileverà che il decesso è stato causato da un edema polmonare e cerebrale conseguente a un’overdose di cocaina. Si dice che si sia ucciso, la madre sosterrà al contrario che il figlio è stato assassinato. Nessuno apporterà un frammento di verità alla vicenda, rimarrà un mistero chiuso nel suo folgorante non senso. Il Pirata aveva appena compiuto 34 anni.

Marcello Chinca Hosch