Klaus Dibiasi, l’angelo biondo della piattaforma

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Klaus Dibiasi è un altoatesino figlio d’arte, il padre Carlo è stato pluricampione italiano e ha partecipato ai Giochi di Berlino del 1936. Con lui Klaus apprende sin da ragazzo i rudimenti della disciplina: il padre è un allenatore inflessibile e ambizioso, riconosce nel figlio un talento naturale per i tuffi e non si sbaglia. Già a 16 anni nel 1963 Klaus conquista la sua prima medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo. L’anno dopo, alle Olimpiadi di Tokyo, è argento dalla piattaforma.

«Per me Tokyo è stato l’inizio di una lunga carriera. A diciassette anni era tutto nuovo e questa Olimpiade aveva anche il fascino della super-gara in un super-impianto, insieme a tante altre specialità sportive e gente di diversi colori e usanze. In quest’ambiente ero sempre accompagnato da mio padre allenatore, che all’epoca per avere un posto nella squadra era stato iscritto come atleta dalla piattaforma. Certo avrebbe avuto molto piacere di partecipare, ma il suo incarico era quello di badare a me che ero alle prime armi e avevo bisogno di sentirmi a casa mia. Tra un terremotino e l’altro, un giro in bicicletta e una visitina a Kyoto con la squadra, c’era il duro lavoro in piscina, che alla fine mi ripagò con la medaglia d’argento dalla piattaforma a 1,04 punti da Bob Webster, campione uscente. Si trattava del primo successo olimpico e per tutti noi era un avvenimento grandioso: a Bolzano tutta la città era in piedi ad applaudire al mio ritorno».

È nata una promessa dello sport mondiale che nell’arco di venti anni conquisterà ogni vetta, sancendolo come il più grande tuffatore di tutti i tempi, il solo a conquistare tre ori olimpici (a Città del Messico, Monaco di Baviera e Montréal).

Klaus è un tipo freddo e concentrato, misurato nei commenti, guardingo in ogni cosa che si accinge a fare. Non sarà mai un tipo espansivo, punta all’essenziale, ciò ne spiega il valore inestimabile dalla piattaforma dai dieci metri, la disciplina dei tuffi richiede più di ogni altro sport concentrazione, assenza di ansia, un equilibrio formidabile. Klaus li assomma tutti e tre, è la perfetta combinazione dell’ascesi.

Gli allineamenti sono duri, corse all’aperto, per metà in palestra (pesi, bilancieri, pedane di lancio, tappeti elastici), per metà nella piscina di Bolzano fino a quando non sarà costretto ad allenarsi al centro sportivo Giulio Onesti dell’Acqua Acetosa di Roma, dove si trova il centro federale. È lì che conosce Giorgio Cagnotto, suo amico e rivale per ben tre olimpiadi. È l’epoca in cui non esiste il professionismo, gli atleti non hanno davanti a loro che la gloria e un rimborso delle spese, ogni pubblicità, ogni sponsor è assolutamente vietato per loro, pena l’esclusione dal circuito.

Nel 1968 Klaus partecipa alle Olimpiadi di Città del Messico. C’era stata, giorni prima, la mattanza degli studenti di Piazza delle tre culture, il ferimento della Fallaci. Klaus ne viene informato dai parenti, nel Centro olimpico assoluto silenzio. Dopo un inizio incerto nel primo turno delle eliminatorie, al terzo salto balza in testa in classifica. Il beniamino del pubblico, il messicano Álvaro Gaxiola, lo supera in prima posizione al quarto tuffo. Il giorno successivo Klaus sceglie un tuffo con coefficiente difficoltà 1,8, un salto mortale e mezzo in avanti con avvitamento. Il tuffo è quasi perfetto, l’entrata è magistrale, schizzi al minimo grazie all’allineamento delle caviglie e alla rotazione dei polsi al momento dell’impatto. Il punteggio lo riporta in testa, ma è al settimo tuffo con un salto mortale e mezzo in avanti con tre avvitamenti che Klaus sbaraglia il suo avversario. Il pubblico lo teme, regna un silenzio assoluto, Klaus è concentrato, lo slancio è portentoso, il salto mortale e mezzo è perfetto, gli avvitamenti si susseguono magistrali fluidi perfettamente allineati sull’asse. L’entrata in acqua a 90 gradi è senza schizzi, il punteggio 22.04 risulterà il punteggio massimo del torneo. Klaus sorride appena, si avvia alla doccia senza problemi. L’angelo biondo nasce da qui, da questa imperturbabilità suadente che nulla può distogliere dal suo stato di grazia.

Il giorno dopo Klaus si presenta alla finale con 5 punti di vantaggio su Gaxiola, esegue due salti mortali all’indietro tre salti mortali e mezzo in avanti, costringe gli avversari a scegliere gli stessi salti con coefficienti simili di difficoltà. Ma non ci sarà più gara, Klaus è il nuovo campione olimpico dei tuffi dalla piattaforma, l’angelo biondo è sulla vetta del mondo. Giorni dopo Klaus vincerà anche l’argento dal trampolino. Un long plein perfetto.

Al suo ritorno in Italia al campione ancora inquadrato tra i dilettanti sarà riservato un premio di 1 milione di lire dal CONI, l’avvocato Agnelli gli regalerà una Cinquecento. Niente a che vedere con gli ingaggi astronomici di oggi, sponsor e annessi, con la superbia caratteriale di chi si sente superiore agli altri, la protervia dei fortunati. Klaus era uno modesto, misurato, uomo di altri tempi che considerava la disciplina dei tuffi un lavoro per cui dare il massimo, ma che in fondo sapeva di essere stato fortunato e ciò gli imponeva tutta l’umiltà del caso, tutta la modestia che lo accompagnerà per il resto della vita, da allenatore e dirigente della FIN, a padre di una figlia anche lei tuffatrice di livello internazionale.

Marcello Chinca Hosch

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