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L’ultimo giorno di Socrate

Il giorno in cui la filosofia fece una battuta e morì di cicuta”

L’alba dell’ultimo giorno

«Oggi è un buon giorno per morire… o forse no. Vedremo.»

Socrate aprì gli occhi, si stiracchiò sul giaciglio e sorrise. La cella era fredda e spoglia, ma a lui pareva comoda come un pensatoio.

Fedone, che vegliava accanto, lo guardò sgomento.

«Come fai a essere così tranquillo?»

«Tranquillo? Io? Sono solo curioso. Tutti parlano della morte, ma nessuno torna a raccontarla. Mi pare un’occasione interessante per capire come funziona.»

Fuori, Atene si svegliava pigra. Dentro, il filosofo condannato a morte discuteva come se stesse per andare a un simposio.

«C’è chi muore combattendo, chi per fame, chi d’amore. Io morirò… per un ragionamento. Ammetti che è originale.»

Fedone rise a metà, come si ride quando non si sa se l’altro fa sul serio.

Socrate, invece, fece spallucce. «Meglio così: almeno la città non potrà dire che muoio ignorante.”

Il processo

Quel giorno, nel tribunale di Atene, c’era più pubblico che a una partita.

Cinquecento giudici, mille curiosi, e in mezzo un vecchio con la barba che sembrava più divertito che spaventato.

Le accuse? “Corrompe i giovani” e “non crede negli dèi della città”.

Meleto, l’accusatore, parlava con tono da predica. Socrate lo ascoltava con l’aria di chi sta per fare una domanda cattiva.

«Dunque, Meleto, tu dici che io corrompo i giovani?»

«Esatto!»

«E tu, invece, li migliori?»

«Certo!»

«Ah, bene. E dimmi, caro Meleto, chi li migliora di più: un solo uomo o tutta la città?»

«Tutta la città, naturalmente!»

«Oh, interessante. Quindi tutti migliorano i giovani, tranne me. Che sfortuna per loro, non trovi?»

Qualcuno rise. Meleto arrossì.

Socrate continuò: «Vedi, Meleto, tu pensi che io corrompa perché li spingo a pensare. Ma non è la corruzione: è un effetto collaterale della curiosità.»

I giudici non sapevano se ridere o indignarsi.

Alla fine lo condannarono.

Socrate ascoltò il verdetto, si aggiustò il mantello e disse solo:

«Ah, dunque per la morte mi servono 30 voti in più. Se avessi avuto un po’ di tempo, li avrei convinti anche di questo.»

L’attesa

Nei giorni seguenti, la cella divenne un’aula di filosofia.

Critone entrò una mattina presto, guardandosi intorno con circospezione.

«Socrate, ho trovato il modo di farti fuggire. Basta pagare le guardie. Andiamo via stanotte.»

Il filosofo lo fissò come si guarda un allievo che ha appena detto qualcosa di molto sciocco.

«E dopo? Dove andiamo?»

«A Tebe, a Megara… ovunque. L’importante è che tu viva!»

«Critone, amico mio, se fuggo, cosa insegno ai giovani? Che si può disobbedire alle leggi quando non ci piacciono? Sarebbe come curare un mal di testa tagliando la testa.»

«Ma è ingiusto!»

«Sì, ma rispondere all’ingiustizia con un’altra ingiustizia non guarisce nessuno. E poi, ti pare che io, che non ho mai lasciato Atene nemmeno per le vacanze, mi metta ora a fare il turista?»

Critone abbassò lo sguardo.

Socrate, vedendolo serio, rise piano.

«Non ti crucciare. Non muoio per disperazione, ma per coerenza. È una morte più rara di quanto pensi.»

La morte

Il carceriere arrivò al tramonto, portando la coppa di cicuta.

«Socrate,» disse quasi in lacrime, «non ce l’ho con te. Sei l’uomo migliore che abbia mai avuto qui dentro.»

«Ti ringrazio,» rispose il filosofo, «ma non è una gran consolazione per uno che sta per morire avvelenato.»

Tutti risero, tranne il povero carceriere, che se ne andò con gli occhi lucidi.

Socrate prese la coppa.

«Amici, non facciamo drammi. Se l’anima è immortale, non sto morendo; se non lo è, almeno smetterò di sentire le chiacchiere di Meleto.»

Bevve lentamente, come si beve un vino troppo amaro.

Quando il freddo cominciò a salire dalle gambe, disse piano:

«Ricordatevi di sacrificare un gallo ad Asclepio. Dopotutto, la morte è una cura: mi libera dal mal di corpo.»

Fedone trattenne le lacrime.

«Maestro, non ci sarà un altro come te.»

Socrate sorrise. «Speriamo di no. Uno basta e avanza.»

L’eredità di Socrate

Atene tornò presto ai suoi affari. Qualcuno disse: “Così imparano i filosofi a fare gli spiritosi.”

Qualcun altro, più acuto, mormorò: “Chissà quante domande starà facendo adesso agli dèi.”

Platone, invece, prese una tavoletta e scrisse:

«Il maestro non ha lasciato libri, solo conversazioni. Forse perché la verità, come il vino, va servita fresca.»

E così Socrate continuò a vivere in ogni aula, in ogni discussione troppo lunga, in ogni “però, aspetta un attimo” detto al momento sbagliato.

Non cercava di avere ragione: cercava la ragione. E la trovava spesso negli altri, a patto che fossero disposti a sopportarlo abbastanza a lungo.

Oggi, se entrasse in una classe, Socrate non comincerebbe a spiegare:

si siederebbe tra gli studenti, guarderebbe l’insegnante e chiederebbe:

«Prof, scusi… ma lei è sicuro di sapere davvero quello che sta dicendo?»

Silenzio.

Poi una risata. Poi una discussione.

E così ricomincerebbe la filosofia: con un dubbio, un sorriso e una domanda che non smette di punzecchiare.

Note dell’autore

Socrate non è solo un filosofo “antico”: è un modo di ragionare, una postura mentale, un invito permanente a non farsi addomesticare dalle opinioni degli altri.

Nel raccontare la sua storia ho voluto restituirgli la voce ironica e pungente che emerge dai dialoghi di Platone, in particolare l’“Apologia”, il “Critone” e il “Fedone”. In quei testi Socrate non pontifica: domanda, sospetta, sorride. È curioso come un bambino e rigoroso come un matematico.

Far capire ai ragazzi che lo studio di Socrate è una palestra di dialettica e di libertà.

Saper discutere — oggi più che mai — non significa “avere sempre ragione”, ma imparare a ragionare bene, a non confondere la voce più forte con quella più vera.

Socrate insegna proprio questo:

a fare domande precise, a smontare i ragionamenti deboli, a distinguere ciò che crediamo di sapere da ciò che sappiamo davvero.

Chi impara questo, diventa inattaccabile nelle discussioni: non perché risponde sempre, ma perché sa ascoltare e pensare prima di parlare.

Come dice Socrate nell’Apologia (29d):

«Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta.»

Perché è ancora attuale

Viviamo in un tempo in cui tutti parlano — sui social, nei talk show, nelle chat — ma pochi ragionano.

Socrate è l’antidoto perfetto: non ti dice cosa pensare, ma come pensare.

Il suo metodo, la maieutica, non trasmette nozioni ma insegna a “partorire idee”.

E questo lo rende più moderno di molti influencer.

Lo studio di Socrate, dunque, è vincente perché: sviluppa spirito critico e autonomia di giudizio; allena alla logica e all’argomentazione; insegna a dialogare senza aggredire — un’arte rarissima oggi; mostra che la verità non si impone, si conquista insieme.

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Fonti principali

Platone, Apologia di Socrate, Critone, Fedone (edizioni BUR, Laterza, o Oxford World’s Classics)

Senofonte, Apologia di Socrate

Aristofane, Le Nuvole (per capire come lo vedevano i contemporanei)

M. Vegetti, Socrate. L’invenzione della filosofia morale, Laterza, 2010

G. Reale, Socrate. Alla scoperta della sapienza umana, Rizzoli, 2000

Socrate è l’esempio più potente di come la mente, anche senza libri o potere, possa cambiare il mondo semplicemente con delle buone domande.

E forse la sua lezione più grande è proprio questa:

«Non convincere gli altri di avere ragione. Convincili a cercarla con te.»

Francesca Mezzadri 

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