C’è un tipo di romanzo che promette profondità e invece regala insistenza e Il cordone ombelicale di Matteo Fais sembra appartenere a questa categoria: un libro che si presenta come indagine psicologica sul desiderio, sul tempo e sulla responsabilità, ma che finisce per avvitarsi su pochi elementi reiterati fino all’esaurimento.
La sinossi suggerisce un equilibrio sottile tra eros e coscienza morale, tra libertà e vincolo. In realtà, più che un equilibrio, si assiste a una lunga oscillazione di dialoghi sempre uguale a sé stessa. Mary e Walter parlano, si cercano, si analizzano e poi ricominciano da capo. Il dialogo, che dovrebbe essere il motore vivo della narrazione, diventa un circuito chiuso con lei che esprime insicurezze legate all’età, lui che le conferma (con una costanza quasi metodica) che sì, è più vecchia ma gli piace lo stesso. Il risultato lungi dall’essere tensione psicologica, crea una certa prevedibilità che smorza qualsiasi possibile coinvolgimento.
Il romanzo insiste molto sulla dimensione simbolica: il “cordone ombelicale” come metafora dei legami invisibili, della memoria, della responsabilità. Un’idea potenzialmente fertile, che però viene esplicitata con tale frequenza da perdere progressivamente forza. Più che emergere, il simbolo viene dichiarato — e ripetuto — fino a risultare didascalico.
Anche l’eros, che dovrebbe intrecciarsi alla riflessione, appare sovrabbondante e, a tratti, compiacente. Le scene si susseguono numerose, ma raramente aggiungono qualcosa alla comprensione dei personaggi. Più che strumento di conoscenza, sembrano talvolta rispondere a un’esigenza di sollecitazione morbosa per i lettori più ingenui, finendo per appiattire proprio quella complessità psicologica che il romanzo ambisce a costruire.
Mary, figura che dovrebbe incarnare una tensione autentica tra desiderio e responsabilità, resta invischiata in una traiettoria piuttosto lineare: dall’insicurezza alla conferma della propria “inadeguatezza”. Walter, dal canto suo, più che interlocutore profondo appare spesso come un dispositivo narrativo funzionale a ribadire lo stesso concetto. La dinamica tra i due, anziché evolvere, si ripete.
Il finale non sorprende: lui si allontana, lei si rassegna. Più che una conquista di maturità emotiva, sembra una conclusione già scritta nelle premesse, portata avanti senza deviazioni né reali scarti narrativi. Il tempo, tema centrale dichiarato, accompagna i personaggi verso un esito prevedibile.
Resta una scrittura ordinata, talvolta elegante, capace di restituire un certo realismo nei dialoghi e nei dettagli quotidiani.
Non basta.
Perché, quando la struttura si fonda sulla ripetizione e l’intuizione non viene mai davvero approfondita, anche l’eleganza rischia di diventare manieristica.
In definitiva, Il cordone ombelicale è un romanzo che aspira alla profondità ma si accontenta della superficie riflessiva. Più che un’indagine sul desiderio e sui legami, sembra una variazione insistita su un’unica nota — suonata con convinzione, ma troppo a lungo affinché la composizione risulti entusiasmante.
Francesca Mezzadri