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Il fuoco che brucia

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Carles Mercader Fulquet, Incendiar todas las preguntas, 2010

Oggi è Pasqua.

Ieri ho parlato con Marco, in tour con gli Octopuss nel sud Italia. Più che parlato ci siamo visti con videochiamata WhatsApp. Con lui ci sono Reepo e Nic e alla guida un tipo dai capelli argento e la faccia seria.

Gli avevo mandato la foto di un disegnino che ho abbozzato sulla mia agenda mentre ero al telefono con Vanessa di Gesù che grida “Resusciiiitoooo” e che somiglia un po’ a lui. Così mi ha videochiamato… E dopo aver sparato le varie cazzate di rito e mentre osservo nello schermo il suo pizzetto in primo piano farsi più rado, mi chiede a bruciapelo se mi manca l’Italia.

“No” dico senza pensarci e poi “Mi mancate voi…”

E subito sento il bisogno di giustificare le mie parole, più che altro perché mi assale un senso di colpa nei confronti di chi è ancora lì e non ha certo bisogno di sentirsi dire che l’Italia è un paese di cui si può fare anche a meno.

“Sai per lo meno noi abbiamo Sánchez…” dico.

Non che Sánchez sia una grande sicurezza, anzi…

Condivido la sua posizione sulle guerre attuali e la preferisco a quella dei patrioti nostrani anche se, nel 2011, la posizione era ben diversa il che mi fa dubitare della buona fede… Ad ogni modo la preferisco perché mi fa ribrezzo pensare che, ad oggi, l’unica soluzione ancora possibile, sia quella di sparare proiettili, bombe, missili a corto, medio e lungo raggio; mi fa orrore pensare che nonostante il progresso siamo ancora nel medioevo.

Progresso… ma quale progresso? Il progresso è una menzogna, non esiste progresso se non quello squisitamente tecnico e che ci ha fatti rincoglionire. L’involuzione che l’essere umano sta soffrendo è tanto evidente che non so come si faccia ancora a pensare il contrario.

Il progresso ci ha portato solo ad avere, oltre agli stramaledetti smartphone ed altri gadget non per forza necessari, bombe migliori, droni dalle funzionalità incredibili e missili intelligenti.

Una guerra di morti visti dai radar. Il sangue e i corpi smembrati ad imputridire al sole li vedono solo quelli che stanno lì mentre noi ci riempiamo le panze seduti a tavole imbandite che più che far resuscitare i corpi servono a farli crollare sul divano.

“Sai per lo meno noi abbiamo Sánchez…” ribadisco, quasi per auto convincermi.

Penso ai vari scandali che lo hanno coinvolto: dalle tangenti sui contratti pubblici al cambio di posizione sul Sahara Occidentale, dal supposto spyware Pegasus ed al possibile ricatto al quale sembrerebbe soggetto e per il quale l’immigrazione é completamente fuori controllo. E poi la nomina del fratello, gli scandali relativi alla moglie tra cui traffico di influenze, corruzione e uso improprio ed infine i vari scandali che minano il suo partito: gestione opaca di appalti, sospetti finanziari illeciti e scandali sessuali vari. Insomma un bel fango paludoso dove anche il migliore può sprofondare e non uscirne più…

“Sai per lo meno noi abbiamo Sánchez…” ho detto una cazzata.

Ma d´altronde non voto da anni, sono parte di quella maggioranza silenziosa che non solo non si sente rappresentata da nessun partito politico, ma che inoltre non crede più nella politica in quanto tale perché ormai cosciente che anche il migliore, per poter avere i numeri, deve semplificare qualsiasi argomento affinché possa essere compreso e seguito dalle masse.

La politica non ha più nulla a che vedere con la realtà ed in fondo, nel momento in cui qualsiasi grande azienda può imporre le proprie regole, non ha nemmeno più potere.

Al referendum ho votato NO per una semplice ragione: perché considero che esistano problemi infinitamente più importanti e che toccano la quotidianità della popolazione e di cui la politica non si occupa. In uno Stato dove i cittadini (Aire) non riescono nemmeno a rinnovare i documenti in tempi decenti a causa delle trafile burocratiche, mancanza di personale e sistemi telematici disastrosi, in un paese dove la sanità e l’istruzione sono allo sbando, in un paese che spreme come limoni i cittadini tra tasse dirette ed indirette, in un paese dove non puoi nemmeno andare in spiaggia senza pagare uno stabilimento, l’ultima cosa che mi interessa è la divisione delle carriere tra giudici e PM.
E lo stesso vale, in maniera diversa, per la Spagna.

Mi mancano solo ventisette pagine per finire l’ultimo libro di Julian Barnes.

Sosto.

Sento l’addio avvicinarsi, sento il respiro affievolirsi allo stesso modo che avevo percepito quello di Martin Amis.

Grandi scrittori, grandi, veramente grandi, così grandi da rendermi cosciente di una dimensione che a me manca. La stessa che mi manca guardando le opere di Gerhard Richter o di William Kentridge. Questa mattina mi sono svegliato pensando alla cupola di Barceló con le sue stalattiti di colore…

Affiora un pensiero: una volta si veniva pagati per quel che si faceva, oggi facciamo per venire pagati… Io non ho mai voluto cedere.

Ho fatto male forse, ma il mio obiettivo è sempre stato e solo stato la grandezza.

È un fuoco, un fuoco che mi brucia, un fuoco che ci brucia.

Riapro il libro e mi avvicino alla sua chiusura.

Un libro che è sulla morte e quindi niente di più vicino alla vita. E più si avvicina alla morte più la serenità mi avvolge. È un addio, un addio che mi ringrazia direttamente in quanto lettore, uno dei tantissimi.

Mi rendo conto di tutto ciò che mi manca, mi rendo conto della sproporzione, mi rendo conto della dimenticanza. Tutti dovrebbero leggere questo libro.

Tutti.

Lo saluto pensando agli occhi acquosi di Carmencita mentre la sua voce con sicurezza mi raggiunge attraverso la capsula auricolare del telefono e quegli occhi mi trascinano dentro la nostalgia.

Sento la voce di Marco rieccheggiare “Ti manca l’Italia?”

Mi mancano i miei amici, quei pochi amici rimasti, mi mancano i ragazzi e le ragazze in due senza casco sui motorini di Napoli e che si scambiano sguardi che sanno di desiderio e di sesso, mi manca la nebbia spessa di Milano illuminata dalle luci ambrate dei lampioni, mi manca l’odore delle osterie, il sapore del Nebbiolo e il pesce sulla brace appena pescato fuori Catania.

Mi manca la voce di Vasco Rossi ed i suoi testi che mi ricordano Gian Paolo, mi manca Là di Lucio Dalla e per quanto patetico possa sembrare L’Italiana di Renato Zero. Mi manca l’Arena di Verona, chiacchierare con Nanci passeggiando per il parco di Villa Borghese, mi manca Il Piccolo di Via Rovello e Sandro che da quel palco urla “Sangue e merda” e mi manca Ornella con i suoi danzatori inseguendo sogni di cui nemmeno loro hanno realmente coscienza.

Mi manca la saletta fumosa e puzzolente di Via Lombroso, mi manca l’Atelier di Giovanna che sa di poesia e ricordi appassiti e mi manca assopirmi su una spiaggia di Gallipoli con un falò che si spegne, la chitarra al mio fianco e la pace nel cuore.

Mi manca il sogno, mi manca quella grandezza dove estetica ed etica coincidono; mi manca quella vita dove tutto, incluso la propria realizzazione sembrava, forse era solo un miraggio, possibile.

Paolo Maggis 

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