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Mattia Insolia anteprima. La vita giovane

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Molti pensano che l’amore infelice sia quello non ricambiato, mentre io credo che l’amore infelice sia quello inespresso”.

È in libreria dal 5 febbraio La vita giovane di Mattia Insolia (Mondadori, 2026, pp.384 € 20).

Ci sono romanzi che raccontano una generazione e romanzi che la seppelliscono. La vita giovane è della seconda specie. È un libro che non vuole essere capito, ma riconosciuto, come un volto allo specchio dopo una notte difficile.

Mattia Insolia scrive il romanzo di chi ha avuto tutto promesso e nulla mantenuto. La provincia italiana non è uno sfondo: è un organismo marcio, un sistema respiratorio che non ossigena più. Le villette a schiera, le librerie diventate sexy shop, le edicole come megaliti inutili: non è realismo, è autopsia sociale. Insolia non descrive: certifica.

Un ritorno a casa, dieci anni dopo. Un matrimonio imminente. Una madre che muore lentamente. Un padre che ha già smesso di vivere. E un gruppo di amici che, a diciotto anni, giocava a guidare a occhi chiusi perché il buio sembrava meglio della realtà.

La scrittura è chirurgica, densissima, ma non compiaciuta. Insolia non cade nel lirismo da social letterario, è poetico per necessità e osceno per precisione. Non c’è scandalo, non c’è pornografia del trauma, ma c’è il fallimento della normalità.

Il sesso, l’amicizia, la dipendenza, la fuga: tutto è raccontato senza assolversi. La bisessualità del protagonista non è un vezzo identitario ma una zona d’ombra, una crepa che non viene né spiegata né difesa. Insolia è crudele perché con i suoi personaggi fa una cosa sempre più rara: li prende sul serio.

La vita giovane è un romanzo politico senza slogan. Racconta cosa succede quando un’intera generazione viene educata a credere nel futuro come promessa, e poi viene lasciata sola davanti al conto.

Il Sud si desertifica, il Nord assorbe e svuota, la mobilità diventa espulsione e non scelta, non è un romanzo di formazione ma di dissoluzione strutturale: “L’impero dell’abbondanza schifa la periferia, e la rigetta, con l’empietà dei regimi totalitari, verso una sorte d’indolente degrado”.

Il vero cuore del libro, però, è il tempo. Il tempo non salva, non sistema le cose e non rende migliori. Non basta “andarsene” per salvarsi e tornare è inevitabile, ma spesso, quando si torna, non c’è più niente da recuperare.

La vita giovane è un romanzo sporco, necessario, onesto fino a far male. Non cura e non insegna. Fa quello che la letteratura dovrebbe fare più spesso: mettere il lettore davanti a quello che senza accorgersi ha perso. Un libro che chiede attenzione come una domanda che dovremmo farci più spesso: “Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?”

Carlo Tortarolo

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Che preso il diploma avremmo detto ciao ciao e tante grazie a Foro a noi del gruppo divenne chiaro non appena iniziammo a riconoscerci come individui, non più solo come i figli di qualcuno. Ciascuno di noi aveva un piano.

Tommaso era da sempre impegnato in una fuga forsennata dalla realtà, e intendeva diventare ricco per potersi permettere un traghetto perenne e sicuro per il mondo che aveva eletto a suo rifugio: il pianeta della droga. Non starò qui a elencarle tutte, ma nominatene una: lui la usava, o quantomeno l’aveva provata. Così aveva deciso che avrebbe studiato ingegneria, l’unica facoltà, ripeteva sempre, che permetteva facilmente di trovare lavoro e guadagnare senza fatica. Marta non aveva grandi aspirazioni o una passione a darle un verso: tutto ciò che voleva era cucirsi addosso un’esistenza che fosse il più lontano possibile da quella della madre – che noi vedevamo di rado, e sempre imbottita di Tavor. Marta non aveva nessuna intenzione di stare in casa a crescere una cucciolata, vedere il Conad come una meta esotica da visitare due o tre volte alla settimana. Avrebbe studiato economia, quindi, ma per fare cosa non lo sapeva nemmeno lei. Sofia una direzione ce l’aveva, invece, e lavorava con l’energia tipica di chi non corre verso il futuro ma fugge dal passato. Voleva fare l’ambasciatrice e studia va, pianificava e lavorava per raggiungere l’obiettivo. Così dal terzo anno frequentava corsi esterni alla scuola, leggeva manuali di diritto e guardava Law & Order a rotazione continua; non l’aiutava ma la gasava. Giorgio e Matilde – diade del gruppo, particelle che gravitavano l’una attorno all’altra in un moto sempiterno e schizoide – avevano organizzato la loro vita come fossero davvero una cosa sola. Erano fidanzati da due anni, cosa che riaffermavano a ogni buona occasione con slinguazzamenti e chiamandosi amore persino quando litigavano. E in testa avevano un solo obiettivo: fare soldi – soldi soldi soldi. I soldi per loro non erano un mezzo ma il fine, così avevano apparecchiato un piano preciso: lui si sarebbe laureato in giurisprudenza a Roma per poi entrare nello studio di certi amici del padre, dove avrebbe “fatto i soldi” e mantenuto sia Matilde sia la flotta di pupi che avrebbero procreato e che sarebbe stata lei a tirar su. Matilde difatti non aspirava a tanto, e la vita che le aveva più o meno dichiaratamente promesso Giorgio – succinti vestitini dorati, Mercedes rosse rubino, sesso acrobatico nella piscina della villa di cui parlavano come l’avessero già comprata – le andava più che bene. All’elenco manco solo io, che avevo deciso di studiare lettere per fare lo scrittore. Quel che mi piaceva era leggere – passavo parecchio tempo sui miei romanzi, li accumulavo in modo compulsivo –, e non vedevo vie possibili se non la scrittura. Quindi mi sarei trasferito a Roma, o questo era il piano, ma solo perché Giorgio, mio migliore amico dalle elementari, si sarebbe trasferito lì e io mi ero convinto che seguirlo fosse la scelta più giusta.

Naturalmente nulla andò come da programmi e, per scansare inutili noie, inizierei dal pomeriggio in cui tutto cominciò a precipitare.

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La vita giovane

di Mattia Insolia

© 2026 Mondadori Libri S.p.A., Milano

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