“Il Texas è perduto”, aveva detto infine Terán, con la sua voce sommessa che rimbalzava sulla roccia scolpita. “Voi norteamericanos ve lo prenderete. È solo questione di pochi anni. Il Texas è perduto e lo sono anch’io”.
È in libreria Alamo di Stephen Harrigan (Del Maino 2026, pp. 868, € 19,90 con traduzione di Nicola Manuppelli).
Si tratta di un romanzo storico sull’assedio e la caduta di Alamo nel 1836, un evento che ha formato la coscienza del Texas e che ha segnato la storia americana.
Si parte con l’arrivo ad Alamo nel 1911 di un sopravvissuto:
“A novantun anni Mott non desiderava più niente e non aveva bisogno di niente. Per qualche anno, dopo essere scampato alla morte all’Alamo, si era sentito investito della feroce protezione della Provvidenza divina, ma quella sensazione era passata come passa una febbre e da allora le questioni spirituali non l’avevano più tormentato. Per quanto ci riflettesse, non riusciva a vedere la morte che si avvicinava come un mistero. Era solamente una forma sull’orizzonte, qualcosa di riconoscibile ma non ancora abbastanza vicino da poterla distinguere bene.”
L’obiettivo di Harrigan è raccontare la storia di Alamo con imparzialità.
Attraversano il racconto rivoluzionari come James Bowie che intrattiene gli avventori di una locanda:
““Del resto, non c’è nessuna arte nel combattere con il coltello”, disse. “Pugnali il tuo uomo e, se puoi, gli arrivi al cuore. Tutto qui”.”
O come Davy Crockett che accorre ad Alamo come volontario nonostante la propria opinione lucida sulla fattibilità della difesa:
“Se vuole il mio parere”, disse Crockett, “io dico che dovremmo levarci di qui il prima possibile. Io sono con Houston. Facciamo saltare l’Alamo. Non abbiamo abbastanza uomini per difenderlo e non abbiamo nemmeno un governo che valga un soldo bucato e ci sostenga”.
Matura il progetto di una difesa tra le più folli e disperate di sempre con il buon senso di Crockett che deve contenere gli spiriti bollenti:
““Chi decide che cosa sia il buon senso?”, chiese Baugh. “Io”, rispose Crockett. “Per il semplice fatto che ho maturato una lunga esperienza in materia alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti”.”
Alamo evoca un mondo scomparso in cui la morte onorevole esercitava ancora un fascino reale, proprio mentre la macellazione spietata era la regola.
Carlo Tortarolo
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“Signora Mott!”, gridò una voce dalla strada. “Abbiamo il drago! Dov’è il nostro San Giorgio?”
Mary si voltò e vide che era John Dunn, uno dei due regidores di Refugio, che avanzava con un carro lungo Purísima Street, seguito da una processione
di curiosi. Fresada camminava dietro al carro, reggendo una gigantesca coda squamosa come un paggio che sorregge lo strascico di un mantello, per impedirle di trascinarsi a terra.
“Dubito che il signor Bowie si aspettasse un alligatore così grosso”, disse Mary, distrattamente.
“Perché mai il signor Bowie avrebbe dovuto aspettarsi un alligatore?”, chiese Edmund, mentre si avviavano incontro al carro. Lui riusciva a vedere soltanto la coda, ma stimò che l’animale fosse lungo almeno due metri e settanta.
“Bowie e John Dunn ieri sera erano piuttosto ubriachi”, spiegò Mary. “Jim si vantava di quanti alligatori avesse a”rontato in Louisiana e John ha deciso di metterlo alla prova”.
Dunn aveva ingaggiato Fresada perché gli procurasse un alligatore e Fresada era partito all’alba per cercarne uno lungo le rive del fiume. Era una faccenda semplicissima, le aveva assicurato, perché in quel periodo dell’anno la maggior parte degli alligatori era ancora nelle tane, intontita dal letargo invernale, e bastava stanarli e legargli le zampe. Ciononostante, Mary non riusciva a immaginare nessun altro, a parte Fresada, abbastanza coraggioso da infilare le mani nella tana di un alligatore, figuriamoci da tirarne fuori un mostro come quello.
“San Giorgio!”, urlò Dunn, prendendo a pugni la porta della locanda. “Fuori, per Dio! La bestia vi aspetta!”
Pochi istanti dopo Bowie aprì la porta. Doveva ancora radersi e strizzava gli occhi nella luce del mezzogiorno, ma per il resto era perfettamente in ordine, con una giacca a code e una cravatta annodata con cura.
“Svegliati, Despalier!”, gridò alle sue spalle, verso l’oscurità. “Non ho nessuna intenzione di farlo due volte!”
Quando vide Edmund, gli andò incontro in silenzio per stringergli la mano, trattenendola un po’ più a lungo e con una stretta un po’ più vigorosa di quanto il loro rapporto, tutto sommato superficiale, giustificasse.
“Sembra che mi abbiano scelto un bel mostro”, disse, fissando Edmund negli occhi con uno sguardo fermo e fiducioso quanto quello del rettile nel carro. “A dire il vero, preferisco un bestione come questo a uno di quei diavoletti lunghi meno di due metri. Despalier! Ti decidi a venire?”
Un uomo basso e dal colorito giallastro comparve sulla porta. Strizzò gli occhi davanti alla folla di curiosi e poi, visibilmente imbarazzato, si affrettò verso la latrina, mentre Dunn, Fresada e altri quattro uomini trascinavano l’alligatore giù dal carro e lo adagiavano supino sullo spiazzo sgombro davanti alla locanda. Con le mascelle legate e le zampe ripiegate e immobilizzate sul ventre, l’alligatore rimase completamente immobile, in un atteggiamento di solenne placidità. Edmund sapeva che, finita l’esibizione, Bowie lo avrebbe ucciso. Del resto, cos’altro avrebbe potuto farsene di un alligatore? Ma l’immobilità dell’animale era così serena da farlo sembrare già morto.
“Ha mai lottato con un alligatore, signor McGowan?”, chiese Mary Mott, andando a mettersi accanto a Edmund mentre Bowie faceva una gran scena ispezionando l’animale, misurandone la lunghezza a passi e tastando i grossi denti che sporgevano in modo quasi comico dalle mascelle serrate.
“Non se n’è mai presentata l’occasione”.
“La signora Mott è quella che dovrebbe fare a botte con gli alligatori!”, tuonò Bowie, appendendo la giacca a un piolo. “Dubito che in tutto il Coahuila e Texas esista una donna più combattiva”.
Bowie guidò i coloni irlandesi in un paio di urrà in onore della signora Mott. Poco dopo ricomparve Despalier. Aveva recuperato un po’ di colore rispetto a quando si era precipitato verso la latrina, ma aveva ancora l’aspetto di un uomo poco robusto. Osservandolo, Edmund immaginò che fosse un agente di uno dei grandi consorzi fondiari, in viaggio con Bowie per acquistare concessioni da rivendere a prezzi enormi quando il Texas fosse stato conquistato ai danni del Messico.
“E adesso, signore”, disse Bowie rivolgendosi a Dunn. “Preferisce che ci lotti nell’acqua o sulla terraferma?”
“Qui”, rispose Dunn. “Nell’acqua potrebbe scappare e io voglio la pelle quando l’avrai sconfitto”.
Professor prese a correre in tondo intorno all’alligatore abbaiando furiosamente e Edmund dovette legarlo con un pezzo di corda, temendo che, una volta rimesso sulle zampe e liberato, il rettile potesse limitarsi a inghiottire il cagnolino.
Mentre Professor ululava indignato all’estremità della corda, Bowie e gli altri uomini rigirarono l’alligatore sul ventre. Bowie ordinò quindi a tutti di arretrare di una ventina di passi, estrasse il suo celebre coltello dall’elegante fodero e cominciò a tagliare le corde che tenevano legate le zampe dell’animale. Libero di muoversi, l’alligatore non si mosse affatto. Rimase lì, apatico come prima, con la pelle secca e grigia, come se fosse ricoperta di cenere. “Gli scioglierai anche le mascelle, Jim?”, chiese Dunn.
Bowie rivolse un sorriso al regidor. “Se non sapessi che sei mio amico, John, giurerei che hai una gran voglia di vedermi finire nello stomaco di questo alligatore”.
La folla indietreggiò ancora di qualche passo mentre Bowie si portava alle spalle dell’alligatore e tagliava le corde che gli tenevano chiuse le mascelle. Le gettò da una parte, ma l’animale continuò a non muoversi. Rimase disteso nella radura con un’immobilità e un’indifferenza che avevano qualcosa di ipnotico per gli spettatori e che, a loro modo, erano persino più inquietanti del brusco scatto che tutti si aspettavano da un momento all’altro. Non si vedeva il minimo segno di respiro, né il battito del cuore o del polso sotto quella pelle spessa.
Bowie cominciò a girare con cautela intorno al mostro. Era un uomo imponente, ma si muoveva con rapidità e precisione. Edmund lo osservava sentendosi, al confronto, lento quanto l’alligatore. Come molti dei personaggi poco raccomandabili che aveva conosciuto, Bowie possedeva una presenza fisica irresistibile, una leggerezza nei movimenti che si accordava perfettamente con i suoi modi disinvolti. E fin dal loro primo, imbarazzante incontro, anni prima, nella casa dei Veramendi, quando Bowie stava appena cominciando a ritagliarsi un posto nella società di Béxar, aveva sempre mostrato nei confronti di Edmund una divertita simpatia.
“James Bowie!”, aveva esclamato Edmund in quell’occasione. “Conosco fin troppo bene la sua reputazione, signore”.
“Mi attribuiscono ogni genere di reputazione, signor McGowan”, aveva risposto Bowie allegramente. “Spero che lei si riferisca a una delle migliori”.
“Beh, naturalmente pensavo alla sua scoperta della Clivia nobilis nelle Quagga Flats”.
“Nelle Quagga Flats?”
“Per non parlare della Sinningia speciosa. O della jacaranda”.
Bowie aveva continuato a sorridere, ma per un istante i suoi occhi grigio chiaro si erano fatti cauti, quasi sospettosi, mentre Edmund cominciava a rendersi conto dell’equivoco. Quello non era James Bowie, il celebre botanico e raccoglitore di piante al servizio di Sir Joseph Banks, le cui scoperte in Brasile e nell’Africa meridionale gli avevano dato una fama straordinaria. Era l’altro James Bowie, il famoso duellante armato di coltello, tra!cante di schiavi e speculatore terriero, la cui notorietà era persino maggiore.
“Mi hanno accusato di un sacco di cose, signore”, aveva esclamato Bowie, divertitissimo, quando Edmund si era scusato spiegandogli l’equivoco, “ma lei ha l’onore di essere il primo ad accusarmi di fare il venditore di sementi!”
Per mesi Bowie aveva raccontato quell’episodio in tutta Béxar e ogni volta che incontrava Edmund non mancava mai di ricordarglielo. Negli anni successivi Bowie era stato in continuo movimento, persino più di Edmund. Cercava argento spagnolo nel territorio dei Comanche, tra!cava in concessioni terriere e fomentava disordini nel Coahuila. Conservava ancora il suo fascino pericoloso, ma agli occhi di Edmund appariva anche un po’ logorato. Aveva amato davvero la giovane moglie sposata per convenienza e la sua morte lo aveva profondamente scosso, anche se non abbastanza da fargli dimenticare l’eredità che riteneva gli spettasse. Aveva ormai una quarantina d’anni, l’età in cui all’orizzonte cominciano ad addensarsi le nuvole. Le sue lunghe sbornie lo rendevano vulnerabile alle malattie e l’a”annosa corsa necessaria per restare sempre un passo avanti ai suoi problemi legali e finanziari gli conferiva un’aria sottile ma costante d’inquietudine.
Adesso, però, sembrava aver dimenticato ogni preoccupazione. Davanti a lui c’era quel gigantesco rettile e tutt’intorno si era raccolto un pubblico curioso, disposto lungo il limite di quella che tutti immaginavano fosse la portata del suo attacco. Dopo averlo provocato a lungo, Bowie riuscì finalmente a far aprire la bocca all’alligatore, che emise un sibilo. Poi gli assestò con aria di sfida un colpo di bastone sul muso.
“Ecco, adesso comincia a svegliarsi, per Dio”, disse Bowie. “State tutti indietro”.
La folla, compiacente, arretrò di qualche passo, più per partecipare allo spettacolo che per una vera paura dell’animale, il cui torpore era ancora profondo. Bowie riuscì a farlo sibilare un paio di volte ancora, poi, rapido come una pantera, gli balzò in groppa e gli afferrò le mascelle, tenendole serrate mentre tirava all’indietro la testa del rettile fino a premerla contro il petto.
“Vuoi provare tu, John?”, grugnì Bowie rivolto al regidor, ma Dunn si limitò a ridere.
“Adesso che ti sei cacciato in questo pasticcio”, disse, “come pensi di uscirne?” “
Ma è la cosa più facile del mondo”, spiegò Bowie, con le vene del collo che gli si gonfiavano per lo sforzo mentre lottava con l’enorme testa dell’alligatore. “Mi basta rigirarlo e farlo addormentare”.
Con un unico movimento fece ruotare l’alligatore sul dorso e scivolò via da sotto il suo corpo. L’animale rimase in uno stato di quiete ancora più profondo. La pelle del ventre era di un pallore così impressionante che Edmund ebbe l’impulso di distogliere lo sguardo, come davanti a una grottesca e insondabile esposizione di nudità umana.
Bowie fissò teatralmente l’alligatore immobile per un lungo istante, poi si rialzò lentamente, con estrema cautela.
“Che cosa gli hai fatto?”, gridò qualcuno tra la folla. Bowie si portò un dito alle labbra, poi parlò sottovoce.
“L’ho consegnato fra le braccia di Morfeo”.
Sorrise. Si levò un applauso divertito. Bowie strinse la mano a Dunn e accettò il sigaro che gli porgeva. L’alligatore rimase disteso sul dorso, completamente ignorato, mentre Bowie fumava metà del sigaro e chiacchierava con gli abitanti di Refugio del celebre duello sul banco di sabbia, nel quale era sopravvissuto dopo essere stato trapassato nel torace da un bastone da passeggio con la lama nascosta. Diverse persone tirarono fuori i propri coltelli e gli chiesero se fossero autentici bowie knife, ma Bowie li informò, con una punta di rammarico, che si trattava di economiche imitazioni inglesi. Gli originali, spiegò, erano forgiati con un segreto procedimento di tempra perfezionato dagli antichi artigiani di Damasco. Aggiunse poi che era meglio tenersi alla larga dai salotti, ormai molto di moda a New Orleans, dove i giovani imparavano il code duello e l’arte del combattimento con il coltello. Quei salotti, precisò, non erano autorizzati a usare il suo nome per farsi pubblicità e i suoi avvocati si stavano già occupando della faccenda.
“Del resto, non c’è nessuna arte nel combattere con il coltello”, disse. “Pugnali il tuo uomo e, se puoi, gli arrivi al cuore. Tutto qui”.
Mentre Bowie continuava a intrattenere i presenti, Edmund liberò Professor dalla corda e si avvicinò all’alligatore. Era ancora lì, immobile come qualcosa di eterno, con il ventre quasi rosato nella luce che andava spegnendosi. Professor gli girò intorno con prudenza, abbaiò un paio di volte, ma il rettile continuò a non muoversi.
“Non hai paura che si svegli e si mangi quel cane?”, chiese Terrell a Edmund.
“Non si sveglierà. Quando un alligatore è a pancia all’aria, il sangue non arriva più al cervello”.
Il ragazzo abbassò lo sguardo verso l’alligatore, riflettendo su quelle parole.
“Puoi toccarlo”, disse Edmund, chinandosi ad accarezzargli il ventre. Si sporse a guardare gli occhi spalancati dell’animale. Le strette pupille verticali lo fissavano, forse consapevoli, forse no. Terrell si inginocchiò accanto a lui e passò con cautela una mano sul ventre pallido dell’alligatore. Sembrava stesse formulando una domanda, ma prima che riuscisse a farla arrivò John Dunn con il fucile già carico e armato.
“Se i signori vogliono allontanarsi a una distanza di sicurezza”, disse Dunn, “provvederò io a uccidere la bestia”.
Edmund richiamò Professor e si allontanò con Terrell fino all’ombra del dogtrot. Dunn sparò un colpo in direzione del cervello dell’alligatore. Ciò che rimase impresso a Edmund fu il modo in cui l’animale accolse la propria morte quasi senza accorgersene. Uno spasmo appena più forte di un singhiozzo, un agitare senza meta le zampe e poi un’immobilità ancora più profonda che sembrò posarsi sul suo corpo.