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Chandra Candiani. Essere Nuvola

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Leggere i versi di Chandra Candiani in Essere Nuvola (Giulio Einaudi Editore, Torino 2026) è sentire il respiro silenzioso e leggero del quotidiano dove, all’improvviso, accade qualcosa di inatteso e misteriosamente sacro: la percezione di essere un dettaglio trascurabile nell’universo, una nota nel pentagramma del mondo, in equilibrio tra cielo e terra. La parola poetica sempre nitida e precisa, sottoposta a quel minuzioso cesello testuale basato sul ritmo interno del verso, arriva gentilmente al cuore. Ciò che normalmente resta nascosto al nostro sguardo superficiale, affiora nel commovente movimento di uno stormo di uccelli , nell’immergersi nel flusso della natura o nella cavità di un albero, per sentire il battito leggero di tutte le cose, connessi con il respiro delle creature viventi.

Della condizione umana, svestita dalle sue sovrastrutture, resta la sua essenza dinamica : Essere non è vivere / forse non è morire , piuttosto un transitare tra un ‘ascesa e un inciampo, tra un passo e un indietreggiamento. Rivive in queste pagine l’attitudine psicologica ed esistenziale della poeta, la sua anima meditativa, la sua rinuncia al controllo, il suo disarmo dei pensieri, la sua gratitudine cosmica espressa con voce di uccello. Le parole, anche quelle nate dal sogno, luogo di rivelazione, hanno un loro ciclo vitale. Nascono dal silenzio e tornano ad esso, seguendo una traiettoria che va dal movimento frammentato dei gesti quotidiani alla piena realizzazione dell’essere, quando abbandona le pretese del pensiero e della parola per farsi nuvola in transito. Scoprire la bellezza della semplicità del quotidiano, luogo privilegiato del senso, libero dall’attaccamento e dagli inutili affanni, dall’assalto della prestazione ad ogni costo. Ritrovare nelle azioni più semplici quella forma di meditazione vissuta con totale consapevolezza del momento presente , quel “sostare consapevole nel mondo”: Da un altro mondo la furia del pastore di nuvole ,/il vento,/impiglia gomitoli di luce /tra i rami./ Mi consola/come preparo il letto la sera/come lo riordino il mattino /stendo il bucato/bevo un bicchiere d’acqua/pregando nel cuore delle faccende/mi rendo abitabile il famelico mondo.

Ritorna, come elemento cardine di tutta la sua poesia, la dichiarata impotenza delle parole che anziché colmare il vuoto o spiegare le ferite da desolazione, si fanno gusci vuoti e mostrano tutta la loro impotenza. La parola poetica non ha il compito di spiegare l’inesplicabile: basta aprire le mani, disporsi ad un nutrimento che è un intenerimento di sguardo, sentire il battito del cuore del mondo, ascoltare la voce del silenzio: Eppure anche questa è voce/il silenzio che separa le parole /e le lancia/il silenzio che le ripone adagio /precisamente /nel fondo oscuro /che pulsa il vivo niente /e fa fiume e segno. Un bambino /seduto sul ramo di un albero /al confine della non-guerra/nel pugno /una parola in custodia. Il silenzio insegna a parlare, il silenzio è cosa viva, si può percepire il suo suono continuo, sottile, misterioso. La natura possiede una forza terapeutica intrinseca, una capacità di cura che il linguaggio logico ha perso; è qui che la parola lascia spazio ad una dimensione meditativa pura che cerca la melodia cosmica per farla risuonare nella poesia: Dalla percussione del silenzio /è nata la musica,/dal cigolìo delle orbite stellari/[…] dal canto opaco della montagna /pronunciato dalla trasparenza del vento /La musica non è mai nata/si è fatta viva.

Anche se le parole sono povere, insufficienti, impotenti, vanno pronunciate lo stesso, spogliate di ogni pretesa; c’è una necessità etica e biologica nel loro esistere. Vanno messe al mondo accettando la loro fragilità originaria, consegnate alla terra, messe a dimora nei micro-rifugi della natura, nella spaccatura sul tronco del faggio perché si facciano tutt’uno con la materia vegetale. Non sono strumenti umani per dominare il mondo ma semi vulnerabili pronti a germogliare in modo sempre nuovo. Non servono a spiegare l’inesplicabile , sono finestre aperte sul silenzio, aperture discrete che permettono al dolore, ai sentimenti inespressi, di comunicare con l’assoluto, senza sporgersi, come una briciola nella fenditura. Si cercano parole in una realtà sempre più buia e ingrata e se noi viviamo in quella parte del mondo dove […] si mangia tre volte al giorno, / l’acqua scende potabile dal rubinetto /il mare è ricco di cadaveri / e dove si esercita instancabilmente l’ignoranza dell’altro … la parola teme nel dire, si arresta sulle labbra.

Laddove il linguaggio umano fallisce, si disarma e tace, la musica subentra non come discorso, ma come pura testimonianza vitale, lasciando che l’universo suoni attraverso di noi. La musica non è mai nata , è sempre stata lì; è l’ordito segreto del mondo, la trama sottile che unisce le stelle, il silenzio, i morti e la montagna. Il silenzio è una forza battente, una “percussione” che accumula energia fino a farsi suono. Nell’universo di Chandra Candiani meditare è seguire umilmente e con pazienza il respiro, accoglierlo in silenzio; meditare è sostare nel margine, ascoltare le sue infinite sfumature, come insegna la pratica buddista. La fragilità non è una debolezza da superare o nascondere ma una dimensione fondamentale dell’essere , da accettare come via d’accesso privilegiata alla comprensione del mondo : Nel sogno la bambina andava verso levante/verso il suo pianeta lontanissimo, per scoprire/nel viaggio che non era altro che l’oceano./Affondava leggera e la schiena minuscola/si apriva a vela si trasformava in conchiglia/la stessa sbirciata sull’enciclopedia.

Il rifugio dall’eterno fluire del tempo è un punto di sospensione, una fenditura dove trovare rifugio per sottrarsi alla frenesia del mondo, assaporare una quiete assoluta, protetta, quasi sacrale: Certe ore della notte /i pensieri si sminuzzano/e non sanno fare immagine/allora il sonno si sveglia /e i musi degli animali /si chiudono nella ferocia /Il vento prende a pugni/ la vita interiore, il bisogno /di tua bellezza è bisogno /di mio silenzio; essere evidenza /senza sporgersi, una briciola / in una fenditura del tempo .

Nel secondo movimento,Terre oltre il tempo, l’io poetico continua la ricerca di quel riflesso condiviso, di quel soffio discreto dell’armonia universale e lo fa con esercizio di ascolto attento, di connessione profonda con le creature viventi .Questo ritrovare se stessi nel mondo , questa andatura mentale, sono già presenti in Questo immenso non sapere e in Pane del bosco , opera, quest’ultima, che coincideva con l’esperienza del suo trasferimento da Milano in una casa isolata su un alpeggio piemontese. L’abbandono della città non è una fuga dal reale , piuttosto un radicale ancoraggio al mondo in posizione di ascolto dislocato. Allontanandosi dal “centro” si attiva una vista periferica che permette di accogliere il margine, l’ombra, l’inatteso. È un posizionamento che restituisce all’essere umano la sua esatta collocazione nel contesto naturale e cosmico. Per ritrovare se stessi e la propria fragilità è necessario accettare lo smarrimento, l’impermanenza, cambiare coordinate geografiche ed esistenziali, ricucire attraverso il filo della parola e il filo illogico di stare al mondo , il rapporto tra l’essere umano, la terra e la sua comunità. Il mondo è un reticolo di incontri e scambi, geometrie d’intrecci da cui dover sempre imparare qualcosa di nuovo, certi del nostro immenso “non sapere”. La verità, infatti, non si rivela nella luce accecante e violenta della pura logica, come scriveva la filosofa Maria Zambrano ma si trova anche nell’oscurità della caverna, nell’ombra, nel non risolto. È un avvicinamento alla complessità del vivere, una visione in cerca della ferita che ci precede. Ricordare di essere stati corvo, faggio, farfalla, larice, pesce, merlo, creatura tra le creature nel disegno cosmico, voci dell’orchestra del mondo: Quando ero farfalla/la dettatura delle mappe /poggiava tra antenne e ali. /Quello che gli umani/scambiavano per allegrezza/era seminagione di codici. Il volo leggero della farfalla non è casuale, segue una sapienza antica e superiore che le indica la rotta. I suoi movimenti sono geografie invisibili, tracciati magnetici, correnti di fiato e di luce. Questa conoscenza universale non viene elaborata dal cervello o dal pensiero logico ma si incarna direttamente nella struttura biologica dell’animale che diffonde quelle mappe compiute, quelle informazioni vitali connesse e necessarie alla sopravvivenza, elementi di una trama più vasta. Gli animali sono i preziosi custodi dei codici dell’universo che l’uomo, prigioniero delle sue parole e della sua iper-razionalità, non sa più decifrare. Per comprendere il mondo, l’essere umano deve rinunciare a interpretarlo secondo le proprie categorie e accettare, ancora una volta, di farsi piccolo, fino a farsi albero, fiore, cervo, nuvola in transito, imparando ad osservare i segni leggibili della mutazione, come la vecchia pelle di un serpente lasciata a terra.

L’ultimo movimento della raccolta, Il mestiere delle briciole , si apre con la bellissima immagine di una donna che si china, poi si inarca, ruota il busto a sinistra e a destra, con un braccio rivolto verso un orizzonte imprecisato, l’altro appoggiato all’aria. È un abitare poeticamente il mondo attraverso il corpo e l’ascolto. Chandra, la donna-poeta, è plastica, flessibile perché è capace di accogliere le forze dell’universo senza opporre resistenza, rifiutando le rigidità dell’ego. “Transitare” è farsi “nuvola”, appoggiarsi all’invisibile perché l’aria non è vuoto, è materia densa, sostegno reale ed affidabile. Non esiste una separazione netta tra “dentro” e “fuori”, tra lei che osserva e il paesaggio che la circonda ; la realtà cessa di essere un oggetto da descrivere o da catalogare con parole impotenti. Il microcosmo contiene il macrocosmo: l’acqua riflette le galassie, le stelle, le montagne; i merli e le farfalle non sono fuori di lei, sono specchiati dentro il lago che lei porta metaforicamente sul capo. La donna-poeta contiene l’universo intero perché ha fatto silenzio dentro di sé. La donna che ha dedicato la vita ai bambini delle periferie, abituata a spogliarsi di ogni corazza intellettuale, non “fa” la poesia: la riceve stando in ascolto, muovendosi nello spazio con la grazia umile di una creatura selvatica. È l’evidenza che non si sporge, la briciola che riflette l’immensità del cielo. L’ultima parola, in questa raccolta, spetta ai bambini , custodi di una purezza antica . Non possono dire il male e le ferite da taglio del mondo ma sanno “ vedere” attraverso le parole. Come testimoni di un mondo che brucia, domani sapranno disarmare la ferocia del genere umano.

Rossella Nicolò 

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