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Emanuele Bosso. Satelliti

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Ho questo vizio di mettere su un disco quando scrivo qualche parola di una lettura conclusa. In questo caso nelle casse sta andando l’ultimo degli M83, I Wrote You a Letter. Un progetto che si struttura attraverso silenzi improvvisi e squarci su panorami dal sapore intimista.
È una musica che tocca corde ben specifiche, alcune non troppo distanti dall’opera di Emanuele Bosso,
Satelliti (Mondadori, 2026), o forse mi si tratta soltanto di suggestione?
Mi piace stare al gioco perché anche in questo caso ci troviamo alle prese con un’opera che attinge dal silenzio, dagli spazi contemplativi, dai dialoghi mozzati e dalle passeggiate nei luoghi a margine, come Fassiano, un paesino di provincia ai piedi della montagna. Un posto di gente semplice, ingobbita dalla fatica e da un cielo che si concede pochi sprazzi di colore.
Roccia, neve, gelo, materia che si fa personaggio, che entra nelle membra e indurisce gli animi ancor prima delle ossa, la scelta del contesto non è certo casuale. La mente corre subito a quelle otto montagne che tanto ci hanno ammaliato qualche anno addietro ma anche scritti più minimali, come quella
lucina notturna intravista da Moresco eppure, mentre nell’opera di questi era il contesto a parlare, nel romanzo di Bosso la valle sembra quasi trasformarsi, farsi cassa di risonanza per i silenzi dei protagonisti.
Filippo e Tommaso, i traini di questa rude storia intimista, due ragazzi modellati sull’assenza. Nel primo caso di un padre codardo, nel secondo, di un affetto che non potrà mai giungere dalle mani di un uomo troppo indaffarato a destreggiarsi tra le botte e bottiglie.
È il logorio, della solitudine, dell’indifferenza, quella che porta a isolarsi come faranno i nostri, prima forzatamente, con il trasferimento di Filippo e della madre a Fassiano da una Roma strozzante e poi consapevolmente, grazie a una stanza sul retro che si farà nido e rifugio per i nostri. Una stanza che si farà spazio liminale per due anime disorientate e che troveranno proprio lì, nel mezzo dell’ennesima violenza compiuta da “grandi” che tutto sembrano fuorché persone responsabili, il proprio centro di attrazione.
Tocca crescere in fretta quando non ci sono abbracci a parare i colpi, tocca farsi roccia e fortezza, ritagliarsi un antro protetto, che sia una stanza senza riscaldamento, con un letto scrauso e un giradischi impolverato poco importa, basta che sia un antro invisibile agli altri, un posto dove poter gettare i legnetti di un’amicizia, nella speranza che si faccia focolare. Che possa scaldare, finché l’inverno non sarà passato.
Il freddo, ce n’è tanto in questo libro. Lo si sente in ogni pagina. Negli scontri tra Filippo e sua madre, negli scambi frammentati con nonna Sandra, una donna corteccia che ha dovuto trattenere tutte le gemme al suo interno, nel rapporto tra Tommaso e la compagna Rebecca, che negli anni si porterà appresso quel retrogusto amaro dell’accontentarsi. In
Satelliti si parla spesso di questo, dell’accontentarsi, dell’incapacità di uscire dai vincoli che la vita ci sbatte addosso ma anche di quelli che si possono creare, inaspettatamente, tra due ragazzi che cercano soltanto di salvarsi.
Il rapporto di Filippo e Tommaso è una creatura vibrante, che pulsa e sopravvive negli anni, in barba alle distanze e alle intromissioni della vita, un rapporto che ha la grandezza e la complessità di una montagna ma che si può anche racchiudere in una parola nascosta tra le pieghe di un foglietto sotterrato nella terra.
In questo ho apprezzato particolarmente il modo in cui l’autore ha trattato la nera materia del cuore lacerato. Banditi i patetismi e le lacrime a comando: tutto si muove nei non detti, nelle risposte lasciate in sospeso, nei gesti trattenuti o ancor peggio rimandati e la scelta formale di affiancare i dialoghi in sincopatici botta e risposta ne accentua il bisogno di emancipazione.
La storia di Emanuele Bosso è una creatura umile ma vibrante, lucida e circoscritta in un universo di personaggi spigolosi, refrattari ma con cui si può empatizzare, perché conservano al proprio interno dei tratti che appartengono a tutti noi.
É la provincia, di nuovo e ancora, quella da cui cerchiamo di scappare in tutti i modi ma che forse dovremmo semplicemente imparare a vedere. È il legame che sceglie il cuore, di nuovo e ancora, quello di cui non riusciamo a comprendere la reale geografia ma che a volte è in grado di esprimersi nella semplicità di una carezza.

Stefano Bonazzi

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Satelliti

Emanuele Bosso

Mondadori

19,00 euro — 288 pagine

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