Ci sono libri che non si accontentano di raccontare un viaggio: pretendono di mostrarci da dove vengono le nostre immagini, i nostri miti, le nostre nostalgie. Sognavo Gettysburg di Carlo Miccichè (Edizioni Ares 2025, pp. 276, € 18,00) appartiene a questa categoria rara. Non è un diario né un saggio: è un’immersione. Una discesa — o forse un’ascesa — nei territori dove la Guerra Civile Americana non è solo storia, ma sedimentazione di sguardi, cinema, infanzia, memoria collettiva.
Miccichè affronta la guerra più raccontata degli Stati Uniti come si affronta un paesaggio interiore. La sua prosa, densa di cultura pop e rigore storico, non descrive: scava. Ogni tappa del viaggio — le highway interminabili, i campi di battaglia, i reenactors colti sotto il sole di luglio — diventa un varco, un punto in cui la Storia si toglie la polvere e torna immagine viva.
La forza del libro non sta nei fatti che ricostruisce, pur precisi, ma nella genealogia emotiva che restituisce. Per Miccichè la Guerra di Secessione non è un tema: è una soglia. Un luogo dove si incontrano epica e quotidiano, splendore hollywoodiano e polvere dei campi, memoria privata e mito nazionale. La sua scrittura sembra muoversi come un carrello cinematografico: avanza, arretra, coglie un dettaglio minimo — una bandiera sbiadita, un portico di legno, un tamburino adolescente — e lo trasforma in indizio, in eco.
Serpeggia, tra le pagine, l’idea che il vero campo di battaglia sia l’immaginario stesso. Non le divise, non le strategie: le immagini che abbiamo ereditato e che il viaggio rimette in circolo. E’ così che Sognavo Gettysburg ci offre una vibrazione. Chiede attenzione, chiede disponibilità a lasciarsi spostare. E, alla fine, scopriamo che a cambiare non è il paesaggio americano, ma il modo in cui lo guardiamo: più consapevole, più nudo, più vicino a quella parte di noi che ancora sogna le epopee che non ha vissuto.
Nancy Citro
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La valle dello Shenandoah ha rappresentato lo scenario d’elezione delle gesta di Thomas Jonathan Jackson (1824-1863), divenuto famoso con il
soprannome di “Stonewall”, cioè “muro di pietra”. Perché così lo chiamò un altro generale sudista quando lo vide fermo a cavallo alla testa della propria brigata mentre infuriava l’attacco unionista che nel corso della prima battaglia di Bull Run (21 luglio 1861), che ritroveremo più avanti, stava travolgendo la a quel punto scompaginata linea confederata. «Guardate! Là c’è Jackson, fermo, immobile, imperturbabile come un muro di pietra!». Ora, pare che il generale che pronunciò questa frase, divenuta leggendaria, di nome Barnard Bee (1824-1861), non avesse avuto l’intenzione di esaltare la risolutezza di Jackson ma che lo stesse in qualche modo biasimando per stare fermo, nel senso di inattivo, con i propri uomini appostati con calma in un bosco e protetti dai cannoni, appunto come una pietra, mentre i loro commilitoni stavano per essere sopraffatti. Non sapremo mai cosa volesse veramente dire Bee. Fu ucciso pochi momenti dopo aver pronunciato queste poche parole. Fatto sta che l’apparente immobilità di Jackson nascondeva una trappola. Conservò la posizione, anziché buttarsi in sostegno dei reparti confederati soverchiati, perché i suoi artiglieri avessero il campo di tiro libero per poter tempestare in pieno e in controtempo i blu che a quel punto si stavano lanciando in avanti, ormai sicuri della vittoria. Così sorpresi e straziati dai cannoni, i nordisti cominciarono a sbandare e a cedere terreno, dovettero lasciare la collina che stavano per conquistare e subirono il contrattacco dei Confederati, con alla testa gli uomini di Jackson, usciti dal bosco dovere erano acquattati. Provarono a reagire, ma l’urto della cavalleria sudista, che letteralmente volò loro addosso, infranse gli ultimi tentativi. Alla prima vera battaglia della guerra, l’armata nordista, sicura della propria forza, fu sgominata. A pochi chilometri da Washington. Ne leggete più avanti. Tutto questo per farvi capire come nelle battaglie pochi minuti possono essere decisivi per ribaltare la situazione. Sono attimi fatali, incontrollabili e imprevedibili, a onta del più minuzioso piano tattico. Da secoli i teorici militari si interrogano su come riportare l’azione decisiva in guerra. Sono stati prodotti studi di ogni tipo, alcuni particolarmente ponderati e celebri. Come i lavori di Carl von Clausewitz (1780-1831), generale e teorico militare prussiano. Sono studi che sono passati dalle armi bianche, a quelle da fuoco, ai mezzi corazzati e ora fino all’impiego dei droni. Ma di fatto la formula esemplare non esiste, l’imponderabile, l’imprevedibile e il fattore umano in gioco al momento la rendono instabile e la sua natura cambia stato. Nel 2022 la Russia invade in forze l’Ucraina, secondo un piano “perfetto”, articolato su quattro fronti d’attacco. L’obiettivo russo era di far cadere la capitale ucraina Kiev in pochi giorni e di fatto risolvere la faccenda con una guerra lampo.
All’uscita di questo libro, la guerra è ancora in corso. Ormai si è cominciato ad affidare il piano di guerra determinante e conclusivo alla progettazione da parte dell’intelligenza artificiale. Resto convinto, prendetela proprio come una mia opinione personale, che neanche l’onnipotente algoritmo ne verrà a capo. Sono pochissimi i romanzi (non gli studi e i saggi storici) sulla Guerra Civile tradotti in italiano. Ancor meno, parliamo delle dita di una mano, quelli scritti da italiani. Li scopriremo più o meno tutti nelle pagine a venire. Qui partiamo dal lavoro di un autore statunitense che si chiama Frank G. Slaughter (1908-2001) che fu medico prima che scrittore, prolifico autore di best seller di genere medical drama da milioni di copie vendute e di fatto a noi sconosciuto. Un’eccezione ai suoi temi di racconto abituali è data da La brigata Stonewall (Stonewall Brigade) del 1975 che trovate in rete, fuori catalogo, del 1976, editore Dall’Oglio, con il prezzo in lire.
In questo libro di Slaughter siamo nel romanzesco più genuino, se volete “ruspante”, candido. Ma se siete lettori romantici e volete conoscere la vita di Stonewall Jackson, oltre le biografie ufficiali (tutte in inglese), le voci Wikipedia o i box a ritratto flash sparsi nei vari saggi, questo è il racconto che fa per voi. Viene usato l’espediente della linea narrante di un intrepido medico, David Preston, il quale si arruola con i Confederati e vive l’epopea della brigata del nostro generale “muro di pietra” da quando era un semplice insegnante nel collegio militare della Virginia, considerato bizzarro e soprannominato Tom Fool, nomignolo che oggi in slang potremmo tradurre in “lo sciroccato”, fino alla sua trasformazione nell’eroe di guerra. Vivrete con il dottor Preston le vicende della brigata divenuta la più famosa dell’esercito sudista, ne condividerete pensieri e azioni, scoprirete eventi quotidiani e cruciali del conflitto e addirittura tiferete per il nostro medico e per la sua storia d’amore, a lieto fine, con una bella nativa Cherokee. Stonewall si mostrò un vero condottiero, animato da una solida fede religiosa e da una profonda umanità, pur nella risolutezza del guerriero. La sua morte prematura poi, avvenuta in battaglia nel 1863, ancora in piena guerra, privò il Sud di un’insostituibile risorsa militare, torneremo anche su questo a più riprese. Certo, l’approccio agiografico è in agguato. Ma Jackson non fu un santo, anche se si sentiva molto vicino a Dio e morì in pace con la sua coscienza. Combatteva per una causa ingiusta e persa in partenza. E commise la sua dose di errori. Ma alla luce di un conflitto marcato da figure di comandanti di entrambi gli schieramenti quasi sempre non all’altezza, primeggia ancora oggi – oltre le commemorazioni o le polemiche revisioniste sulle guerre ingiuste e i loro protagonisti – meritandosi, a mio parere, il posto che occupa nella Storia