America, adesso. Le cose, già da tempo piuttosto strane, stanno diventando decisamente più strane.
Il Presidente degli Stati Uniti è impegnato a ridipingere la Casa Bianca ed è deciso a comprare la Groenlandia. Un nuovo farmaco miracoloso sta facendo dimagrire le persone. Gli affari interni sono sempre più controllati da un’entità politica emergente il cui status ufficiale è nebuloso, ma i cui poteri sembrano illimitati: il doge, ovvero il “Dipartimento per l’Efficienza del Governo”, fondato da un miliardario con la passione per mezzi di trasporto insoliti—razzi, Cybertruck, Hyperloop.
Decine di milioni di persone, seguaci di una figura misteriosa nota solo con la lettera “Q”, credono che molti leader della nazione facciano parte di un traffico globale di minori destinati alla prostituzione, che un giorno sarà distrutto in un evento totale e purificatore chiamato “The Event”.
Cani parlanti, veicoli quasi spaziali (Tesla?), teorie del complotto, acronimi ridicoli: la vita imita la narrativa di culto, a quanto pare, e a un certo punto la nostra realtà ha iniziato ad assomigliare, con una precisione inquietante, all’opera completa di Thomas Pynchon.
Non è uno sviluppo rassicurante, come confermerebbero anche i suoi fan più accaniti. Per sessantadue anni—dal 1963, con la pubblicazione di “V.” e con un’accelerazione dieci anni dopo, con “L’arcobaleno della gravità” Thomas Pynchon ha offerto mondi simili al nostro, ma più anarchici, tanto in materia di crimini quanto di leggi fisiche. L’atmosfera dominante nella narrativa di Pynchon è fatta di segreti e depistaggi, con poste in gioco apparentemente altissime ma ridicole, come una partita a “Go Fish” con le armi, e con la violenza di scala epica che incombe, talvolta in senso letteralmente razziato alla von Braun, direttamente sul lettore.
Le opinioni sui meriti e i piaceri di questi libri variano, ma nessuno, è sicuro dire, ha mai desiderato vivere nei mondi che descrivono.
Eppure eccoci qui—ed ecco arrivare “Shadow Ticket” (Penguin Press), la prima nuova opera di Pynchon dopo dodici anni. Sebbene l’autore abbia ottantotto anni, la sua disamina, almeno a giudicare dal libro, resta intatta: ancora eccitante, oscura e, nel bene o nel male, senza freni. Ma se i suoi poteri non si sono affievoliti, nemmeno si sono affinati; anche sforzandosi, è difficile stabilire se “Shadow Ticket” sia un commento sulla nostra epoca attuale o, comunque, più di quanto non lo fosse “L’arcobaleno della gravità”, pubblicato mezzo secolo fa.
Questo deluderà i fan che speravano in una vivace risposta pynchoniana alla nostra epoca tristemente pynchoniana, ma non è affatto un problema. La
letteratura non ha alcun obbligo di rispondere ai tempi; anzi, spesso dà il meglio di sé quando non lo fa, ed è per questo che “senza tempo” è un complimento forse altisonante, anche se abusato. Tuttavia, questo fa sorgere una domanda. Se il nostro artista per eccellenza delle convinzioni paranoiche, dei grandi crimini e dei “deep state”, della peculiare miscela di depravazione e assurdità propria di chi brama il potere – se proprio lui non ha sfruttato il momento politico presente per dar vita a una satira, a un manuale di sopravvivenza, a un canto del cigno o almeno a un “ve l’avevo detto”, allora cosa è venuto a dirci, dopo un lungo silenzio e, con tutta probabilità, per l’ultima volta?
“Shadow Ticket” è ambientato nel 1932, nel pieno della Grande Depressione e negli ultimi giorni del Proibizionismo, anche se nessuno nel romanzo sembra particolarmente a corto né di soldi né di alcol. La prima parte si svolge a Milwaukee, dove il potere non ufficiale è diviso tra la mafia italiana, che dilaga dalla vicina Chicago, e la storica popolazione tedesca della città, caduti sotto l’incantesimo di quella figura politica in ascesa nella madrepatria, Adolf Hitler.
Il nostro eroe, però, non è fedele a nessuno dei due gruppi, come si potrebbe intuire già dal nome: Hicks McTaggart. Come Doc Sportello in “Vizio di forma” e Lew Basnight in “Contro il giorno” (che, invecchiato ma non redento, fa un’apparizione anche in questo nuovo libro), Hicks è il classico detective hard-boiled con un lato più tenero. Ex spacca-scioperi che aveva preso la parte dello “spaccare” abbastanza alla lettera sino a far sanguinare molti attivisti sindacali, al momento in cui lo incontriamo è ormai così trasformato da sembrare vagamente buddista, quasi un uomo di famiglia: ha una specie di fidanzata, April Randazzo, cantante da lounge e un aiutante che funge anche da figlio surrogato: un giovane delinquente dal carattere dolce chiamato Skeet Wheeler. Ha anche un lavoro stabile in un’agenzia investigativa chiamata “Unamalgamated Ops”, dove si occupa per lo più di clienti squattrinati, la cui disperazione è inversamente proporzionale alla capacità di pagarlo. Questo caso riguarda la scomparsa della giovane ereditiera un po’ scandalosa Daphne Airmont, figlia di Bruno Airmont, un magnate dei latticini – siamo pur sempre in Wisconsin- così spietato e criminale da essere noto come l’Al Capone del formaggio. Bruno stesso è da tempo scomparso, dileguatosi anni prima quando le cose si stavano mettendo male nel sottobosco caseario. Ora Daphne, infelicemente promessa sposa, è fuggita con un clarinettista di nome Hop Wingdale, membro di una band chiamata “The Klezmopolitans” e la madre e il futuro marito hanno incaricato Unamalgamated Ops di riportarla a casa.
Altrove a Milwaukee, qualcuno ha fatto saltare in aria un camion di un piccolo contrabbandiere di alcol, e Hicks scopre che la polizia intende incastrarlo. Poco dopo scopre che April lo tradisce con un mafioso locale di nome Don Peppino Infernacci, non proprio il tipo incline a trattare onestamente con un rivale in amore. Nel frattempo alcuni agenti dell’F.B.I., dopo aver concluso che Hicks non è né bolscevico né nazista, vogliono assumerlo al servizio del Paese, il che potrebbe significare combattere Hitler ma anche sabotare la carriera politica di Franklin Delano Roosevelt, e di chiunque si trovi “più a sinistra di Herbert Hoover”. Se non accetta il lavoro, lo informano cordialmente, il Bureau sarà lieto di trovargli un posto in un penitenziario federale in Georgia.
Ciò che Hicks desidera, di fronte a queste minacce multidirezionali alla vita e alla libertà, è convincere April a fuggire con lui, facendo l’autostop dal Wisconsin verso chissà dove, come due hobos della Depressione, fuori dalla portata di chiunque voglia loro del male.
Invece accetta, seppur a malincuore, di recarsi a New York per cercare Daphne, pensando che un breve periodo fuori città raffredderà le cose. Ahimè, nel frattempo l’ereditiera del formaggio è già fuggita all’estero, e dopo un Mickey Finn il nostro investigatore si risveglia a bordo di una nave in rotta per l’Atlantico. Presto, Milwaukee lascia spazio ai frammenti frantumati dell’ex Impero austro-ungarico, da Budapest fino ai Carpazi, mentre la ricerca di Daphne da parte di Hicks si trasforma lentamente in qualcos’altro: e il biglietto d’ombra del titolo, una ricerca di altre cose e persone, una, due, sei milioni, che sono scomparse, o presto lo saranno.
È superfluo dire che sto tralasciando quasi tutto. Come chiunque abbia mai scritto di Pynchon sa bene, i suoi libri sono quasi impossibili da riassumere, in parte perché la trama, in sé, raramente sembra il punto, e in parte per la pura quantità di materiale in gioco, anche in un libro relativamente compatto come “Shadow Ticket” che è considerevolmente più breve dei suoi predecessori, a eccezione de “L’incanto del lotto 49” Pynchon è talvolta paragonato a Melville, per la sua ambizione e il suo massimalismo, e a Nabokov, per l’amore per i giochi di parole e l’artificio, ma il suo parente artistico più prossimo è Hieronymus Bosch, e ciascuno dei suoi romanzi è una sorta di “Giardino delle delizie”: brulicante di figure realistiche e fantastiche, molte delle quali impegnate in comportamenti moralmente compromessi, tutte apparentemente al servizio di un principio organizzatore sovrastante, ma eternamente discutibile. Per i lettori, gran parte dell’esperienza estetica nel confrontarsi con l’uno o con l’altro artista consiste semplicemente nell’osservare questa profusione di dettagli, l’infinitamente variegata progenie di un’eccellenza tecnica e di un’immaginazione inesauribile.
Considera il personaggio di Thessalie Wayward, mentalista da palcoscenico di successo fino a quando la Depressione e il cinema sonoro non misero fine al vaudeville. Ora lavora come segretaria alla “Unamalgamated Ops” e, ufficiosamente, per la polizia di Milwaukee, i cui agenti si rivolgono a lei quando non riescono a risolvere i casi con metodi più convenzionali. La sua specialità è “ass and app”—cioè asporting e apporting, la sparizione o comparsa improvvisa di oggetti apparentemente dal nulla, come spiega a Hicks durante un pranzo nel quale non cede mai il controllo della situazione. Sebbene Thessalie praticamente scompaia dopo questa scena di quattro pagine, sarebbe meschino suggerire che sia superflua, non tanto perché apre qualche metro lineare di trama (Budapest si rivelerà infatti un centro di “ass-and-app”), ma perché, come l’ornitorinco pattinatore di Bosch, è unica nel suo genere e splendidamente delineata.
Queste miniature sontuosamente create assumono ogni possibile forma: personaggi, espedienti narrativi, oggetti di scena, ambientazioni, scene. C’è un bar a Budapest la cui clientela, bizzarra e brutale in modi diversi, richiama alla mente la cantina di Star Wars. C’è un sottomarino tedesco della Prima guerra mondiale che, in qualche modo, scivola da sotto il Lago Michigan fino alla Croazia, requisito dal suo capitano, dopo l’armistizio, per nuovi usi clandestini. A un certo punto, dentro il diner dove Hicks e Thessalie si incontrano, vediamo “drammi da pranzo che passano come fronti temporaleschi, torte nelle vetrinette che lentamente perdono il loro fascino mattutino, cuochi alla griglia impegnati in varie faccende dietro al bancone mentre ciò che stanno girando ruota a mezz’aria capovolgendosi più volte”—è l’autore, naturalmente, che mette in scena un sottile cameo di sé stesso, sicuro di poter fare dieci cose contemporaneamente e di riuscire comunque ad afferrare l’omelette al suo ritorno sul piatto.
E, a volte, ci riesce davvero. La prima pagina di Shadow Ticket è una lezione magistrale in competenze che molti scrittori non padroneggeranno in tutta la vita: tono, ritmo, cadenza, come stabilire un personaggio, come avviare un motore narrativo, come convincere il lettore in sei paragrafi o meno che sai cosa stai facendo. Gran parte del resto del libro procede, o in qualunque direzione stia andando, grazie a lunghi tratti di dialogo serrato, e l’orecchio di Pynchon per il modo in cui le persone parlano davvero è infallibile. (“Tutta un’altra fascia di tasse là su a Shorewood, voi gente, eh.”) Il suo senso comico è invece molto più fallibile—Shadow Ticket non è il primo dei suoi romanzi con una battuta adolescenziale sullo smegma—ma quando funziona, funziona davvero. Un personaggio ha come animale guida un maiale. Un altro descrive la città portuale oggi conosciuta come Fiume come “la Milwaukee dell’Adriatico.” L’Al Capone del formaggio, incontrando il vero Al Capone, chiede: “E tu di che cosa sei l’Al Capone, di nuovo?”
Quanto al ritmo, Shadow Ticket si legge come uno dei suoi sottoplot, quello del Trans-Trianon 2000, un circuito motociclistico di duemila chilometri attraverso i territori contesi dell’Europa centrale: tutto velocità e rombi di motore. In modo insolito per Pynchon, il libro non devia mai a esplorare qualche branca della scienza o della matematica o della filosofia, e i momenti in cui rallenta abbastanza da permettere al lettore di guardarsi intorno sono rari—un peccato, perché, quando vuole, Pynchon è straordinario nel mostrarci il mondo. Ecco un covo nazista travestito da bowling, nelle periferie di Milwaukee, con la gelida notte del Wisconsin illuminata per chilometri dall’insegna esterna: “quattro o cinque colori diversi dal viola scuro all’arancione sangue, palle da bowling che lampeggiano da sinistra a destra, birilli che si sparpagliano e si ricompongono, ancora e ancora, in silenzio tranne che per un ronzio elettrico che cresce lentamente man mano che ti avvicini.”
Per la durata di quella frase, Pynchon è meno Bosch che Edward Hopper, facendoci vivere la scena facendocela vedere: la notte e il neon, la folata di solitudine, il pericoloso margine elettrico. Nel complesso, però, l’autore non ha come obiettivo quello di far sentire emozioni a nessuno. (L’eccezione brillante a questa regola è Mason & Dixon, l’unico dei suoi romanzi che non è solo brillante ma anche incentrato sui personaggi, tematicamente lucido e profondamente commovente.) Il suo genere consueto è la farsa—gli altri personaggi sono subordinati alle situazioni assurde in cui si ritrovano—e il suo registro abituale è quello del fumetto, a colori vivaci ma bidimensionale. A un certo punto, qualcuno consegna a Hicks una bomba attiva per le strade di Milwaukee, che lui riesce a malapena a lanciare in una buca da pesca sul Lago Michigan ghiacciato prima che esploda; più tardi, una coppia di spie scampa a un quasi assassinio in Transilvania arrampicandosi sulle funi d’ormeggio di un dirigibile in partenza. In entrambi i casi, puoi quasi vedere i puntini Ben-Day e i balloon dei fumetti. E anche il registro emotivo del libro resta per lo più entro il fumettistico: i buoni sono protetti dal pericolo mortale; i cattivi sono sinistri ma non spaventosi. Persino i nazisti veri non fanno mai paura, anche se a volte se la prendono comoda. (Davanti a birra e bratwurst: “Siamo socialisti nazionali, no? Quindi—stiamo socializzando. Prova, magari ti diverti.”)
Per un po’, tutto questo è perfettamente godibile—Elmore Leonard che incontra Stan Lee, un noir in Technicolor. Ma più si avanza in Shadow Ticket, più inizia a soffrire, come molti dei romanzi tardi di Pynchon, del peso dei suoi predecessori. Considera il sottobosco del formaggio, una sfera criminale talmente pynchoniana da sembrare autoparodia. In quale altra narrativa troveresti accordi sui prezzi alla Borsa del formaggio del Wisconsin, banditi che assaltano caseifici lungo tutto il Corridoio del formaggio americano, innumerevoli fornitori loschi di Emmental e Gruyère contraffatti?
Più importante: che cosa ci fa tutto questo in quest’opera di narrativa? Fin dall’inizio, Pynchon ha messo i suoi lettori nella posizione dei suoi personaggi, incoraggiandoci a scorgere significati nascosti e connessioni oscure all’interno (e poi tra) i suoi libri, e di conseguenza a diventare sempre più paranoici a ogni pagina. Sicuramente, pensiamo, questa faccenda del formaggio deve significare qualcosa—magari persino, come Pynchon scherza, “qualcosa di più geopolitico, un grande confronto tra i poteri colonialisti o basati sul formaggio, fondamentalmente l’Europa nordoccidentale, e l’immensa brulicante mancanza di formaggio dell’Asia.” O forse Pynchon, che quasi fece fuori uno dei personaggi principali di Mason & Dixon con una gigantesca forma di Gloucester, è, per così dire, intollerante al lattosio. O forse semplicemente pensava fosse divertente scrivere del “grande formaggio”.
In “Shadow Ticket” si trovano innumerevoli testi dentro il testo, inclusa la solita collezione di canzoni—Midnight in Milwaukee, Bye-Bye to Budapest. (“Boo, hoo, hooo-dapest,” canta il cantante.) Troverai golem. Troverai fantasmi. Troverai, se ti prendi la briga di controllare, stranezze reali prese dal passato perché sembrano pura invenzione pynchoniana—tra cui Clara Rockmore, una famosa suonatrice di theremin (Pynchon presumibilmente apprezza il nome), e una macchina a raggi X per calzature, per misurazioni migliori, che non solo esisteva davvero ma fu effettivamente prodotta da un’azienda di Milwaukee. Troverai le già citate forme di trasporto bizzarre: quell’U-boat requisito, un autogiro, una gigantesca motocicletta costruita per ospitare tre prestigiatori tedeschi—Schnucki, Dieter e Heinz, che insieme sembrano il nome di uno studio legale del Minnesota. E troverai inevitabilmente personaggi con nomi ancora più strani: il dottor Swampscott Vobe, l’assistente agente speciale in capo T. P. O’Grizbee, l’illusionista famoso (o forse autentico) Zoltán von Kiss. (Quanto al nostro modesto eroe, Hicks McTaggart, il suo nome deriva presumibilmente da J. M. E. McTaggart, un influente filosofo britannico che sosteneva le convinzioni quasi pynchoniane che il tempo sia un’illusione e che l’anima umana, connessa alle altre dalla forza dell’amore, sia l’unità fondamentale della realtà.)
Questa fanfara da uomo-orchestra non si placa mai, ma la musica si fa molto più cupa verso la fine di “Shadow Ticket”. L’odio antiebraico si diffonde e si intensifica, l’Europa diventa un luogo da cui fuggire, e i disordini per il prezzo del latte negli Stati Uniti portano a un colpo di Stato in cui F.D.R. viene rovesciato e il generale Douglas MacArthur prende il potere. Bloccato in esilio, Hicks si lega a una motociclista ungherese mozzafiato ma rimpiange Milwaukee, dove l’aria profuma di bratwurst alla griglia e risuona di lezioni di fisarmonica e la vita “raramente diventa più seria di qualcuno che ha rubato il pesce di qualcun altro.”
A quel punto, anch’io rimpiangevo Milwaukee—le pagine iniziali e giocose di “Shadow Ticket”, quando sembrava che sotto il divertimento stesse prendendo forma qualcosa di coerente. Invece, ci troviamo davanti a un’oscurità che non è solo morale ma epistemologica. Un suicidio in un bagno di Budapest, una comunità segreta di persone attratte sessualmente da lampade kitsch, la trama di un film interamente incentrato sulla violenza e sull’ingordigia: non è Bosch; è bosh—assurdità per l’assurdità, senza alcuno scopo estetico o intellettuale riconoscibile.
Le incomprensibilità non sono certo una novità in Pynchon, ma di solito da quella foschia si intravede una visione del mondo coerente. La vita moderna, nella sua cupa valutazione, è interamente controllata dal capitalismo e dalla tecnologia, forze implacabilmente distruttive per l’anima umana. Chi percepisce questo controllo totale tende alla paranoia, diventando diffidente e solo, mentre chi cerca di trarne profitto viene trascinato nella depravazione. Non si può battere questo sistema e non lo si dovrebbe nemmeno abbracciare, quindi l’unica opzione è in qualche modo sottrarsi al suo raggio d’azione. Ecco perché Pynchon è attratto da vagabondi ed emarginati, da zone di confine e mondi nascosti, come la Zona in “L’arcobaleno della gravità”, o l’interno della terra cava in “Mason & Dixon” e “Contro il giorno”.
Si possono scorgere i contorni di questa visione del mondo in “Shadow Ticket” dove il capitalismo “Got Milk”, il formaggio è radioattivo (davvero), e i fuggitivi si rifugiano in strani vuoti di libertà, tra cui una riserva indiana segreta (“menzionata solo una volta in una clausola di un trattato fantasma”) e quel sottomarino ribelle (“un volume incapsulato di spazio-tempo pre-fascista”). Ma il sacco di pezzi—baroni del formaggio, nazisti—non si ricompone mai, e le vecchie ossessioni non acquistano nuova forza. Nelle opere migliori di Pynchon, la sua cupezza è alleggerita e illuminata dall’ampiezza della sua visione e dall’affetto per i suoi protagonisti fallibili, temerari, benintenzionati e disperatamente sopraffatti. Si finisce la lettura di quei libri incerti sui particolari, ma con la certezza che tutto quel mondo selvaggio fosse costruito per insegnarci qualcosa—che è poi, in fondo, la condizione umana.
Nessuna esperienza simile accompagna invece il completamento di “Shadow Ticket”. Il libro termina con una lettera di Skeet Wheeler, quel personaggio secondario che non si vedeva da centosettanta pagine, che scrive al suo ex-mentore per dirgli che sta partendo a ovest per viaggiare sui treni merci con la sua fidanzata, proprio come Hicks aveva un tempo sognato di lasciare la città con April. La rivolta che aveva riconfigurato l’America non viene nemmeno menzionata. Se a Skeet importa, non lo lascia trapelare; pensa solo a prendere il prossimo treno.
Questo gesto di partire verso il tramonto è ironico, un commento, come in “Mason & Dixon”, sui mali commessi in America dall’attrazione verso l’espansione a ovest? O è ciò che Hicks avrebbe dovuto fare molti colpi di scena prima—sfuggire alle forze che complottavano per controllarlo fuggendo con la donna che amava? O è semplicemente Pynchon che si gira in per salutarci con la mano? Chi lo sa. Il biglietto, il biglietto-ombra, “Shadow Ticket”: tutto ciò rimane irrisolto, lasciandoci con la speranza persistente dell’universo di Pynchon, che tutto al suo interno significhi qualcosa. A un certo punto, però, un significato sufficientemente criptico diventa indistinguibile dall’assenza di significato.