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Orso Tosco anteprima. Controbuio. Vivere e morire al Casinò di Sanremo

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«Ci sarebbe da andarne fieri se la vita avesse un po’ di senso, o almeno di stile. E invece è spietata e grezza come un calcolo renale»

È in libreria Controbuio. Vivere e morire al Casinò di Sanremo di Orso Tosco (Ubagu press 2025, pp. 156, € 15,90).

Orso Tosco non scrive: bara. Bara come i suoi personaggi, come Tonino il pussettista che vive di mani veloci e facce di bronzo, come i croupier di Sanremo che mescolano le carte per spartire destini e bustarelle, come i cambiavalute che lavano denaro e sangue con la stessa naturalezza con cui altri sciacquano i bicchieri al bar. Controbuio è un noir che non vuole risolvere nulla: semmai vuole tenere accese le luci al neon di un Casinò che odora di sigarette morte, prosecco scaduto e nostalgie tossiche.

Il libro si apre con la tempesta: palme piegate, lampioni giallastri, una Sanremo che invece dei fiori offre barricate di rifiuti spazzati dal vento. È lo scenario perfetto per un incontro con i fantasmi: Tonino che si crede morto e invece rilancia, Luigino Pelle di camoscio che da travestito diventa Raffaella Carrà in un ristorante occupato, Michele Quattrocarati che mangia spaghetti allo scoglio come se fossero l’ultima cena.

Una compagnia di reduci che sembra uscita da un film di Rosi doppiato da Scorsese di fronte alle questioni della vita: «Osservandoci riflessi in una vetrina mi dico che siamo i degni rappresentanti di questo pezzo di mondo: impresentabili e irregolari, malconci e assurdamente, stupidamente tenaci»,

Il cuore del romanzo è un cold case: l’omicidio di Francesco Russello, cambiavalute ammazzato a coltellate nel ’79. La giustizia ha già trovato il colpevole ma il mistero non è l’assassino: è l’oro, la favola nera di un tesoro nascosto, di una Sanremo che faceva da retrobottega ai sequestri di persona, all’Anonima calabrese, ai sogni tossici di chi ascoltava i Joy Division in un attico sul mare.

Tosco scrive con il ritmo di un croupier che lancia la pallina nella roulette e poi la fa saltare con un colpo di tosse. La prosa è fitta, febbrile, carica di dettagli che puzzano di verità: sigarette spente nei piatti, ombrelli spaccati, autovelox come showroom della sfiga italiana. Ogni frase è una puntata, ogni dialogo un colpo di dadi.

Con una filosofia: “C’è soltanto un giocatore al tavolo in grado di arrogarsi un rischio maggiore, ed è colui che si trova alla sinistra di chi ha piazzato il buio. Quel giocatore è l’unico che può rilanciare, sempre alla cieca, l’unico che possa giocare il controbuio. Chi nasce e vive alla sinistra del buio ha il controbuio nel proprio destino”.

Non si legge per sapere come va a finire – perché va sempre a finire male – ma per godere della caduta, del precipizio elegante con cui questi personaggi affrontano il proprio tramonto.

Controbuio non è un romanzo di genere: è una seduta spiritica. Chiama a raccolta gli spettri del Casinò di Sanremo, i baristi falliti, i nobili decaduti, le drag queen che hanno visto tutto e non si stupiscono più di niente. Figli di un mondo tossico ma vivo. È un libro che racconta l’Italia come è stata: un Paese dove le luci della ribalta servono solo a nascondere meglio le ombre dietro il sipario.

In fondo, Orso Tosco ci dice una cosa semplice: il buio non si vince mai con la ragione, ma solo con l’assurdo. E allora ben venga Tonino, ben venga la maga e ben venga chi si ostina a credere che dentro il Casinò di Sanremo, tra un croupier comunista e un baro democristiano, ci sia ancora un tesoro da cercare.

Carlo Tortarolo

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La bufera aumenta. Sul lungomare le palme si piegano furiose come giraffe impazzite. Le onde esplodono contro gli scogli e lanciano in aria una sorta di nebbia che la pioggia e il vento impastano come fosse neve, rendendo l’aria biancastra e lattiginosa al punto da farla apparire fluorescente, specialmente adesso, nel cuore della notte, in questo buio pesto rischiarato appena dalla luce giallognola dei lampioni.

È la settimana del Festival, la settimana in cui Sanremo si trasforma a favore di telecamere tentando di assomigliare al posto giusto in cui radunare star più o meno luminose. La settimana in cui si riempie di orde di turisti e di maestranze della Rai. L’unica settimana dell’anno in cui la Città dei Fiori torna a essere viva anche di notte, come lo era fino a trenta, quarant’anni fa.

Ma non stasera, non con questa bufera che fa venir voglia di una cosa sola: trovare una tana calda e starsene in attesa che il maltempo abbia finito di masticare il mondo senza pietà.

Eppure eccoli, i fari di una macchina, dritti ed evanescenti, schiacciati contro l’asfalto perché subito sopra, poco più in alto, non c’è spazio per nessuna luce che non sia quella prodotta dai lampi.

Chi guida in una notte così? Se a bordo ci sono due persone, facile che una di loro stia male, oppure che stia per partorire. Se invece la macchina è piena, allora è quasi certo che al suo interno la musica sarà alta e l’età media bassissima, potrebbe anche darsi che il conducente sia bevuto o fumato, e che nel bagagliaio sia rannicchiato un sesto passeggero con l’ordine tassativo, nel malaugurato caso che la polizia li fermi a un posto di blocco, di urlare sorpresa e auguri! all’apertura del vano portabagagli, e sperare con tutto il cuore che le barzellette sugli uomini in divisa abbiano basi solide. E se invece chi sfida una notte così è solo? Di che tipo di persona si tratta? Qualcuno che ha subito un inganno o un tradimento, o qualcuno in procinto di compierlo? Un uomo in fuga? Un tossico in astinenza? Un uomo o una donna in cerca di vendetta? O addirittura un assassino?

Dato che quell’uomo solitario al volante sono io, penso di avere il diritto e il dovere di rispondere: niente di tutto questo.

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© ORSO TOSCO 2025

© UBAGU PRESS 2025

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