Una domanda che torna, ostinata, come un’onda che s’infrange contro gli scogli: «Che ne sai tu, di com’è la vita?». Non è solo un incipit, è un’eco. Una frase che gira su sé stessa, che scava, che si deposita nella mente di una ragazza di tredici anni e nel corpo stesso del romanzo. Da lì nasce una lingua che non spiega ma che osserva e incide.
L’isola emerge lentamente, come una schiena di pietra affiorata dal Mediterraneo. Non c’è cartolina, non c’è indulgenza. È un luogo chiuso, assolato e feroce, dove il tempo sembra trattenere il respiro. Qui vive Leda, nome antico e carico di presagi, creatura selvatica e diffidente, cresciuta tra silenzi e assenze. La scrittura le resta addosso come la polvere d’estate: frasi brevi, nervose, tagliate nette. Ogni parola sembra scelta per sottrazione, come se dire di più fosse già un tradimento.
Michele Del Vecchio in La curvatura dell’orizzonte (Nutrimenti 2026, pp.272, €19,00) muove la sua scrittura lungo una linea sottile: aderisce alla voce dell’adolescenza senza imitarla, la attraversa senza addomesticarla. Non c’è compiacimento lirico, ma una tensione continua tra ciò che viene detto e ciò che resta fuori campo. I rapporti familiari si consumano nel non detto: una madre che si rifugia nel silenzio, un padre che ritorna dal passato imponendo un cognome come una ferita nuova. La lingua si raffredda, si fa opaca, e proprio per questo diventa più violenta.
Poi accade l’incrinatura. Una ragazza trovata sulla spiaggia, nuda e smarrita. Il mare restituisce ciò che gli adulti hanno nascosto. E la scrittura cambia impercettibilmente ritmo: il realismo si screpola, lascia filtrare un’ombra di favola, un mito sommerso che non cerca spiegazioni. L’autore non alza mai la voce. Lascia che siano i luoghi — fari abbandonati, notti cariche di presagi — a parlare.
Questo romanzo di formazione vive tutto nello stile: una prosa che cammina sul confine, che ascolta i silenzi, che sa quando fermarsi. Crescere, qui, non è diventare altro, ma imparare a restare. Restare nella ferita. Restare nella domanda. Come l’isola, che non scappa e non accoglie, ma resiste.
Nancy Citro
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Quell’anno frequentavo la prima media per la seconda volta. Le mie compagne di classe erano di un anno più piccole, ma sembravano già signorine.
Parlottavano di canzoni pop, programmi televisivi, attori ritagliati su Cioè. Io seguivo un ritmo diverso e soltanto mio. Nessuno, comunque, pareva accorgersene. Dopo il fattaccio tra me e Saverio Lo Iacono – ci tornerò più avanti –, avevo preso l’abitudine di trascorrere l’intervallo in fondo al cortile, in guardia, come un vigilante da fumetto. Consumavo la mia merenda senza appetito – il cibo, una medicina amara da buttare giù. Finché, in primavera, era arrivato Giosuè De Acetis.
Da quel giorno non ho più mangiato da sola.
La sua famiglia si era appena trasferita da Pescara, una città bloccata a metà dello Stivale, come una cerniera che non sale né scende. Mentre lui era sistemato e a modo, le unghie corte e la voce pulita, io ero una bestiaccia con la sabbia nel cervello e sotto le cuticole. Ci era voluto poco per diventare inseparabili – un saluto, uno scambio di merenda in cortile, e all’improvviso eravamo amici.
Da allora tornavamo sempre insieme da scuola. Lungo le viuzze, più ariose con lui accanto, camminavo fierissima; il passo sincronizzato col suo. Alle domande dei vecchi, Giosuè rispondeva raccontando con noncuranza del padre maresciallo e della madre parrucchiera: a differenza mia, non si vergognava di appartenere a qualcuno. Senza ammetterlo, gli invidiavo quella sicurezza. Ma c’erano anche dei giorni in cui ci perdevamo. Ero io a farli capitare.
Ogni sabato mi facevo sfuggente, come quegli animali agonizzanti che preferiscono nascondere la sofferenza ai padroni: a pranzo, avevo un appuntamento obbligato. Schizzavo fuori da scuola al suono della campanella. Sparivo nelle pozzanghere delle fontane, negli androni puzzolenti d’umidità, tra le ombre dei palazzi. Ero sempre stata imbattibile a nascondino, e nel depistare Giosuè ero bravissima.
Quel sabato, però, qualcosa andò storto. Forse, ripensavo a quello che era successo con Alfonsina – all’irruenza con cui l’avevo spintonata, alla sua faccia rugosa e incredula. Distratta, quindi, abbassai la guardia.
Mi attardai ad allacciarmi la scarpa, questione di un secondo, e quando alzai la testa lui era lì davanti. Sobbalzai. Avevo dimenticato com’era essere trovati.
“Mi fai mangiare la polvere da un po’”, disse Giosuè, con un accenno di fiatone.
“Meglio la polvere che la frittata coi peperoni. Mi resta sullo stomaco. Tu che avevi oggi?”.
“I cacionetti”.
“I cosa?”.
Si mise a spiegare, con la serietà di chi parla di una cosa importante, che erano dolci abruzzesi ripieni di ceci in purea, cacao e cannella. Il mio stomaco brontolò.
“E tu?”.
“Te l’ho detto: frittata coi peperoni”.
“Non dicevo per merenda. Dicevo… in generale”.
“Niente”.
“Ho fatto qualcosa che non va?”.
Feci no con la testa.
“Ti sei scocciata di giocare con me?”.
Sbuffai.
“Mi confondi, Giosuè. Più della matematica… O dei ceci col cacao. Che c’entrano?”. Gli dissi, ma la domanda che avrei voluto fargli davvero era: “E che c’entriamo, noi?”.
“Guarda che te li faccio assaggiare, i cacionetti. Vedi che ti piacciono”.
“E se mi scoccio?”.
Parlavamo della stessa cosa, ma camminavamo in equilibrio su una metafora che cominciava a durare troppo. E su un marciapiede troppo stretto per starci in due. Una coppia di addetti comunali, nel frattempo, intingeva un rullo in una latta e spalmava colla sul muro.
Lo notai solo allora. Davanti a noi, la strada era un museo di facce. Ci spiavano da un lato e dall’altro, appiccicate ai muri, coi capelli gellati e i sorrisi fasulli. Gli addetti comunali, zuppi di sudore, parlavano dell’uomo in primo piano.
“Mia moglie dice che somiglia a Mastroianni. Quando le ha stretto la mano al comizio, tra un po’ sveniva”.
“I soldi raddrizzano le spalle”, commentò l’altro, invidioso, “e pure i denti in bocca. Te lo ricordi, da giovane?”.
L’uomo delle foto era nato lì, sull’Isola, come tutti noi. Poi, dal nulla, aveva costruito un impero sul Continente – ad Agrigento –, o almeno così raccontavano. Nelle interviste parlava di un istinto misterioso. Diceva che, senza sapere bene perché, era salito sul traghetto proprio nella settimana in cui un’operazione aveva privato sua moglie, Agnese, della possibilità di avere figli, cancellando il sogno di un primogenito. Allora aveva seguito quel pensiero – la paternità – a ritroso. Fino all’Isola. Fino a me.
“Che succede?”, chiese Giosuè, strappandomi ai miei pensieri.
Cieca di rabbia, le mani instabili, afferrai i bordi del manifesto elettorale. E tirai. La carta si lacerò come pelle viva, mostrando i mattoni sotto.
L’uomo sfregiato mi sorrideva ancora.
Senza dare una seconda occhiata al risultato, scappai dalle sgridate degli addetti comunali. Lo scalpiccio di Giosuè mi fece eco.
Quando ci fermammo, buttai fuori: “Oggi torna mio padre”.
“Non sapevo che avessi un padre”.
“Nemmeno io”, ammisi.
“Da piccolo pensavo di essere stato comprato al mercato”, scherzò Giosuè. Sperava di strapparmi un sorriso che non arrivò.
“Io che nascevamo dalle femmine. Quando ci sono le tempeste”.
Avevo scoperto il sesso in quarta elementare. I bambini più grandi, in cortile, si scambiavano giornaletti e io – che quando mi si proibiva qualcosa m’intestardivo – ne avevo rubato uno per sfogliarlo nei bagni. Non avevo visto altro che femmine: splendide e terribili, quelle creature dalle doppie labbra e dalle curve di burro parevano bastare a sé stesse. Poi, sull’erbario, avevo trovato una parola che mi era sembrata spiegare la vita meglio di tutte quelle foto: ‘gemmazione’. Le piante, diceva, generano da sé, senza bisogno di maschi. Mi ero immaginata che le donne avessero un giardino segreto, dentro, e che i bambini fiorissero quando passava il vento giusto. Niente cicogne. Niente cavoli. Soprattutto, niente padri.
La verità, quella vera, l’avevo scoperta solo l’estate dei miei undici anni.
Sulla spiaggia c’erano appena stati i falò. Saccheggiando tra le dune, mi fingevo l’unica sopravvissuta all’apocalisse aliena. Quando un extraterrestre – un senzatetto di settant’anni con sbuffi di mascara sotto gli occhi – era riuscito a trovarmi. L’ombra allampanata di Ermanno mi si era allungata addosso e io avevo sussultato, china sulla muta di un serpente. Tra le mie dita, la pelle di rettile sembrava un palloncino sgonfio.
Il vecchio me l’aveva tolta dalle mani con uno schiaffone deciso, per poi caricarmi in spalla. A riva, mi aveva sfregato le mani con le sue, ruvide come cartavetro, dicendo di strofinare forte: il sale del mare disinfetta, continuava a ripetermi. Era stato Ermanno, quel pomeriggio, a spiegarmi, con gesti e parole sghembe, dove stava l’utilità dei maschi nel sesso – lui che gli uomini li conosceva come i buchi delle proprie tasche.
Poco importava che sull’Isola Ermanno avesse fama di empio e ricchione. Quella volta lo avevo preso per mano, ancora sorpresa da quello che mi aveva spiegato, e lo avevo portato a conoscere mamma – lui, che di amici non ne aveva, e questo lo sapevo, lo sapevano tutti, aveva accettato come accetta chi non ha scelta.
Appena varcata la soglia della sartoria, le Siamesi – storiche collaboratrici di mia madre – ci avevano cacciati. Sbraitavano vergogne e maldicenze contro Ermanno, gli urlavano di tutto, e in tutto ci mettevano la parola ‘porco’. Una di loro aveva perfino cercato di spingerlo fuori, ma Ermanno era rimasto fermo, gli occhi bassi, abituato a incassare.
Mia madre aveva fissato la scena a lungo, in silenzio. Le Siamesi, sicure di avere un’alleata, avevano incalzato. Ma allora mia madre, con un gesto preciso come una cucitura, le aveva additate: “Fuori di qui. Tutte e due”.
Le collaboratrici erano rimaste immobili, la lingua incollata al palato. Ermanno, accanto a me, era a bocca aperta, incapace di comprendere subito la portata di quel silenzio. Poi, finalmente, le Siamesi erano uscite sbattendo la porta. Ancora oggi, sull’Isola, qualcuno ricorda quel licenziamento così chiacchierato da essere passato alla storia: era stato l’inizio della parabola discendente della sartoria. Poi mia madre aveva tagliato i capelli di Ermanno con mano ferma, gli aveva piegato un fazzoletto nel taschino come se fosse stato un lord e aveva ignorato la confusione che aleggiava intorno.
Solo più tardi, ormai cresciuta, avrei capito le ragioni di tanta impulsività: mia madre, abilissima con le simmetrie, aveva una predilezione per gli eterni fuori posto, per le anime sdrucite. Anch’io, in fondo, ero un filo penzolante che aveva scelto di non sistemare.
Mentre spazzava da terra i capelli di Ermanno, quella sera, le avevo chiesto com’ero nata.
“Gli ho spiegato a cosa servono i padri”, si era giustificato Ermanno.
“Eravamo giovani. Ci siamo dati qualche bacio, una sera nell’aria che ce n’era bisogno, di baci”, mi aveva detto, dandomi le spalle. “Non gli ho chiesto il nome, e il giorno dopo lui non è tornato a dirmelo. Tutto qui”.
La macchina con le cromature lucide sbucò al solito posto, quel pomeriggio. Ed eccolo, il lupo cattivo. Giosuè fece un passetto indietro, di riflesso, e io salii in auto.
Al mio amico, che, confuso, mi chiedeva quando ci saremmo rivisti, dissi: “Ti scongiuro, vattene via”.