Antonio Syxty, NZ, IkonaLíber, collana Syn scritture di ricerca, 2025.
NZ è parte di un progetto più ampio che raccoglie gesti, scritture, immagini. Un esperimento-esperienza che fa del progetto un archivio multisensoriale :«una stratificazione cartacea di scritti, schizzi, annotazioni, progetti, narrazioni, fotografie e frammenti accumulati in oltre cinquant’anni di attività.» Scritture performative generate dall’atto. Per questo il libro potrebbe essere la versione cartacea di «una performance art da mettere in atto in una galleria d’arte, o un’azione teatrale installata in un gate». In NZ si respira la libertà del movimento ondulatorio, complesso, la possibilità di trasformare la pagina in un luogo quadrimensionale di esperienza. La scrittura non lineare di Antonio Syxty, una visione dell’oltre e del qui, ha dovuto fare i conti anche con la censura nel 1992 per: «una pièce che vinse il Premio Riccione Teatro e che fu poi messa in scena da Luca Ronconi: L’aquila bambina (pubblicata da Ubu Libri di Franco Quadri). Lo spettacolo, […] ‘difficile’ e disturbante, tanto da subire il divieto ai minori di 18 anni.» In questo senso è desiderante lo scrivere e lo scrivente e non riguarda solo il preciso momento della scena, o del gesto, ma tutto il mare del mondolinguaggio che accoglie e abita l’umano «Noi siamo “scriventi” nel procedere della nostra vita. E siamo anche “scritti” a nostra volta, lungo una linea temporale che abbraccia la nostra esistenza fisica.» In NZ vive uno sguardocorpo, consapevolmente giocoso, postura sinestetica del corpomondo, forme parallele di comunicazione. Rizomi cartacei che fermano per un attimo il flusso, dandone foto, dandone fiato…
Gianluca Garrapa
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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?
Questo libro nasce come estratto di quello che io stesso ho definito il Primo Famoso Improbabile Archivio di Antonio Syxty, che a sua volta fa parte di un disegno più ampio identificato come The Forty Years Later Project. Nella realtà, i quarant’anni sono stati ormai superati, ma mi piace pensare che dopo quattro decenni il progetto si sia “attivato” quasi autonomamente. (In realtà la causa risiede nel lavoro messo in atto, alcuni anni fa, da una ricercatrice italo-inglese che per prima – per gli scopi di un suo dottorato per l’università di Roehampton – sulla performance negli anni ’80 in Italia – ha “scoperto” l’archivio e ha iniziato a esplorarlo dopo la mia autorizzazione).
L’archivio esiste davvero quindi: una stratificazione cartacea di scritti, schizzi, annotazioni, progetti, narrazioni, fotografie e frammenti accumulati in oltre cinquant’anni di attività, partendo dalle prime scritture progettuali per le art performance, per proseguire con altre scritture di sperimentazione.
Per rispondere alla tua domanda sul “desiderio” di scrivere questo libro, posso dire che, in un certo senso, il volume era già scritto. Non in questa forma, certo, né con questa composizione, ma i materiali qui raccolti sono la combinazione di frammenti e visioni utilizzati originariamente per la performance Nuova Zelanda, messa in atto a Milano nel 1980 all’interno della discoteca Odissea 2001, un luogo che non esiste più da tempo.
I materiali che ruotano intorno a “NZ” sono molti e quelli contenuti in questo libro sono solo un estratto di una più vasta gamma di originali contenuti
nell’archivio cartaceo.
In sintesi, la genesi di quest’opera è una ri-combinazione di mappe, cartografie, diari di bordo, dispacci e allarmi estratti dall’archivio originale, che non sono confluiti nella performance del 1980 ma ne hanno esteso le possibilità di narrazione/progettazione. Questi elementi sono stati ri-assemblati lungo linee concettuali per raccontare un viaggio che non è mai esistito: un’esperienza totalmente “falsa” nella sua progettazione di partenza (quella ideata nel 1980), eppure tangibile nei materiali che ha generato.
Quando scrivi, godi?
Non saprei come risponderti. Ma posso provare a farlo. Se per godimento intendi che mi diverto a confondere piani di realtà e finzione, livelli e strutture di linguaggio, manipolazione di materiali, allora sì, godo. Ma non è così semplice stare in questa linea di godimento. Occorre essere eccitati, o provare eccitamento nel riconfigurare la visione e indovinare la frequenza che possa consentire questo procedimento.
Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?
Nulla è stato difficile e nulla è stato particolarmente importante, perché – in fondo tutto poteva essere difficile e tutto poteva essere semplice e importante.
Ti incollo un brano (uno dei tanti, perché non ho preferenze di sorta)
La chica se llama Estrella y estamos en una posada en 1980.
“yo muy caliente, quiero follarte”
inno allo spazio
caratteristiche distruttive in atto
incisioni temporali, scientifiche, visive
il fascino di un primo esperimento nucleare con milioni di occhi puntati a seguire le sequenze e le vare fasi
Bomb you are as cruel as man makes you and you’re no crueller than cancer
All Man hates you they’d rather die by car-crash lightning drowning…
I sing the bomb
Death’s extravagance
Death’s Jubilee1
“vieja loca, que haces con tu ojos?
tú te pondrás ciego como eso”
Dear A,
dunque qui c’è un po’ di tutto
non è molta roba perché tu sai che (si interrompe)
il lavoro come vedi è molto e non è stato facile reperire i materiali per le ovvie ragioni che ti puoi immaginare.
Ti salutano Tio Mate y El Mono
a loro si aggiungono Franklin Delano Roosevelt, Harry S. Truman e tutti i tecnici, operai, studiosi e scienziati da laboratorio che mi girano intorno
è inutile che ti dica che Jack, Allen, Lawrence, Neal e William saltano entusiasti sul posto, a piedi uniti “waving hands” e “thinking of you of course back in Italy-NZ”
la cosa è alquanto buffa perché continuano a saltare a piedi uniti e non riesco a farli smettere (certo di cose ne abbiamo fatte quando ci siamo visti per progettare quello sbarco su NZ)
la domanda è questa:
ma l’isola come se la passa con in giro il Sosia e GLI-A ?
Come stanno I Dieci? sempre affetti dai loro dolori?
io qui continuo a mettere insieme le cose ma il territorio non è dei più ospitali (come puoi vedere dalla foto)
fammici parlare
aspetta prima di andare
ti voglio far leggere quello che ho trovato fra le carte per la nostra RIVISTA (o chiamalo anche Fashion Magazine, fa un po’ come ti pare)
<< 4/80 Un incontro importante stasera con (R) e (M) riguardante la situazione in evoluzione.
Siamo ora al terzo giorno del nostro lavoro sul terreno che abbiamo individuato attraverso le coordinate geografiche che abbiamo avuto dalla Torre… temo di essere al limite delle mie risorse tattiche e delle mie energie…
L’agenda di ( J ), che non metto in discussione, è però affrettata e difficile e potrei desiderare ardentemente che (si interrompe)
Non c’era tempo di prepararci, non solo per l’azione che riguarda la performance nella sua parte più intima e primitiva, ma anche per una lunga e prolungata camminata nella boscaglia.
Siamo carenti di idee, pensieri, emozioni (stagionali) e, cosa più importante, ci è mancato il coraggio di osare oltre i confini di quello che avevamo immaginato “sulla carta”… mentre le nostre forze ci hanno abbandonato sembriamo un gruppo di progettisti antiquato e malridotto.
Il morale, devo dire, non è così basso, come le circostanze potrebbero indicare. Tuttavia, nonostante tutto ciò, mi sento apprensivo.>>
Alcune considerazioni:
dear A
non c’è altro da fare che arrendersi
il progetto fallirà
forse lo scopo che non conoscevamo all’inizio è finalmente diventato C-H-I-A-R-O
l
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ascio uno spazio per i tuoi commenti
tu querido Flyng Dutchman,
Alamogordo, 1980
Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?
Semplicemente una performance art da mettere in atto in una galleria d’arte, o un’azione teatrale installata in un gate a scelta fra quelli presenti all’Aeroporto Taoyuan di Taipei. Da realizzarsi nel mese di luglio di ogni anno per 5 anni, a iniziare nel 2030.
Che rapporto hai con la censura?
Il mio unico rapporto diretto con la censura risale al 1992, legato a una pièce che vinse il Premio Riccione Teatro e che fu poi messa in scena da Luca Ronconi: L’aquila bambina (pubblicata da Ubu Libri di Franco Quadri). Lo spettacolo, che debuttò al Teatro dell’Elfo di Milano per poi approdare al Teatro Valle di Roma, scatenò un acceso dibattito: era considerato un lavoro ‘difficile’ e disturbante, tanto da subire il divieto ai minori di 18 anni.
L’intreccio, volutamente rarefatto, ruotava attorno a Felix, un uomo di mezza età capace di esercitare un controllo mentale ed erotico assoluto su due ragazze, Rosa e Helix. Nel gioco perverso della trama, Rosa spinge l’amica nelle braccia del padre, scoprendo solo in seguito che anche Helix è figlia dell’uomo, nata da una relazione precedente.
Era un testo dal linguaggio complesso e astratto, a tratti violento, dove i riferimenti colti si mescolavano a quelli popolari, dal cinema horror ai fumetti. Ronconi scelse di non puntare sulla carnalità esplicita, ma su un erotismo mentale: per lui il sesso era un rito, una via d’accesso a legami di sangue oscuri e a una dimensione mitica. Paradossalmente, nonostante il divieto e il clima di scandalo, quel testo era dedicato alla mia prima figlia, che per gioco chiamavo Helix.
Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?
Non sono uno scrittore. La scrittura non è il mio mestiere. Potrei affermare però che per me la scrittura è tutto. Noi siamo “scriventi” nel procedere della nostra vita. E siamo anche “scritti” a nostra volta, lungo una linea temporale che abbraccia la nostra esistenza fisica.
Bonus track:
You Are My Destiny, Paul Anka (1958)
Avvertenza
Questa edizione di materiali in forma di libro è poco accurata e quindi va presa con le pinze. Possiamo però affermare che è un’idea prodotta da Oh!-ART 3 Project in collaborazione con Antonio Syxty Fan Club 4, e che la cosa è iniziata già nel 1979, a dispetto di quanti non sapevano che fosse iniziata o che ancora dubitano che sia realmente avvenuta.
Nell’atto della lettura tradizionale è insito spesso un atteggiamento passivo da parte di chi vede soltanto una pagina. In NZ, al contrario, è un gioco – la pagina è più un telo da videoproiettore – del rintracciare i contorni di un oggetto descritto impossibile attraverso il linguaggio stesso dell’impossibilità e della sospensione (NZ è un frammento di un tuttoprogetto già avvenuto ma che ancora concede il lusso di vederlo avvenire. Un passato futuro anche da definizionare). Definizionare: è la cifra fondante, credo, di NZ: rappresenta lo svolgersi di una performatica remotattuale. Come se fosse il tempo espanso di un’azione ironica, comica, sottilmente polemica, diretta e inversa, canonica e sperimentale. Cosa non è NZ?
NZ non è una procedura. NZ non è una pianta. NZ non è una cartografia attendibile. NZ non è il numero 9. NZ non è la colonna di fumo. NZ non è un giornale di bordo. NZ non è Canopo. NZ non è l’Italia. NZ non è un foglio di calcolo. NZ non è il Sosia. NZ non è una dichiarazione fasulla. NZ non è un viaggio al contrario. NZ non è finita. NZ non è mai iniziata.
Se la scrittura in NZ è anche soprattutto immagine parodica della sua stessa linearità, le immagini e le fotografie bucano la pagina di desiderio (cose casuali che reiterano le infinite possibilità di ordine mondano), raccolgono i conti impossibili a dirsi del movimento oculare. Lo sguardocorpo ritraccia la ricerca e sperimenta, inconsapevolmente giocosa, e quindi sincera, sinestetica del corpomondo, forme parallele di comunicazione, parallele alla linearità che, ovvio, è sempre falsificazione del gesto artistico. NZ vive di sentieri variegati e posture camminanti: come consideri il significato della scrittura rispetto al gesto della scrittura?
Il gesto precede la scrittura. Sempre. La scrittura è il residuo del gesto, la sua traccia. In NZ il gesto è tutto: spostarsi, registrare, falsificare, accumulare, rovesciare. La scrittura arriva dopo, come una fotografia scattata in ritardo, o come un’eco.
Il comportamentismo in arte ci ha insegnato che siamo il nostro comportamento — non quello che pensiamo di essere, non quello che dichiariamo di essere, ma quello che facciamo. E quello che facciamo lascia segni. NZ è una collezione di segni: non una scrittura sul gesto, ma una scrittura che è essa stessa gesto. Il significato non precede la scrittura in NZ. Arriva dopo, se arriva. E non è detto che debba arrivare.
In fondo in fondo, lo confesso, non riesco a prendermi sul serio.
1 da Bomb di Gregory Corso, 1958, City Lights