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Agata Christie. Nei suoi romanzi non vomita mai nessuno

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A cinquant’anni dalla morte di Agatha Christie, la commemorazione della scrittrice avviene a giornali unificati, secondo una liturgia ormai immutabile: inchini deferenti, copertine celebrative, speciali e la consueta litania dei numeri. “L’autrice più venduta dopo la Bibbia e Shakespeare”, si ripete con devozione automatica, come se una classifica fosse un criterio estetico e non un semplice dato di mercato.

Eppure proprio la distanza temporale, che dovrebbe servire a raffreddare entusiasmi e idolatrie, consentirebbe ciò che il marketing e il fanatismo impediscono: una valutazione critica.

La verità, se la si guarda senza anestesia, è che l’opera di Agatha Christie rappresenta uno dei più riusciti equivoci della storia letteraria del Novecento. Christie non è una scrittrice nel senso pieno del termine: è un sistema.

Una macchina narrativa perfettamente oliata, una catena di montaggio che produce enigmi intercambiabili, riconoscibili, seriali.

Il suo talento non è letterario, ma logistico: sapeva distribuire indizi, occultare informazioni, dosare i tempi, ritardare la rivelazione finale.

Un’abilità indiscutibile, ma che appartiene più al mondo dell’enigmistica che a quello della narrativa. Il problema è che, una volta risolto l’enigma, non resta nulla. I suoi romanzi si svuotano come una scatola di fiammiferi usata: non lasciano una visione, non lasciano residui simbolici.

Agata Christie è l’arte del consumo istantaneo, non della permanenza.

I personaggi sono figurine di cartone, sagome funzionali al gioco. Non vivono: servono. Non pensano: recitano. Non evolvono: eseguono. L’umanità che popola i suoi libri è ridotta a una collezione di tic sociali e accenti caricaturali: l’inglese medio, il militare in pensione, la zitella velenosa, lo straniero sospetto. Stereotipi reiterati con l’automatismo di chi non osserva il mondo, ma lo archivia. Anche quando Christie tenta una timida “psicologizzazione”, lo fa con la profondità di un questionario medico: traumi come etichette, motivazioni come voci di bilancio.

I suoi non sono romanzi, ma garanzie: il lettore li acquista come si acquista un elettrodomestico affidabile, certo che funzionerà sempre allo stesso modo.

E come tutti gli oggetti rassicuranti, anestetizzano il rischio, che è il cuore stesso della letteratura.

Il vero problema di Agatha Christie è ideologico. Il suo universo è reazionario sino al midollo.

Un mondo in cui l’ordine sociale è sacro, la gerarchia è naturale, la devianza è sempre colpevole.

Il delitto non è mai un sintomo, ma un incidente; non una crepa nel sistema, ma una macchia da rimuovere. Il romanzo giallo, che in altre mani diventa strumento di critica e di messa in discussione, in Agata Christie si riduce a un rituale di restaurazione: si uccide per poter rimettere tutto esattamente al suo posto.

La psicologia, quando compare, è ridotta a movente, cioè a giustificazione meccanica del crimine. Freud trasformato in modulistica.

E arriviamo ai due feticci supremi, i santini da edicola: Hercule Poirot e Miss Marple. Idolatrati come archetipi, sono in realtà l’emblema di tutto ciò che nella letteratura dovrebbe far orrore. Non cambiano, non sbagliano, non pagano. Non hanno corpo, desiderio, contraddizione, fallibilità. Sono funzioni narrative travestite da personaggi, deus ex machina con baffi o ferri da maglia. La loro infallibilità non è un pregio, ma un espediente per eliminare ogni ambiguità.

Dove non c’è errore, non c’è dramma. Dove non c’è rischio, non c’è letteratura.

Lo stile, infine, è l’elemento più rivelatore: semplicemente inesistente. Una lingua piatta, igienica, puramente strumentale. Christie scrive come si redige un verbale o una relazione d’ufficio. Nessuna frase che resti, nessuna immagine che ferisca, nessuna ambizione formale. È una scrittura che non osa perché non deve: il lettore non è invitato a pensare, ma a seguire; non a interrogarsi, ma a indovinare.

Il successo planetario di Agatha Christie non è un mistero: risponde a un bisogno diffuso di controllo, di chiarezza, di infantilizzazione del male. Nei suoi libri la morte è un gioco da tavolo, la verità un premio finale, la giustizia un esercizio aritmetico. Tutto torna, sempre. Ed è proprio questo il problema.

A cinquant’anni dalla sua morte, Agatha Christie andrebbe finalmente liberata dall’abuso di un titolo che non le appartiene: quello di grande scrittrice. È stata una formidabile produttrice di intrattenimento seriale, una manager dell’enigma, una regina del mercato globale. Ma la letteratura è un’altra cosa: è disordine, ambiguità, rischio, ferita. Tutto ciò che nei suoi libri, con metodica efficienza, non entra mai.

Gian Paolo Serino

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