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Gianni Miraglia anteprima. Acquario

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Ci sono romanzi che immaginano il futuro per raccontare il presente, e altri che usano il futuro come una lente spietata. Acquario, il nuovo romanzo di Gianni Miraglia in uscita dal 28 gennaio per Atlantide Edizioni, appartiene a questa seconda categoria. Non cerca la profezia né l’allarme, ma lavora su una tensione costante, trattenuta, che riguarda il controllo dei corpi, la gestione del desiderio e l’illusione di un equilibrio possibile.

L’Arca — spazio chiuso, artificiale, perfettamente funzionante — è il cuore teorico del libro prima ancora che il suo scenario. Miraglia non la utilizza come semplice ambientazione distopica, ma come modello: un sistema che promette salvezza in cambio di obbedienza, che trasforma la sopravvivenza in un privilegio e la vita in una procedura. In questo mondo senza pioggia, dove il caldo è diventato una forma di selezione naturale, l’ordine sociale non viene imposto con la forza, ma interiorizzato, accettato come inevitabile.

La scrittura procede con precisione, senza compiacimenti, sostenuta da una lingua sorvegliata che evita tanto il lirismo quanto l’effetto spettacolare. Acquario è un romanzo che non ha fretta di spiegarsi: preferisce accumulare pressione, lasciare che siano le crepe — emotive, politiche, biologiche — a parlare. L’amore, il corpo, la riproduzione diventano campi di battaglia silenziosi, luoghi in cui il potere tenta di esercitare il proprio controllo fino all’ultimo dettaglio.

Miraglia costruisce una riflessione inquieta e attualissima su ciò che accade quando la libertà non viene abolita, ma regolata. Quando la scelta è teoricamente possibile, ma praticamente impraticabile. Acquario non urla, non denuncia apertamente: osserva. E proprio in questa postura, fredda e lucida, trova la sua forza maggiore. È un romanzo che non consola e non offre soluzioni, ma costringe il lettore a restare sotto la cupola, a respirarne l’aria rarefatta, a interrogarsi su quanto siamo disposti a cedere pur di continuare a vivere.

Gian Paolo Serino 

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Capitolo 1

Elia

Qui sotto niente ricorda la vita. Caldo e paura ti inseguono. I vapori dei polimeri fusi si impregnano nei filtri. E non solo.

Sprofondo in un deposito nero e melmoso. Sto raschiando attorno al secondo giunto: altri grumi solidificati che devo rimuovere.

L’aria mi arriva a sprazzi dall’autorespiratore. Quell’odore ti cerca comunque, rimane dentro. Nei giorni della catastrofe, tonnellate di carcasse marcivano e il fetore stagnante avvolgeva la città. Una manciata di resina mi cola dalla maschera. Sono fibre organiche, resti di ossa e carne bruciata. A ogni modo è il passato, ora le chiamano occlusioni biologiche. È un impasto grigio e vischioso, l’ennesimo recipiente colmo di ciò che eravamo e che devo trascinare fino alla vasca di smaltimento.

Gente rimasta intrappolata, quando le pompe sono esplose: migliaia di persone che cercavano di forzare le ultime riserve idriche.

Operare nei canali dei cablaggi sotterranei implica fibrosi, infezioni, psicosi. Bisogna isolare ogni gesto, senza pensare, senza sentire, senza giudicare. I turni si consumano nell’assoluta assenza di contatti. Si vogliono evitare conflitti tra noi, ma soprattutto relazioni. Nessun volto e nessuna voce, solo l’unità di monitoraggio dell’interfono.

Mi tengo questa mansione, per non peggiorare le cose.

Turni ripetuti per due giorni di seguito. Si dorme con la muta addosso e la maschera, incastrati in una cuccetta tecnica. Preferisco sdraiarmi sulle grate del pavimento che vibrano al passaggio dei flussi e riesco a chiudere gli occhi.

Ma il terzo giorno è libero e allora rivedo Sigrid, l’unico appiglio per non affondare. Ci siamo conosciuti prima del disastro e ancora resistiamo insieme, che è la cosa più importante. Lei studiava, io invece ero un cretino del marketing: ideavo gadget, professione ritenuta non prioritaria quando venimmo selezionati. Non avendo competenze tecnologiche, mi hanno spedito in un magazzino di stoccaggio viveri, tra gli altri Fascia2.

Ma il profilo genetico mi avvantaggiava ed eravamo prossimi ad ascendere insieme a quella Fascia1 agognata che ci avrebbe cambiato la vita.

E invece sono riuscito a rovinare tutto. Quel pomeriggio allo smistamento pacchi: i supervisori erano lì a controllare e ho lanciato uno scanner ottico contro il muro. Sono stato segnalato come persona instabile e sbattuto qui sotto, ai condotti di pompaggio e spurgo.

Lei invece è riuscita a diventare analista dell’Arca: qui sono loro a decidere chi sei e dove vai. È il suo lavoro a farci sperare ancora di risalire. Per me la Fascia1 significherebbe uscire da questo inferno e la fine dei test: diventerei donatore scelto, verrei anche pagato.

Nelle logiche di questo posto non posso nemmeno lamentarmi, visto che Sigrid è riuscita a farmi assegnare a lei, come soggetto da studiare.

Cerco di reggere, lo faccio per noi. E quindi anche per i Fascia1, interessati alle mie secrezioni, alla qualità del mio seme che migliora in condizioni di stress. È un dato prezioso in mezzo al collasso. Non crollo, per questo continuano a testarmi. Sono un superstite da spremere fino all’esaurimento. Ormai sono abituato ai sensori, a dovermi spogliare davanti ai monitor mentre Sigrid procede, dimostrando la professionalità che le viene richiesta.

Mi aggrappo alla nostra promessa, volo nell’idea di noi, come fosse ancora possibile decidere qualcosa. Anche i Fascia1 forse hanno paura: che la nostra disperazione intacchi la purezza numerica che cercano di preservare.

Il flusso si è indebolito, segno che la bombola è quasi esaurita. Ancora una decina di minuti al servizio della comunità e potrò risalire. La luce blu lampeggia. Il turno volge al termine. Afferro la scaletta di emersione, controllo l’assetto, sgancio la valvola e mi tiro su. Procedura che ormai conosco a memoria.

Posso liberarmi della muta contaminata e infilarla nella centrifuga, assieme al resto dell’attrezzatura. Devo azionare la chiusura stagna del purificatore e verificare che parta il lavaggio.

Di fronte allo specchio, completamente nudo, impregnato di una patina scura e traspirazione. Contemplo la nuova bruciatura color rame che segna il mio bacino.

Posso finalmente dirigermi verso la stanza di sanificazione. Mi arrendo ai getti potenti della vasca detergente. Si riempie della solita soluzione acido-schiumosa. L’acqua è una risorsa che non va sprecata.

Ogni fase è una prassi a cui ci siamo dovuti adeguare. Appoggio i piedi sulla parete interna e chiudo forte gli occhi.

Scariche pressurizzate mi colpiscono il viso, le tempie, la nuca, le palpebre. E ora schiena, petto, gambe, braccia e sesso. E posso abbandonarmi, rilassarmi, rinascere tra il buio e le fiamme di ciò che è stato e che ritorna. L’immagine di mia madre, la sua lingua gonfia e le labbra insanguinate. Tutto è accaduto velocemente. Le temperature hanno superato i cinquanta gradi e sono iniziate le morie tra anziani e malati.

Mi immergo completamente, ricordi sedimentati che a volte sembrano sciogliersi, non fare più parte di me. Due anni di agonia e violenza, nascondendoci da gruppi di insorti e stupratori. Intanto il governo implodeva e sempre più zone si dichiaravano autonome. E poi sono arrivati loro, i nostri salvatori e dominatori. Burian Svat, con i suoi pannelli capaci di invertire l’evaporazione e generare acqua vera, e Orlanda Esinin, la mente del Programma Procreativo e degli innovativi protocolli di natalità. Entrambi protetti e supportati da consorzi tecnologici e forze di sicurezza. In poco tempo ci hanno divisi in categorie, innalzando reti elettrificate, per tenere lontani gli scartati, oppressi da sete, pazzia e malattie. Così è nato questo acquario immenso: enclave protetta per la quale elimino detriti e rifiuti.

La luce verde si è accesa: eccomi ammesso ai corridoi di transizione verso la mia area, la Fascia2. Afrore chimico e nuvole di brezza sulla mia pelle sanciscono l’inizio del mio giorno libero e finalmente sto andando incontro a Sigrid. Loro la vedono ligia e perfetta, un oggetto da avere, lo so. Io la ricordo al mio fianco, anche lei con l’accetta in mano. Quel sangue ce lo portiamo ancora addosso ed è anche per questo che siamo più forti di loro. Noi ci difendevamo da quelli che uccidevano anche solo perché eri vivo. Ci siamo sposati, proprio in quei giorni, quando il futuro non esisteva: volevamo restare comunque uno nell’altra.

Oggi io e Sigrid passeremo tutto il pomeriggio in piscina. Anche se l’acqua riciclata sa di ammoniaca e lavastoviglie, possiamo immergerci, accarezzarci e fare ciò che vogliamo, liberi da telecamere e maledetti droni. Eccola, la vedo che mi aspetta. Il sorriso che ci scambiamo è il nostro cenno d’amore.

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