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Hamid Ismailov. Il figlio del sottosuolo

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Arrivato in libreria a giugno, pubblicato da Utopia Editore con la traduzione dal russo di Nadia Cicognini, questo nuovo lavoro di Hamid Ismailov, scrittore le cui opere sono bandite in Uzbekistan, è una storia potente, una metafora della grande madre Russia, del suo rincorrere se stessa, nella ossessiva e sempre presente esigenza di trasformarsi attraverso il suo decomporsi e poi di nuovo rinascere, che è forse l’essenza del popolo russo stesso.

Il figlio del sottosuolo è la storia del piccolo Mbobo, figlio di un atleta africano e di una donna siberiana bellissima, sua madre appunto Mosca. Mbobo detto Kirill, il piccolo Puškin, ma anche Pelé, cresce tra i corridoi e le sale stupende della metropolitana di Mosca e delle stazioni di essa, dove gli incontri reali o immaginari costruiscono una tela di ragno preziosa nella quale trovare salvezza e riparo.

La struttura della narrazione, stupenda la traduzione dal russo della Cicognini, conduce noi e Kirill a rintracciare la grandezza dell’anima russa, come metafora di anni brevi che porteranno al crollo dell’Unione Sovietica e al contempo al suo rigenerasi, per alcuni forse un degenerarsi progressivo, ma anche anni indispensabili senza i quali non può esserci rinascita. Perché Kirill abbandonato dal padre prima della nascita e poi dalla morte della madre avrà modo di raccontare da quel corpo sotterraneo della metropolitana le inquietudini e la tristezza e la sfrenata urgenza del popolo russo di narrare se stesso attraverso la letteratura.

Pur con tutta la mia bastardaggine chakasso-negroide sono, ahimè, un’incarnazione della letteratura russa, e non perché zio Gleb mi avesse fin da piccolo, fregiato del soprannome di “fratellino Puškin”, o perché a Puškin fosse intitolato il mio asilo, e fin dalla più tenera infanzia leggessi di nascosto tutti i libri della mamma, da “La battaglia è in marcia” fino a “Vado nella tempesta” e neppure perché la vita mi aveva plasmato come una creatura imperfetta, anzi, proprio come essere informe, assurdo, intriso di dolore e sofferenza, no… Ma perché… Be’, non ve lo dirò il perché!”

E’ impressionante, e mai metafora è stata più grande, come la ricerca di Mosca di un uomo, di un amante, di una figura carismatica capace di darle l’illusione di una vita nuova, ma non di certo un padre sostitutivo per suo figlio Kirill, diventa appunto metafora della eterna ossessione del popolo russo nella sua interezza e nella sua grandiosità. I patrigni di Kirill saranno, lo zio Gleb e poi lo zio Nasar. Il primo un letterato, ubriacone, capace di grandi slanci e passioni, ma anche di quel tormento che lo trascinerà via, alla deriva; il secondo Nasar, il miliziano in grado di proteggere e soprattutto di mantenere Mosca, Nasar che a differenza di Gleb sarà in grado di trasformarsi nel nuovo uomo russo, quello degli anni successivi al crollo, alla rovina e poi all’arrivo inevitabile di un nuovo Zar.

Così Mbobo, detto Kirill, il piccolo Puškin, ma anche Pelé, diventa se stesso rappresentazione del grande popolo russo e di come noi altri ci ostiniamo a volerlo vedere… “Pensando a me, magari mi starete già disprezzando o, forse, al contrario, disprezzandomi starete pensando da un pezzo che tutto questo non sia che finzione, che un bambino non saprebbe raccontarlo, e non solo raccontarlo, ma percepirlo, viverlo, prima ancora di memorizzarlo…”

Il figlio del sottosuolo, di Hamid Ismailovo, scrittore uzbeko emigrato, anzi sarebbe meglio dire rifugiato in Inghilterra dal 1992, ci rammenta che un bambino di nome Mbobo, la madre Mosca, le bambine Zulita e Lita, la signora Irina Rodionovna, lo zio Gleb e lo zio Nasar, prima di essere frettolosamente rinchiusi nel recinto della noncuranza della nostra memoria, si dovrebbe imparare ad amarli per il loro incidere con passi pesanti nella Storia… “Cominciai a pensare che nella mia vita non ci fossero mai state una Lita e una Zulita, che ero stato io a inventarmi tutto per moltiplicare il numero delle perdite. Ma in quanto erede della letteratura russa, sapevo che ogni aggiunta era al tempo stesso una sottrazione, non era forse questo il tema centrale della nostra narrativa, a partire da Il cappotto fino a Džan?”

Maria Caterina Prezioso

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Il figlio del sottosuolo/Hamid Ismailov/Utopia/ traduzione dal russo di Nadia Cicognini/pp.340/19,00 €

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